mercoledì 28 novembre 2018

Chi comanda in Italia?

Rispondere a questa domanda è apparentemente cosa semplice, ma non è così, e lo si capisce appena tentiamo di argomentare una qualsiasi risposta.
Questa considerazione apre scenari incredibili sul presente che tuttavia non può essere compreso a meno di non indugiare su  di una serie di eventi che hanno segnato il periodo storico del nostro secondo dopoguerra.

Quindi la prima cosa da fare, per sopravvivere nel marasma insensato nel quale siamo costretti a dibatterci tra uno spred che ci tormenta e un futuro che ci angoscia, credetemi, è gettare alle ortiche luoghi comuni consolidati; vi farete un grande regalo per il futuro.

In Italia non comanda nessuno. Questa è la mia risposta, forse provocatoria ma non insensata.
In Italia come nel resto dell’Occidente a dirigere le danze è il maestro d’orchestra della tecno-crazia, vale a dire il potere della tecnica e di chi ne esercita le capacità. Persone capaci cioè di gestire strumenti economici, legislativi e amministrativi già rassegnati difronte al feticcio della futura intelligenza artificiale.

Il fallimento della politica, intesa come spazio vitale della mediazione dell’interesse pubblico e di relativo indirizzo programmatico, ha significato il sorpasso dei mediocri, tanto che si può a giusta ragione parlare di mediocracy, che non hanno bisogno di conoscenza ma solamente di capacità di gestione. 
Ecco perché oggi è sconsolante ma inevitabile rilevare che …quelli di una volta … erano migliori. Lo erano sul serio e indipendentemente da qualsiasi altra considerazione.

Il mediocre deve avere due capacità gestire e dire sì; gestire ciò che altri tecnocrati gli hanno affidato e dire sempre sì, pena scendere dalla giostra. E più si eccelle in queste due capacità più si sale la scala della mediocrazia.

In due secoli siamo passati dalla presa di coscienza dell’esercizio della politica ai fini collettivi alla sua totale negazione quale strumento di programmazione, regolamentazione e gestione del bene pubblico.

In Italia l’insofferenza alla politica nasce nel 1969 con la stagione dell’autunno caldo che fece scorrere sangue freddo nelle vene dell’élite aristocratico imprenditoriale che  propose un patto per la produzione, consapevole che le masse operaie e studentesche in quell’anno avevano raggiunto il massimo potenziale esprimibile. Quell’offerta venne respinta da alcuni per chiusura ideologica, da altri per mero interesse, e da altri ancora per lungimirante calcolo.

Gli illusi ideologizzati hanno, con il loro rifiuto, consegnato il Paese agli attuali tecnocrati. Il processo è stato lungo, certo, e non è qui il caso di starne a definire tutti i passaggi rimandando ad altri scritti e lavori.  

Due sono le certezze sulle quali riflettere: oggi l’economia ha sostituito la politica; il privato ha preso il posto del pubblico con le conseguenze che il patto tra capitalismo imprenditoriale e democrazia rappresentativa è ormai saltato.

Io so, scriveva Pier Paolo Pasolini, io so ma non ho le prove, riferendosi a quei ceti e classi sociali che stavano portando il Paese allo sfascio politico, economico e culturale, ma peggio ancora a quella mutazione antropologica che oggi è oramai compiuta per cui  siamo asserviti allo spread.
È possibile una reazione a questa tendenza basta prendere tempo, fermarsi e riflettere, su cosa avevano i nostri padri, cosa abbiamo noi e cosa lasciamo ai nostri figli.

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