giovedì 6 settembre 2018

3 passaggi per comprendere la situazione in Libia


La retorica mediatica sulla Libia non aiuta lo sforzo di comprensione della reale situazione in loco, delle prese di posizioni del governo ed infine delle differenti visioni in Italia sul tema.


Ho già chiarito che attualmente le nostre antenne sul territorio sono ridotte ad una risicata compagine di operatori dei nostri servizi d’intelligence; e che gli interessi della compagnia petrolifera ENI, non necessariamente coincidenti con quelli nazionali, vengono tutelati in forma privata dalla compagnia stessa che ricorre all’ingaggio delle milizie locali per tutelare le proprie infrastrutture, l’incolumità dei propri dipendenti e, in sostanza, la regolarità del flusso di petrolio e gas. 


All’Italia -in Tripolitania- è  stato assegnato dagli angloamericani il compito di fungere da contraltare alla compagine internazionale composta essenzialmente da Francia, Russia ed Egitto, che sostiene il governo in Cirenaica.


Questo compito, è bene chiarirlo, non garantisce all’Italia alcuna opzione sul futuro della Libia. Abbiamo accettato questa parte nella speranza di poter costruire dinamiche positive locali che ci permettessero di fronteggiare il flusso migratorio africano che non accenna a rientrare in termini fisiologici e accettabili.


Dal 2014 migliaia di africani si sono imbarcati dalle coste libiche intraprendendo l’ulteriore tappa di un tragitto che dalle zone di origine dovrebbe completarsi con l’ottenimento del visto di asilo in Europa. 


In Italia sono arrivati oltre 600.000 migranti in quattro anni e più di 12.000 sono morti nel tentativo di superare il Mediterraneo.



L'Unione Europea ha recentemente approvato un ulteriore pacchetto di supporto da 90 milioni di euro per la gestione di questo flusso migratorio ampliando lo spazio di protezione e sostenendo lo sviluppo socio-economico in Libia.


Questa politica si è rivelata fallimentare per il solito motivo: i soldi finiscono sistematicamente nel gorgo della corruzione che ne sterilizza il potenziale virtuoso.


Preso atto di questi fatti oggettivi passiamo a ragionare delle dinamiche che producono il sostanziale caos in Libia, tanto in Cirenaica, che nel Fezzan e, più chiaramente in queste ore, in Tripolitania.


La Libia è segnata da queste tre regioni in cui vivono popolazioni africane e arabe, quest’ultime di più recente stanziamento, che si sono incistate in realtà berbere preesistenti. Il Paese, per lo più desertico, si caratterizza per due differenti entità urbane: quelle costiere e quelle interne. In entrambi i casi, tuttavia, la struttura sociale dominante è quella a connotazione tribale. 


Le grandi famiglie, i clan, difendono il proprio spazio vitale, del quale sono i responsabili di prima ed ultima istanza, attraverso la costituzione di milizie che sostituiscono lo stato, inesistente dal 2011, nell’esercizio della forza.


Tre sono i principali passaggi storico-politci da considerare per un’analisi sull’attuale situazione libica:


  • Indipendenza, il 24 Dicembre 1951 inizia il regno di Re Idris I sostenuto dagli interessi inglesi;

  • Petrolio, che negli anni sessanta è arrivato con la sua portata di corruzione;

  • la rivoluzione di Gheddafi, il 1° Settembre 1969.


Il processo d’indipendenza ha consegnato la Libia ad un protettorato inglese scalzato dal colpo di stato dei militari fedeli a Gheddafi con il sostegno decisivo della sua tribù e delle connesse alleanze e, senza meno, con un sensibile aiuto italiano.


Le classi dirigenti che avevano condotto all’indipendenza erano composte da anziani con un’influenza ed una levatura morale non ancora corrotta dal male nero del petrolio; mentre le classi dirigenti che si sono formate nei quarant’anni di regime gheddafiano sono ben altra cosa. Non esistono oggi personalità che si stagliano sulle altre a causa dell’ovvia politica del regime di non favorire personaggi che avrebbero potuto insidiare la figura del rais.    


La rivoluzione si è basata e retta per quarant’anni sul compromesso raggiunto da Gheddafi con l’insieme delle tribù che ricevevano benefici dallo statu quo ante.


Una volta rimesso in gioco questo equilibrio con la fine del regime siamo fatalmente tornati al punto di partenza in cui tutte le tribù hanno avuto la necessità fisiologica di assicurarsi la propria sopravvivenza che fino a quel momento era comunque garantita. 


L’autorità dei capi tribali con la fine del regime è stata rimessa in discussione costringendoli a riprendere le armi per assicurare un futuro alla propria gente.


Quelle che in occidente chiamiamo milizie altro non sono che l’espressione armata di tribù che rivendicano un ruolo nella propria terra e sono disposte a qualsiasi azione pur di non essere estromesse dalla sua gestione.


Ed ecco che le milizie si dedicano essenzialmente a tre generi di attività spesso in sinergia: 


  • protezione agli interessi delle compagnie petrolifere estere;  
  • attività criminali, prime fra tutte lo sfruttamento del flusso di migranti; 
  • garanzia di sicurezza per le attività di qualsiasi natura economico-finanziaria.



Quindi, e per finire questo scritto che avrà un fisiologico seguito nell’analisi della gestione dei flussi criminali, la crisi libica è una crisi di strutture sociali arcaiche che in passato sono state tenute insieme e gestite con la garanzia di redistribuzione delle ricchezze che derivavano prevalentemente dallo sfruttamento dei giacimenti di petrolio.


Nessuna tribù cederà mai il proprio spazio vitale se non a fronte di garanzie sostanziali per la propria sopravvivenza. Dalla città della costa a quelle interne, dai villaggi alle principali città, il legame tribale sarà sempre determinante per qualsiasi scelta di ogni libico.


Questo è uno dei motivi che hanno determinato l’esplosione del flusso migratorio seguito alla caduta del rais; ed è su questo che bisogna agire per limitarne la vitalità sebbene, sia chiaro, il flusso migratorio di questo secolo ha ragioni ben più articolate e profonde della crisi libica.


Non si pensi di affrontare la crisi libica nella speranza di risolvere il problema migratorio perchè sarebbe solo una pia illusione.

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