venerdì 18 gennaio 2019

Geopolitica pragmatica o geopolitica delle emozioni?

“La luna cinese è rotonda quanto quella straniera”. Questo l’auspicio di Zhang Wenmu, professore ed esperto di strategia della sicurezza nazionale presso il Centro di Studi Strategici dell’Università dell’Aeronautica e Astronautica di Pechino, in un articolo tradotto da Limes, affinché la geopolitica cinese si affranchi dall’idea per cui “non si può aprir bocca senza menzionare l’Antica Grecia”. Chiaro riferimento ad un discorso di Mao del 1941 in cui si criticava l’eccessiva importanza data dai ricercatori marxisisti-leninisti alla storia occidentale, adombrando quella cinese. Lo studio della geopolitica in Cina, infatti, affonda radici lontane: molti i riferimenti alla “geografia storica” o alla “politica geografica” in opere che hanno rappresentato le fondamenta della moderna ricerca.

Lo studioso mette in luce quanto il rapporto tra geopolitica e politica delle risorse sia essenziale: l’esigenza, connaturata negli Stati, di garantirsi l’approvvigionamento e il controllo delle risorse può spingere gli stessi a travalicare il limite della propria forza e a inseguire tendenze egemoniche. Già Mao, nel 1937, sosteneva che “la strategia deve evitare allo Stato di trovarsi a combattere una battaglia che ne metta in pericolo l’esistenza”: la geopolitica, pertanto, non deve assurgere a strumento delle mire espansionistiche degli Stati. Esattamente come hanno teorizzato gli studiosi occidentali, da Mackinder ad Haushofer, da Kennan a Brzezinski, che, secondo Wenmu, hanno spinto i rispettivi paesi ad allargare, in modo spregiudicato, la propria sfera di influenza, decretandone, così, la fine.

Stessa sorte per quegli Stati il cui obiettivo strategico trascende le proprie effettive capacità e non consideri l’entità del nemico che si ha di fronte. La geopolitica come “filosofia sulla punta del coltello” impone precisi dettami: nessuna grande potenza può combattere su più fronti, pena la sconfitta. Ancora una volta le teorie occidentali si sono annunciate profezie nefaste: dopo la seconda guerra mondiale, il declino del Regno Unito, la separazione tra India e Pakistan, gli infelici interventi Usa in Corea e Vietnam.

Wenmu sottolinea, inoltre, come la componente terrestre di una potenza sia necessaria nella stessa misura di quella marittima: controllare un vasto territorio può influenzare una potenza marittima e viceversa. Nell’epoca moderna l’impero britannico era più potente di quello americano poiché dominava l’Oceano Indiano; allo stesso tempo, costituiva una seria minaccia anche per l’impero russo, nonostante quest’ultimo si configurasse come potenza terrestre. Secondo la teoria di azione e reazione, per cui la potenza egemone controlla anche la retroguardia continentale, si definisce il vantaggio che solo la Cina possiede, derivante dalla sua posizione geografica e da una buona capacità di reazione nei due oceani, Indiano e Pacifico.

Il passaggio più affascinante nell’articolo mostra come esista una proporzione naturale tra i tre poteri forti dell’Eurasia: Europa, Asia Centrale e Cina. Base del potere strategico. La legge della sezione aurea dimostra, infatti, che nell’area tra il 30° e il 60° di latitudine Nord possono coesistere solo 2,5 forze strategiche. Da ciò consegue inevitabilmente che una delle tre soccombe e si frammenta. Nei tempi antichi sullo scacchiere politico coesistevano l’impero romano, diversi imperi in Asia centrale e l’impero cinese. L’ Asia centrale fu schiacciata e divisa in tanti piccoli imperi: la proporzione tra le tre potenze era 1:0,5:1. Nel Medioevo, fu la volta dell’Europa che, con il crollo dell’impero romano, si frammentò e favorì l’espansione dell’impero arabo, poi di quello dell’Asia centrale. In questo periodo la proporzione era 0,5:1:1. Con la rivoluzione industriale si affermò la rinascita europea e gradualmente si indebolì la potenza islamica dell’Asia centrale compressa tra Europa, Cina e Russia: di nuovo la proporzione era 1:0,5:1. In epoca moderna e contemporanea il declino di uno tra Europa, Cina o Russia ha causato l’ascesa della potenza islamica in Asia centrale e l’espansione verso le aree dove c’era stato il collasso delle altre potenze. Evidenza storica di questo principio, le grandi ondate migratorie dirette in Europa e la crisi dell’Unione Europea a cui stiamo assistendo.

Questi esempi storici, dai tempi antichi a quelli più recenti, aiutano a comprendere le fasi di ascesa e di declino delle potenze nel continente asiatico e l’importanza della Cina come punto di equilibrio dell’Asia, come necessaria “premessa per una diplomazia matura”.

Sebbene l’approccio geopolitico di Wenmu pecchi di egocentrismo filosofico che ripone estrema fiducia nella ricomposizione dell’equilibrio strategico della Cina e nel grande risorgimento della nazione, va riconosciuto il valore di aver delineato una geopolitica che non si configura come strumento di strenua lotta per la sopravvivenza ma come analisi obiettiva di strategia e risorse, sottolineando, allo stesso tempo, il riposizionamento della Cina a livello globale, sotto il profilo economico e soprattutto militare. La crescente potenza navale e il futuristico progetto delle nuove vie della seta rischiano di configurarsi come una reale minaccia per la talassocrazia americana che, da più parti, sferra fendenti al fine di contenerne l’ascesa: attacca l’export, condanna il tentativo di falsa integrazione delle minoranze interne, gestisce alleanze con gli Stati costieri circostanti per il controllo dei mari (es. il Quad, accordo navale tra Usa, Australia, India e Giappone).

Si impongono, pertanto, a livello più generale, considerazioni sulla diversità di approccio tra Occidente e Oriente. Se quest’ultimo lo considera, in termini economicisti, un’analisi costi-benefici, attenta alle proprie capacità e alle proprie risorse e finalizzate a favorire il disegno di un impero sinocentrico, la strategia occidentale, in particolare quella americana, ha scelto sempre un approccio esuberante che ha avuto come obiettivo consolidare le proprie posizioni. Impedire, cioè, che una qualsiasi altra potenza potesse dominare regioni considerate strategiche, se non vitali. Si legge un sostrato di paura dell’”asse occidentale” nei confronti dell’impero della speranza: siamo di fronte ad un nuovo orizzonte metodologico? Per Dominique Moisi si. La sua “geopolitica delle emozioni” potrebbe fornire un’interpretazione originale. Lo studioso divide la storia politica in tre grandi aree accomunate da un sentire omogeneo: la cultura dell’umiliazione dei popoli dell’Islam e del Medio Oriente, dimenticati dalla storia; la cultura della speranza dei popoli dell’Asia che progettano un futuro di rinascita e la cultura della paura di europei ed americani, disorientati di fronte ad una crisi di identità che fa “temere l’invasione dell Altro”. Nel caso dell’Islam, si reagisce a frustrazioni precedenti con un nuovo attivismo che in alcun casi, però, può essere nichilista (attentati suicidi dei terroristi).

E ora, stringendo il cerchio intorno a casa nostra, nella partita geopolitica globale, che ruolo gioca l’Italia? Da un lato, siamo pressati dalla potenza americana che esige fedeltà in cambio di protezione e dall’Europa che ci impone stringenti vincoli e dall’altro, protesi verso la Cina, in vista delle opportunità economiche notevoli che il progetto della Belt and Road Initiative può portare. L’ambivalente diplomazia equilibrista, che da sempre ci contraddistingue, sarà messa a dura prova: l’Italia dovrà trovare la giusta formula politica per sperare di giocare un ruolo significativo. Un ruolo che non lo releghi sulla panchina delle opportunità mondiali ma sia capace di cogliere le sfide e non rimanere indietro.
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