lunedì 12 novembre 2018

La Teocrazia scientifica che sostituisce il Sacro con la tecnica.

Antonio carissimo,

Le tue analisi puntuali, eterodosse, che da un dettaglio accompagnano alla comprensione sistemica del nostro tempo, mi hanno sollecitato una riflessione estemporanea. Viviamo un tempo dove scienza e tecnica imperversano. Da dove scaturisce la “forma-pensiero” prevalente? quando si erge la gabbia che incattivisce l’impianto gnoseologico, privandolo della speculazione, dell’ipotesi, dell’immaginifico, del patos?

Senza ambizione di onnicomprendere un eone culturale e sociale, mi adeguo alla tendenza di vedere  nel Positivismo il perno dottrinale del sistema in essere. Ci sono già state la Rivoluzione Francese e quella industriale. La borghesia ha scalzato l’ancien régime e ridotto l’incombenza della Chiesa e del Trascendente. Hobbes ha estremizzato il meccanicismo cartesiano annullandone la rex cogitans, Bentham ha già espresso la sua suggestiva aporia dell’algebra morale, l’etica è stata già maldestramente sottoposta alla matematica.

Così si arriva a Comte, un disturbato mentale che, tra ricoveri e lungodegenze, costruisce una nuova corrente di pensiero basata sulla rigorosa osservazione dei fatti oggettivi, esaltando la scienza, le sue scoperte, i suoi metodi di analisi.

L’Europa, intanto, gode di salute migliore di Comte, respira un momento di pace, la Realpolitik traccia alleanze, promuove espansioni coloniali. Si unificheranno l’Italia e la Germania. I successi dell’industrializzazione e i progressi della tecnica e della scienza, corroborano la piena fiducia che la borghesia nutre per esse. Del resto, da lì incrementa benessere e influenza politica e sociale.

Ma una classe egemone, come da studi di Gaetano Mosca, ha bisogno di una dottrina e di credenze che diano una base morale e legittimino un potere materiale. Non c’è niente di meglio che scardinare la filosofia con la filosofia stessa. Niente più indagine sull’uomo, sul suo rapporto con la natura e l reale. Niente più spirito, idea, metafisica. Prevalgono la fisica, la matematica. Le scienze sociali superstiti vi si assecondano e si lasciano permeare dalla loro presunta logica e asetticità.
Ci proverà Heidegger, con un garbato sussurro, a ricordare che “poeticamente vive l’uomo”, ma soffocherà subito. E Burke, nelle sue Riflessioni sulla Rivoluzione francese, osserva che «l’età della cavalleria è finita. Quella dei sofisti, degli economisti e dei contabili è giunta; e la gloria dell'Europa giace estinta per sempre».

L’economia è stata spogliata del suo carattere sociale e umanistico, come dovrebbe essere una materia che studia la vita dell’uomo connessa con l’impiego e la distribuzione delle risorse disponibili e producibili. Transitando per Russell, che ci ricorda che “la matematica è quella disciplina in cui non si sa mai di cosa si stia parlando e se ciò che si sta dicendo sia vero”, resta che, se dobbiamo considerare prioritario solo ciò che è traducibile nel linguaggio matematico, le emozioni, l’anima, l’amore finiscono in una categoria ontologica inferiore.

Il liberismo si appiglia a questo sistema culturale già consolidato. Dopo un secolo di intermittenze dovute a crisi diffuse e guerre mondiali scaturite in buona parte dalle sue stesse logiche, ci domina incontrastato da quasi cinquant’anni. Relega lo Stato a comparsa, limitandone la politica fiscale col pareggio di bilancio e quella monetaria col cambio fisso. Celebra la supremazia dei mercati che si autoregolamentano, dote presunta e mai comprovata, e la assoluta libertà dell’individuo a intraprendere e agire nell’ambito di un sistema aperto. Il risultato tangibile é il prevalere di aziende lontane da un principio di etica e utilità sociale, non essendo profittevoli e misurabili. È la convinzione che, essendo il singolo libero di affermare sé stesso, non ha bisogno di protezioni e ammortizzatori. È che il premio alla totale adesione a questo darwinismo sociale opportunista, anaffettivo, disumano, consiste nel merito alla sopravvivenza, mentre chi non corrisponde alla logica di sistema viene cancellato socialmente. È che si è cancellata un’aristocrazia di tradizione e di sangue, in favore di un’aristocrazia di pistoleri da far west. È che il termine “sfida” ricorre come richiamo dilettevole nella quotidianità, quando la vita di gruppo dovrebbe improntarsi alla cooperazione e l’armonia diffusa. Il risultato tangibile del liberismo, è il suo reiterato fallimento, da noi scontato con il suo inesorabile perdurare.

Questo apparato tecnicistico e tecnocratico, oggi si esprime in un sistema di misurazioni diffuse, che pretendono di quantificare perfino la cultura e la logica, in un delirio di sigle insulse, di rating, di punti da accumulare come a un gioco.

Intanto, l’Università è sempre meno universale, ridotta a tre anni di conoscenze a sprazzi e due, eventuali, di ulteriori specializzazioni. Le arti sono un veicolo di stupore o di meccanicizzazione reiterata e programmata di surrogati di emozioni. L’insuperabile bisogno del Mito, si soddisfa in saghe cinematografiche dove il messaggio annega negli effetti speciali per ridursi in capziose dimensioni subliminali. L’architettura definisce spazi contrari all’uomo, confondendo nella domotica e nel ciarpame a basso costo la sua misantropia. La musica esalta istinti tribali con loop di sequencer, sintesi di suoni stranianti, artifici digitali, uccisa nella precarietà del Torrent e del download selvaggio. Senza trascendenza, senza astrazione, senza poesia, mancano i fondamentali necessari a qualunque espressione artistica.

Il declassamento degli studi umanistici impedisce di formare capacità di giudizio su quelle realtà che non sono eventi della natura ma atti degli uomini. Studiando solo le scienze naturali la quasi totalità del mondo umano ci sfugge, con gaudio di qualcuno. Le tecnologie si prestano a convivere con universi morali molto lontani, e da ciò nascono problemi immensi se non esiste un indirizzo verso il bene umano assicurato dall’etica. La teocrazia scientifica e tecnica, escluso l’Uomo e il Sacro dal campo di osservazione, cancella non solo l’etica, ma ogni sua derivazione ontologica, derubricando la morale a un mero esercizio di disciplina funzionale, degenerando fino alla vacuità dei diritti civili promossi a paradigma di bene, che, in quanto circostanziati e sottostanti, non colmeranno mai il vuoto creatosi.
Questo, amico mio il giogo culturale che ci opprime più di un modello economico deleterio.

mercoledì 7 novembre 2018

Il Giro dell'Italia spezzata: una sgambata ragioniere Ugo Fantozzi?

Il Giro d’Italia 2019 sarà all’insegna dell’equilibrio tra cronometro e montagne. Sulla carta sembrano predominare le salite, alcune inedite, altre dei mostri sacri come il Gavia e il Mortirolo, ma le prove contro il tempo aprono e chiudono i giochi. E a metà del cammino c’è la Riccione-San Marino (RSM) che non favorisce gli specialisti. Chi saranno i campioni più adatti a questo tracciato? 

Questa è la presentazione ufficiale del percorso del Giro d'Italia 2019, che potete trovare sul sito ufficiale dell'evento; e questa è l'immagine del percorso.

Il giro d'Italia, stando alla sua stessa inequivocabile definizione, deve, o dovrebbe, fare il giro del Paese; dovrebbe toccare tutte le regioni che compongono il puzzle Italia.

Ma allora non capisco: perchè dopo la fantosiosa partenza da Gerusalemme dello scorso anno quello prossimo è stato concepito  come il giro di mezza Italia con puntata affatto casuale, ma senz'altro molto commerciale,  a san Giovanni Rotondo dal povero  Padre Pio?

Perchè estromettere una considerevole porzione del Paese da questo evento?

Non abbiamo difronte una porzione di territorio secessionista, ma forse abbiamo un planning di costi e ricavi che, incluedendo il resto del sud d'Italia finirebbe in passivo.

Eppure, il Giro in maglia rosa è stato anche, e  per fortuna, molto altro. Nel 1948, la giovanissima Italia repubblicana è stata ad un passo dalla guerra civile; si è rischiato il ritono alle armi in piazza a seguito dell'attentato subito dal migliore Palmiro Togliatti, segretario del Partito comunista Italiano. La leggenda vuole che gli animi si calmarono grazie alla sfida, una delle tante, tra i campionissimi dell'epoca Coppi e Bartali proprio per l'epilogo di quel Giro d'Italia ciclistico.

Quello era un Giro d'Italia che univa, questo del 2019, è un giro di un'Italia già divisa.

Lo avevano già sancito le recenti elezioni politiche in maniera plastica; lo conferma anche l'interesse economico-sportivo che, per inciso, un inchino, comunque a San Giovanni Rotondo lo farà per evidente devozione.

Lo Stato, quando c'è serve anche a questo, a tutelare il proprio interesse nazionale, ovvero il superiore interesse sul particolare; esistono benefici che superano il mero conto economico e rientrano nel bene primario collettivo dell'integrità dello Stato; ma evidentemente questo bene primario comune qualcuno non lo ritiene più tale.

Segno dei tempi che cambiano.

L'Italia, la Patria, la Nazione, ormai non esiste se non come sfondo a vuote cerimonie commemorative, lugubri manifestazioni di un credo ormai dissolutosi lentamente nell'oblio della nostra memoria.



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