martedì 4 settembre 2018

L'Italia in Libia: questa è la verità per capire che è ora di cambiare.

Facciamola finita: l’Italia è declassata a Paese quasi irrilevante. E prima lo si ammette, prima è possibile porre rimedio a questa situazione disastrosa.

Nel secolo scorso esisteva il primo mondo fatto di potenze, inserite nel gioco delle due super-potenze, al quale noi appartenevamo, un secondo mondo fatto di Paesi non allineati, e oggetto di interesse dei primi, ed infine il terzo mondo fatto di Paesi irrilevanti.

Oggi l’Italia è in bilico tra l’essere –ancora- oggetto di interessi delle potenze straniere, con una evidente tendenza al divenire irrilevante. La conferma è desumibile dall’evolversi della situazione libica nella quale rivestiamo un ruolo, marginalissimo e più che altro mediatico, solo in ragione dell’appoggio dell’amministrazione Trump.

L’ENI va per suo conto e non è l’Italia; è altro ormai da molto tempo.

E’ lontanissimo quel 1969, anno fatidico per l’ascesa al potere in Libia del giovane tenente Gheddafi aiutato nell'impresa dalla nostra intelligence nello scalzare re Idris sostenuto dai britannici.

E’ ancora lontano, ma non proprio lontanissimo nel tempo, l’anno d’ingresso del capitale libico in Fiat, voluto da un Avvocato con una sincera ammirazione per il rais.

Ancora meno lontane la strage di Bologna e, quella dell’aereo Itavia inabissatosi nelle acque di Ustica, che sempre più si connotano per la presenza e l’intreccio di interessi che vedono la Libia di Gheddafi fortemente coinvolta.

Tutto ciò comunque oggi non esiste più per un motivo banale: non esiste più l’interesse primario nazionale che è stato sostituito da un interesse nazionale -eventuale- ed  ancillare rispetto a coaguli di potere economico bastardi (multinazionali).

Prima della cesura del 1978, rappresentata dalla fine della terza via italiana nella gestione della cosa pubblica, individuabile nella capacità di Aldo Moro di tenere insieme tutte le forze nazionali, diciamolo pure, anche sulla base di una corruzione imperante, lo Stato aveva l'interesse diretto a tutelare le grandi aziende pubbliche o a partecipazione pubblica. 

IRI ed ENI per citarne le più importanti, ma anche la FIAT della famiglia Agnelli, rappresentavano, l’interesse nazionale  in quanto i rispettivi rapporti commerciali generavano ricchezza, e tangenti per tutti.

Come dimostrano i risalenti dati economici il sistema filava.

In tale contesto generale lo Stato aveva la strutturale ed irrinunciabile necessità di tutelare gli interessi specifici di queste grandi realtà economiche in Italia, ma soprattutto all’estero, vero agone di confronto con i competitori internazionali.   

Ecco perché eravamo molto presenti in aree quali Libano, Somalia e Libia, attraverso l’opera dei Servizi d’intelligence, essendo riusciti a stabilire consolidate relazioni  con tutti gli attori internazionali e locali anche tra loro antagonisti.

Oggi, come detto, la situazione è totalmente cambiata ed onestamente non mi meravigliano le indiscrezioni secondo le quali il nostro impegno d’intelligence in Libia, e Tripolitania in particolare, è residuale.

Cosa dovrebbe fare la nostra intelligence: tutelare quali interessi? Quelli di piccole e medie aziende che riescono ad assicurarsi appalti di relativa grandezza? 

Assolutamente non in linea con l’agire dei servizi d’intelligence che in un quadro simile dovrebbero avere una missione ampia e servente ad una strategia chiara di difesa di un interesse nazionale condiviso.

Purtroppo è fin troppo chiaro che lo Stato italiano non ha una strategia in Libia semplicemente perché non ha interessi propri in loco, se non quello residuale, e più che altro velleitario, di fermare i flussi di migranti che nessun libico ha intenzione di interrompere in considerazione dei guadagni che genera.

A conferma di questo quadro d’analisi è sufficiente rilevare che l’Azienda petrolifera ENI provvede in proprio alla sicurezza dei suoi investimenti tutelando con strutture private i suoi beni e personale in loco.

In sostanza, l’Italia ha perso la Libia avendo assecondato l’operazione di frantumazione di quell’equilibrio che altra classe politica aveva, con una visione lungimirante, stabilito.

Andiamo a fare la guerra in Libia, e a quale scopo?

Invadiamo la Libia e la conquistiamo? Per farci cosa? 

Siamo seri e realisti: la Francia, anche se a fatica, ha il controllo del Sahel e della Cirenaica, quest’ultima in comproprietà con Egitto e Russia, e la Tripolitania esiste solo in ragione dei desiderata USA quale spina nel fianco in funzione antirussa e francese.

Noi siamo irrilevanti.

E lo saremo fintanto che non si torni a costruire una visione che sia il frutto del superamento di antagonismi interni.

Tripoli non è più il bel suol d’amore.

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