domenica 20 gennaio 2019

Ecco spiegato come le Mafie si evolvono

La criminalità è un problema di sempre  maggiore attualità poiché ha riflessi diretti sulla sicurezza, reale e percepita, delle comunità nelle quali viviamo. Insieme al pericolo radicale islamista ed agli effetti provocati dalla molteplici attività insurrezionali in tutto il mondo, di criminalità si parla sempre più spesso anche in relazione ai legami che connettono i traffici illeciti alle fonti di finanziamento del terrorismo.

Tuttavia l’analisi dei fenomeni criminali è spesso confinata alla comprensione degli aspetti di natura repressiva, tralasciando completamente le dinamiche internazionali che determinano il successo o la scomparsa di organizzazioni criminali anche complesse.

Al contrario è utile comprendere le motivazioni che determinano l’evoluzione di questi fenomeni, soprattutto a connotazione transnanzionale poiché interagiscono con organizzazioni che operano in Paesi anche distanti migliaia di chilometri.
Per dimostrare quanto utile sia questo approccio partiamo dal domandarci come nasce una mafia:
* disagio sociale da squilibri economici;
* fattori contingenti di natura storica;
* corruzione;
* mancanza o insufficienza di Stato. 

Ed ecco quali sono le caratteristiche principali che connotano le mafie tradizionali italiane: 
  • un processo storico che ne ha determinato la nascita e lo sviluppo in ragione di elementi economici, politici e sociali;
  • l’uso eventuale della violenza; un sincretismo religioso (di natura culturale) che ha risvolti sotto il profilo rituale e quindi strutturale; 
  • lo sfruttamento della diaspora per l’acquisizione di un profilo internazionale; 
  • un’acquisita resilienza.

Queste considerazioni evidenziano le principali caratteristiche che contraddistinguono qualsiasi organizzazione criminale di tipo mafioso che, a differenza delle organizzazioni criminali semplici o comuni, hanno un ulteriore fine che ne caratterizza l’operato: durare nel tempo. E per poter durare nel tempo le mafie hanno bisogno di poter interagire, attraverso la corruzione, con centri d’interesse politici, economici o finanziari con i quali condividono interessi indifferentemente illeciti e leciti.

Una volta compresi questi passaggi obbligatori per qualsiasi organizzazione criminale evoluta di tipo mafioso, è possibile creare un modello concettuale di riferimento a cui ricorrere per valutare la pericolosità di qualsiasi organizzazione criminale.

Per confermare la validità di questo modello analitico di natura empirica ricorro all’analisi della presenza delle organizzazioni criminali nigeriane in territorio italiano datata e consolidata.

Le organizzazioni criminali nigeriane operano in Italia da molti anni privilegiando all’inizio esclusivamente lo sfruttamento ai fini sessuali dell’immigrazione clandestina di giovani nigeriane, entrando anche in conflitto con le organizzazioni criminali italiane, per poi, nel tempo, dedicarsi anche ad attività molto più remunerative come il traffico di sostanze stupefacenti.

Oggi possiamo dire che il declino delle organizzazioni criminali italiane di tipo mafioso, soprattutto in Sicilia e, in parte, in Campania ha consentito l’espansione e il radicamento della criminalità nigeriana con una forte presenza fisica in territori in passato di esclusivo appannaggio della mafia siciliana e della camorra napoletana. Un primo aspetto da sottolineare riguarda il declino delle organizzazioni criminali preesistenti, siciliane e campane,  essenzialmente legato a questi aspetti:
* crisi economica interna e prosciugamento di fondi statali per la realizzazione  e di opere pubbliche;
* sclerotizzazione dei fenomeni migratori e dei rapporti internazionali;
* uscita dai grandi circuiti criminali per cause storiche.

Quest’indebolimento è stato ulteriormente aggravato dalla contingente opera di repressione e contestuale perdita di coperture politiche dovuta alle nuove dinamiche interne alla situazione italiana.

L’insieme di queste dinamiche ha costretto le organizzazioni criminali, in particolari siciliane, a posizioni di difesa con un ritorno al lontano passato che si evidenzia dalla commissione di reati di basso profilo come l’usura o l’estorsione nell’ambito del territorio sotto il proprio controllo.
Sono finiti i tempi della spartizione degli appalti pubblici o delle grandi opere finanziate dallo stato e quindi sono finiti i fondi per l’accesso ai mercati internazionali del traffico degli stupefacenti.

Ed è grazie a quest’analisi che ci si può spiegare la forte presenza e documentata collaborazione di famiglie mafiose siciliane con la criminalità nigeriana in Sicilia nella città di Palermo in particolare. Le organizzazioni criminali nigeriane, grazie all’autorevolezza relazionale e presenza fisica in tutti i principali mercati illeciti internazionali, sfruttano la capacità di reperimento e approvvigionamento di qualsiasi tipo di sostanza stupefacente a cui un tempo le mafie italiane provvedevano in proprio. Si realizza così una forzata convivenza territoriale che però vede ancora, e perlomeno per il momento, in posizione egemone mafia siciliana e camorra rispetto alle organizzazioni nigeriane.

Come si comprende le organizzazioni mafiose altro non sono che una delle facce dello stato di salute interna e delle dinamiche storiche di ciascuna nazione. Il ricorso al modello concettuale proposto, derivante dall’analisi delle caratteristiche emerse dall’esperienza storica delle mafie italiane consente un approccio analitico, sebbene empirico, per la comprensione delle motivazioni che portano alla nascita, allo sviluppo e alla persistenza nel tempo di un’associazione criminale di tipo mafioso aprendo, ovviamente il dibattito alle misure e pratiche per il relativo contrasto.

venerdì 18 gennaio 2019

Geopolitica pragmatica o geopolitica delle emozioni?

“La luna cinese è rotonda quanto quella straniera”. Questo l’auspicio di Zhang Wenmu, professore ed esperto di strategia della sicurezza nazionale presso il Centro di Studi Strategici dell’Università dell’Aeronautica e Astronautica di Pechino, in un articolo tradotto da Limes, affinché la geopolitica cinese si affranchi dall’idea per cui “non si può aprir bocca senza menzionare l’Antica Grecia”. Chiaro riferimento ad un discorso di Mao del 1941 in cui si criticava l’eccessiva importanza data dai ricercatori marxisisti-leninisti alla storia occidentale, adombrando quella cinese. Lo studio della geopolitica in Cina, infatti, affonda radici lontane: molti i riferimenti alla “geografia storica” o alla “politica geografica” in opere che hanno rappresentato le fondamenta della moderna ricerca.

Lo studioso mette in luce quanto il rapporto tra geopolitica e politica delle risorse sia essenziale: l’esigenza, connaturata negli Stati, di garantirsi l’approvvigionamento e il controllo delle risorse può spingere gli stessi a travalicare il limite della propria forza e a inseguire tendenze egemoniche. Già Mao, nel 1937, sosteneva che “la strategia deve evitare allo Stato di trovarsi a combattere una battaglia che ne metta in pericolo l’esistenza”: la geopolitica, pertanto, non deve assurgere a strumento delle mire espansionistiche degli Stati. Esattamente come hanno teorizzato gli studiosi occidentali, da Mackinder ad Haushofer, da Kennan a Brzezinski, che, secondo Wenmu, hanno spinto i rispettivi paesi ad allargare, in modo spregiudicato, la propria sfera di influenza, decretandone, così, la fine.

Stessa sorte per quegli Stati il cui obiettivo strategico trascende le proprie effettive capacità e non consideri l’entità del nemico che si ha di fronte. La geopolitica come “filosofia sulla punta del coltello” impone precisi dettami: nessuna grande potenza può combattere su più fronti, pena la sconfitta. Ancora una volta le teorie occidentali si sono annunciate profezie nefaste: dopo la seconda guerra mondiale, il declino del Regno Unito, la separazione tra India e Pakistan, gli infelici interventi Usa in Corea e Vietnam.

Wenmu sottolinea, inoltre, come la componente terrestre di una potenza sia necessaria nella stessa misura di quella marittima: controllare un vasto territorio può influenzare una potenza marittima e viceversa. Nell’epoca moderna l’impero britannico era più potente di quello americano poiché dominava l’Oceano Indiano; allo stesso tempo, costituiva una seria minaccia anche per l’impero russo, nonostante quest’ultimo si configurasse come potenza terrestre. Secondo la teoria di azione e reazione, per cui la potenza egemone controlla anche la retroguardia continentale, si definisce il vantaggio che solo la Cina possiede, derivante dalla sua posizione geografica e da una buona capacità di reazione nei due oceani, Indiano e Pacifico.

Il passaggio più affascinante nell’articolo mostra come esista una proporzione naturale tra i tre poteri forti dell’Eurasia: Europa, Asia Centrale e Cina. Base del potere strategico. La legge della sezione aurea dimostra, infatti, che nell’area tra il 30° e il 60° di latitudine Nord possono coesistere solo 2,5 forze strategiche. Da ciò consegue inevitabilmente che una delle tre soccombe e si frammenta. Nei tempi antichi sullo scacchiere politico coesistevano l’impero romano, diversi imperi in Asia centrale e l’impero cinese. L’ Asia centrale fu schiacciata e divisa in tanti piccoli imperi: la proporzione tra le tre potenze era 1:0,5:1. Nel Medioevo, fu la volta dell’Europa che, con il crollo dell’impero romano, si frammentò e favorì l’espansione dell’impero arabo, poi di quello dell’Asia centrale. In questo periodo la proporzione era 0,5:1:1. Con la rivoluzione industriale si affermò la rinascita europea e gradualmente si indebolì la potenza islamica dell’Asia centrale compressa tra Europa, Cina e Russia: di nuovo la proporzione era 1:0,5:1. In epoca moderna e contemporanea il declino di uno tra Europa, Cina o Russia ha causato l’ascesa della potenza islamica in Asia centrale e l’espansione verso le aree dove c’era stato il collasso delle altre potenze. Evidenza storica di questo principio, le grandi ondate migratorie dirette in Europa e la crisi dell’Unione Europea a cui stiamo assistendo.

Questi esempi storici, dai tempi antichi a quelli più recenti, aiutano a comprendere le fasi di ascesa e di declino delle potenze nel continente asiatico e l’importanza della Cina come punto di equilibrio dell’Asia, come necessaria “premessa per una diplomazia matura”.

Sebbene l’approccio geopolitico di Wenmu pecchi di egocentrismo filosofico che ripone estrema fiducia nella ricomposizione dell’equilibrio strategico della Cina e nel grande risorgimento della nazione, va riconosciuto il valore di aver delineato una geopolitica che non si configura come strumento di strenua lotta per la sopravvivenza ma come analisi obiettiva di strategia e risorse, sottolineando, allo stesso tempo, il riposizionamento della Cina a livello globale, sotto il profilo economico e soprattutto militare. La crescente potenza navale e il futuristico progetto delle nuove vie della seta rischiano di configurarsi come una reale minaccia per la talassocrazia americana che, da più parti, sferra fendenti al fine di contenerne l’ascesa: attacca l’export, condanna il tentativo di falsa integrazione delle minoranze interne, gestisce alleanze con gli Stati costieri circostanti per il controllo dei mari (es. il Quad, accordo navale tra Usa, Australia, India e Giappone).

Si impongono, pertanto, a livello più generale, considerazioni sulla diversità di approccio tra Occidente e Oriente. Se quest’ultimo lo considera, in termini economicisti, un’analisi costi-benefici, attenta alle proprie capacità e alle proprie risorse e finalizzate a favorire il disegno di un impero sinocentrico, la strategia occidentale, in particolare quella americana, ha scelto sempre un approccio esuberante che ha avuto come obiettivo consolidare le proprie posizioni. Impedire, cioè, che una qualsiasi altra potenza potesse dominare regioni considerate strategiche, se non vitali. Si legge un sostrato di paura dell’”asse occidentale” nei confronti dell’impero della speranza: siamo di fronte ad un nuovo orizzonte metodologico? Per Dominique Moisi si. La sua “geopolitica delle emozioni” potrebbe fornire un’interpretazione originale. Lo studioso divide la storia politica in tre grandi aree accomunate da un sentire omogeneo: la cultura dell’umiliazione dei popoli dell’Islam e del Medio Oriente, dimenticati dalla storia; la cultura della speranza dei popoli dell’Asia che progettano un futuro di rinascita e la cultura della paura di europei ed americani, disorientati di fronte ad una crisi di identità che fa “temere l’invasione dell Altro”. Nel caso dell’Islam, si reagisce a frustrazioni precedenti con un nuovo attivismo che in alcun casi, però, può essere nichilista (attentati suicidi dei terroristi).

E ora, stringendo il cerchio intorno a casa nostra, nella partita geopolitica globale, che ruolo gioca l’Italia? Da un lato, siamo pressati dalla potenza americana che esige fedeltà in cambio di protezione e dall’Europa che ci impone stringenti vincoli e dall’altro, protesi verso la Cina, in vista delle opportunità economiche notevoli che il progetto della Belt and Road Initiative può portare. L’ambivalente diplomazia equilibrista, che da sempre ci contraddistingue, sarà messa a dura prova: l’Italia dovrà trovare la giusta formula politica per sperare di giocare un ruolo significativo. Un ruolo che non lo releghi sulla panchina delle opportunità mondiali ma sia capace di cogliere le sfide e non rimanere indietro.
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