venerdì 28 dicembre 2018

Angelo IOPPI era un italiano.

Angelo IOPPI, era un italiano;
nel 1923 si arruola nell’Arma dei Carabinieri, torna alla vita civile dopo aver prestato il servizio di leva, e  nel 1940 viene richiamato in servizio.

Angelo IOPPI, che era un italiano, sfugge alla deportazione dei Carabinieri in servizio a Roma del 7 ottobre 1943 voluta da Berlino ed organizzata dal Maresciallo Kesserling con la complicità fattiva del Maresciallo Graziani.

Una storia troppo poco nota, ma che intendo studiare sempre più a fondo perchè svela molti dei punti cardine dell’intero impianto strutturale della futura Repubblica italiana.

Tuttavia, in questo scritto parlerò di Angelo IOPPI, un italiano che l’8 settembre 1943 aveva  ben chiaro da che parte stare e cosa fare. 


Da uomo, da Carabiniere, e da italiano scelse la lotta. 

Questa scelta lo porterà, a causa dell’immancabile delazione, nelle celle del famigerato stabile di Via Tasso sede del comando tedesco durante l’occupazione di Roma.

Vengo al nocciolo del tema: Angelo IOPPI, brigadiere dei Carabinieri e italiano, sfugge alla retata contro i Carabinieri romani, disarmati e deportati in Germania, e si unisce alla resistenza all'occupante tedesco, organizzata insieme ad altri commilitoni, avendo ben chiara la situazione dell’Italia in quel tragico frangente storico.

Nelle pagine del suo memoriale, scritto nell’immediatezza dei fatti, e che merita di essere letto tutto, chiarisce che le forze militari italiane erano preponderanti rispetto a quelle germaniche e che, qualora fossero state adeguatamente organizzate da una linea di comando degna, avrebbero senz'altro avuto la meglio sui tedeschi in tutto il territorio nazionale. 

Ma nella sua analisi va, per fortuna nostra, ben oltre evidenziando che:
”… una pletora di inimicizie, di discordie, di dissensi esisteva fra ufficiali e ufficiali, specie nei gradi superiori, senza contare l’aperto contrasto con gli altri esibizionisti, caporioni della milizia fascista … Disparità di trattamento economico, ambizioni non soddisfatte, avevano fatto sì che anche in queste organizzazioni militari, come erano l’esercito, la marina, l’aeronautica in genere, fosse dato ampio posto agli sfacciati favoritismi verso elementi di di dubbia capacità e che purtroppo attraverso incensamenti avevano raggiunto gradi elevatissimi. Non c’è quindi da stupirsi per quello che è avvenuto in seguito all’armistizio e per l’atteggiamento assunto da alcuni responsabili militari che abbandonarono le truppe in balia di se stesse o le consegnarono direttamente nelle mani del tedesco …”.

Questa breve disamina è più di un’analisi, è un giudizio storico che, a noi che oggi leggiamo queste parole, dovrebbe suonare come un gravissimo campanello di allarme per il presente visto che questo Paese, il nostro Paese è in preda ad una sterile isteria collettiva.

L’8 settembre 1943 i posti di maggiore responsabilità del Paese erano occupati da elementi di dubbia capacità e che purtroppo attraverso incensamenti avevano raggiunto gradi elevatissimi, che hanno portato, per ignavia, codardia o interesse, il Paese allo sfascio consegnandolo al tedesco prima, e alla dinamica USA-URSS dopo, ma sempre e comunque con il ruolo di Paese sconfitto. E chi a questa logica si è ribellato è stato fatto fuori. lascio a voi l'esercizio dell'elencazione.

I cortigiani di oggi hanno consegnato attraverso incensamenti il Paese di Angelo IOPPI, e di tutti quei resistenti, al padrone di turno in cambio di prebende. Padrone meno individuabile perchè globalizzato, ma pur sempre interessato ad avere un'Italia sconfitta e sottomessa ai propri interessi.

Angelo IOPPI, che era un italiano, subì durante i suoi novanta giorni di detenzione nelle celle, 13, 2 e 18 di Via Tasso a Roma, 28 interrogatori, o meglio sedute di tortura, senza concedere neanche un nome all’aguzzino, ma neanche un cenno, non una frase nella consapevolezza che dal suo cedimento sarebbe dipesa la vita di altre persone.

Ora io non chiedo a me stesso e figuriamoci agli altri atti eroica dignità umana al pari dell’italiano Angelo IOPPI, ma almeno se proprio dovete venderla questa dignità fatevela pagare oltre i 30 denari.
 



mercoledì 19 dicembre 2018

Come alimentiamo la mafia nigeriana in Italia. Casa nostra e cosa loro.

Non abbiamo finito di parlare di tangenti, pagate per l’acquisizione di licenze e commesse nell’ambito degli scambi commerciali relativi alla compravendita di prodotti per le esigenze energetiche, che i fatti di cronaca ci riportano sul tema.


Sono state depositate le motivazione della sentenza con la quale  il Tribunale di Milano ha condannato i manager e mediatori di Saipem, collegata ENI, per corruzione internazionale relativa all’aggiudicazione di commesse in Algeria, scrive il giudice milanese: ”… Saipem aveva iniziato ad ottenere i primi inviti a partecipare alle gare, avvantaggiandosi della relazione illecita intrattenuta con Khelil che, a fronte dei pagamenti ricevuti, schermati dalla galassia di società facenti capo” al suo allora segretario e braccio destro Farid Bedjaoui (il quale si avvaleva in primis di Samir Ouraied) e dei veicoli riconducibili ad Habour, aveva venduto a caro prezzo, 197 milioni di euro, la discrezionalità dell’ente nell’aggiudicazione delle commesse …”. Per approfondimenti segnalo  questo link al Fatto Quotidiano.

Nel pezzo precedente avevamo visto queste dinamiche di corruzione internazionale all’opera in Nigeria e, ancora una volta, poste in atto per conto dell’ENI, nostra principale società energetica d’interesse nazionale, attraverso le figure di secondo piano a questo scopo dedicate e su cui come in questo caso specifico finiscono per ricadere le responsabilità penali in ragione del fatto che la responsabilità penale è personale.

Un gioco delle parti che, come abbiamo avuto modo di chiarire, fa parte del normale svolgimento di queste pratiche commerciali internazionali.

Abbiamo trattato il tema puntando l’attenzione sull’interesse primario nazionale che ci rende insensibili sotto il profilo etico rispetto alla realizzazione di illeciti penali ammantati da una vena giustificatrice connessa all’interesse collettivo.

Senza tornare sull’argomento, in questa occasione vorrei, invece, far riflettere su di un secondo aspetto connesso ai fenomeni migratori. 

Spesso si sente sproloquiare la frase: aiutiamoli a casa loro. Orbene è evidente che il tema meriterebbe ben più approfondite analisi e riflessioni, tuttavia, almeno una considerazione la possiamo fare: ma quando si pagano queste tangenti miliardarie, fate voi se euro o in dollari, ma più spesso in mezzi finanziari che sfuggono alle dinamiche bancarie, chi ne risulta essere il beneficiario e che cosa comporta l’immissione in Paesi come la Nigeria o l’Algeria di questi flussi di denaro?

La risposta è abbastanza evidente: centri di potere sono i recettori delle tangenti miliardarie. Quindi tanto più denaro in nero si incamera, ovviamente ben lontano dall’entrare nel relativo circuito fiscale nazionale, tanto maggiore sarà il connesso e derivante potere da usare in favore del proprio circuito relazionare per aumentarne il peso politico ed economico alterando ovviamente le dinamiche democratiche.

In sostanza pagare le tangenti non aiuta lo sviluppo dei Paesi produttori di idrocarburi che sono ancora incagliati nella politica post coloniale di delega alle nuove élite locali che, come appare evidente, non fanno l’interesse delle collettività di riferimento.

In Nigeria la maggior parte degli omicidi politici, e sono centinaia da quando nel 1999 è tornata la democrazia, sono avvenuti nella capitale Abuja e negli stati ricchi di petrolio del delta del Niger. Questa semplice dinamica ha favorito lo sviluppo pletorico delle mafie locali che strategicamente si espandono all’estero,pur mantenendo un forte legame con la zona di provenienza, per differenziare gli investimenti dei capitali illeciti a cui si aggiungono le nuove opportunità che i nuovi mercati offrono.


Ebbene, tenete a mente il fenomeno migratorio italiano verso le americhe dalla fine dell’Ottocento o quello più recente, del secondo Novecente, della ‘ndrangheta in gran parte dei Paesi occidentali; altro non ha determinato se non il radicamento delle organizzazioni criminali italiane, sull’onda della nostra diaspora migratoria, che hanno comunque mantenuto un fortissimo legame con i vari poteri, politico ed economico nei territori di origine.

Dallo studio che stiamo portando avanti ormai da anni sulla mafia nigeriana emergono chiare e profonde similitudine con lo sviluppo internazionale delle nostre mafie; e allora forse è il caso di riflettere anche su come aiutare noi stessi, oggi, in casa nostra, perchè le proiezioni previsionali non sono affatto rassicuranti soprattutto alla luce delle linee di sviluppo storico qui accennate. 

Casa loro ormai è divenuta casa o cosa nostra, così come cosa nostra è divenuta cosa loro(quantomeno in termini di calco).


domenica 16 dicembre 2018

La corruzione oggi non è più cingia di trasmissione dell'economia come avveniva nella Prima Repubblica.


Approfitto molto volentieri dell'articolo pubblicato oggi 12 dicembre 2018 dal Fatto Quotidiano dal titolo Eni Nigeria, l’ex console italiano: “Lì e in tutta l’Africa non si lavora se non si unge”  per affontare un tema da sempre oggetto di una profonda e becera ipocrisia ovvero il dato oggettivo ed incontrovertibile che le tangenti nelle transazioni contrattuali internanzionali si pagano da sempre e le pagano tutti senza esclusione alcuna, nel pubblico e nel privato, a livello nazionale, internazionale e transnazionale.

I partiti della Prima Repubblica lo sapevano ed avevano organizzato un sistema di gestione di questi affari che non escludeva nessuno dal tavolo spartitorio. Questo a me e quello a te. Quantomeno si dovrà ammettere che, al netto della deprecabile sottostante corruzione, si trattava evidentemente di favorire l'attività di esportazione delle aziende nostrane; cosa che banalmente accade, come dimostra l'articolo del FQ ancora oggi. 

Qualche dubbio in più, lo possiamo concedere, invece si deve sollevare, ed è questa la ragione di fondo che sostiene una politica di low profile da parte di tutti gli attori coinvolti su questo tema, allorchè si tratta, al contrario, di prendere tangenti per favorire l'ingresso in Italia di prodotti o servizi esteri.

Anche in questo senso la Prima Repubblica aveva organizzato un sistema perfettamente in asse con il peso politico di ciascun partito e quindi il tutto si reggeva con qualche fisiologico scandalo frutto di gelosie e ritorsioni per non essere stati ammessi al banchetto o semplicemente perchè non soddisfatti del trattamento accordta.

Senza voler parlare delle tangenti prese dai gerarchi fasciti, e dallo stesso entourage familiare del duce, per la concessione della rete di distribusione dei carburanti in Italia a favore delle major angloamericane, senza voler neanche elencare tutti gli scandali connessi in tempi repubblicani alle tangenti pagate ai politici dai petrolieri nostrani in cambio di leggi fiscali di favore, senza voler neanche accennare al famoso scandalo Lookeed e alla relativa tangente pagata, come accertarano i tribunali statunitensi al politico italiano che rispondeva allo pseudonimo di Antelope Cobbler (non si è mai saputo chi questi fosse tra Giovanni Leone, Giulio Andreotti o Aldo Moro) per l'acquisito di arei militari, senza voler parlare della tangente Eni-Petromin che coinvolse gli arabi, senza volerne parlare è tuttavia chiaro che se vuoi vendere un prodotto oppure un servizio di una certa rilevanza in termini economici devi ungere. E devi ungere tanti e tanto, quanto più grande è l'affare.

Oggi solomanete un ingenuo può anche solo pensare che le cose siano cambiate; il meccanismo è questo e non si può cambiare perchè funziana alla perfezione.

Infine, ma secondo voi la decolonizzazione del ventesimo secolo com'è stata gestita? Ma chi avrebbe mai rinuniciato agli introiti che derivavano dallo sfruttamento delle colonie? E' bastato inserire un intermediario politico locale che grazie alle tangenti manteneva il potere ed assicurava nlel contempo le transazioni commerciali estere con i migliori pagatori (di tangenti).

In ultima analisi, punterei la riflessione sulla vera ragione per la quale bisogna interessarsi a queste dinamiche corruttive e che è la seguente: se noi ammettiamo che le tangenti le si pagano per entrare in un mercato: ad esempio Telecom in Brasile primi anni 2000, se non ricordo male, o anche Eni in Nigeria, secondo l'articolo del FQ, allora bisogna anche ammettere che i responsabili delle grandi politiche energetiche ed industriali del nostro Paese non possono resistere a questa pressione. 

Tuttavia una certezza oramai acquisita va tenuta nella massima considerazione: oggigiorno, a differenza del vecchio mondo pre globalizzazione, la politica conto molto poco e controlla ancora meno le grandi strutture economico-industriali del Paese mentre il settore privato ha preso il sopravvento sul pubblico e quindi vi chiedo a favore di chi oggi si pagano e si prendono tangenti?


sabato 8 dicembre 2018

A che punto siamo con la lotta al terrorismo islamico di matrice radicale?

Come colpire il dematerializzato Stato Islamico. Estremismo, radicalizzazione e traffici illeciti.

Questo il tema della conferenza organizzata il 6 dicembre in Roma dal Nato Defence Foundation College.

Secondo il concept paper la conferenza rientrava nella riflessione scientifica, avviata dal 2016 e strutturatasi in diversi incontri internazionali sul tema in argomento.

La guerra contro il terrorismo è un concetto politico e strategico che ha consentito di ridurre le forze terroristiche operanti sotto la bandiera di Al Qaeda e dello Stato Islamico, e contribuito ad amplificare, piuttosto che mitigare, le tensioni in diverse aree geografiche e specialmente nelle regioni del Golfo e del Medio Oriente. 
 
I suoi evidenti limiti sono emersi in Afghanistan, nonché in Iraq e in Somalia, sebbene, quale effetto positivo, abbia permesso la distruzione dell'entità territoriale del califfato dello Stato islamico tra Siria e Iraq. DAESH, dal canto suo, ha dimostrato, tra l’altro, l’obsolescenza storica del vecchio ordine regionale risalente agli accordi Sykes Picot. 

Con questa premessa è quindi d’interesse rilevare, e mettere in giusta evidenza, i concetti fondamentali che hanno caratterizzato l’iniziativa del Nato Defence Foundation College.

In particolare Peter Neumann, Director, International Centre for the Study of Radicalisation, King’s College, London ha argomentato la necessità di non ritenere esaurita la minaccia del terrorismo islamico radicalizzo in considerazione del periodo di calma che al più deve ritenersi una tregua. 
 
In effetti l’esperienza maturata nella lotta a tali fenomeni induce a ritenere degna della massima considerazione questa riflessione in quanto le organizzazioni criminali e terroristiche applicano, non tanto per vocazione quanto per necessità pragmatica, la tattica dell’immersione finalizzata alla riorganizzazione. Siamo evidentemente nell’ambito delle più comuni tattiche di chi opera una forma di guerriglia. 
 
Quindi attenzione a non commettere l’errore di smantellare quanto di buono sin qui fatto in termini di contrasto; al contrario, è proprio questo il momento di incrementare gli sforzi per giungere ad un livello di contrasto decisivo nella sua efficacia.

Quest’ultimo aspetto, quello del rafforzamento delle strategie di contrasto, ha condotto il professor Oded Eran, Senior Researcher at the Institute for National Security Studies, Tel Aviv a quella che consideriamo essere la riflessione cardine dell’intera conferenza: sono disposti i Paesi coinvolti, da Est ad Ovest, a collaborare nella condivisione delle informazioni per combattere all’unisono il terrorismo radicalizzato islamico? Lo scetticismo del professor Oded Eran, ci trova assolutamente e realisticamente concordi.

La Russia, la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, l’Inghilterra, la Francia, Israele e l’Iran possono suonare lo stesso spartito?

La riflessione del professor Oded Eran ci induce ad un passo ulteriore nel tentativo di comprendere l’evoluzione della minaccia del radicalismo islamico post califfato di DAESH.

Infatti, sotto il profilo politico deve essere anche condivisa l’affermazione dei professori Liess Boukra, Managing Director, Institut National d’Études de Stratégie Globale, Algiers e Mahmoud Karem British University and former Ambassador to NATO and the EU and Commissioner Human Rights Council, Cairo, i quali hanno sottolineato come la radicalizzazione nasca dalle condizioni di povertà, disoccupazione e, in sostanza, dalla mancanza di speranza da parte delle giovani generazioni nelle aree di quei Paesi che per noi occidentali una volta costituivano concettualmente il terzo Mondo.

Quindi, l’impossibilità oggettiva di un contrasto univoco del fenomeno terroristico, dovuto ai motivi di interesse nazionale legittimamente propri di ciascun Paese coinvolto, unitamente alla endemica crisi della maggioranza dei Paesi in via di sviluppo o diversamente colonizzati, inducono a confermare quanto denunciato dal professor Peter Neumann in termini di minaccia futura.

Riflettere su questi temi, perlopiù con le considerazioni di autorevoli esponenti internazionali, determina lo svilupparsi di dinamiche virtuose di acquisizione di conoscenza della quale non se ne ha mai a sufficienza.
Grazie per questo al Nato Defence Foundation College.
 

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