sabato 25 agosto 2018

Come comprendere il dissesto italiano in 3 passaggi storici


E’ finita la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia è in buona parte distrutta e lo sono soprattuto le grandi città. 

Macerie moderne su macerie antiche: un Paese destinato a convivere con il vecchio e l’antico. 

In effetti la situazione non era nuova del tutto; appena unita quest’Italia, scoprì la voglia di modernità, di costruire la nuova struttura di molte delle città più importanti. Basti pensare che dopo la breccia di Porta Pia, iniziò a Roma la prima grande speculazione edilizia mentre Torino aveva già dato, e Firenze ci aveva provato. 

E’ l’altalena delle capitali del nuovo regno sabaudo. Ora in effetti il romano Pontefice si era visto espropriare gran parte dei suoi possedimenti a differenza di quanto subirono le grandi famiglie della nobiltà nera romana che seppero cogliere al volo le nuove opportunità gettandosi nell'edilizia pubblica e privata. Terreni e pascoli pronti per cedere il passo, dietro lauto compenso, alla nuova Italia; e giù a speculare ma si sa che all’Italiano la casa di proprietà piace.

Finita la Seconda Guerra Mondiale la cementificazione del Paese si realizza senza regole, criterio e logica: l’importante è lottizzare e costruire.


Facciamo ora idealmente un salto nel 1964, anno in cui in Italia si assiste a quello che viene erroneamente ricordato come il primo tentativo di colpo di stato della Repubblica; in realtà il paese aveva già vissuto un tentativo di colpo di stato nel 1947, fatto per forzare Alcide De Gasperi a far uscire il PCI dal governo di unità nazionale. Questo del 1964 invece non fu affatto un tentativo di colpo di stato bensì un ricatto ottimamente riuscito.

Ce lo dice persino Aldo Moro nel 1978 durante la sua „prigionia”  … i fatti del 1964 furono una pesante influenza… il presidente Segni ottenne, come voleva, di frenare il corso del centro-sinistra… l’apprestamento militare, caduto l’obbiettivo politico … fu disdetto dallo stesso capo dello Stato… quindi nessun tentativo ma un’operazione perfettamente riuscita da parte del Capo dello Stato con il ricorso all’Arma dei Carabinieri.

Ora la domanda è: per quale ragione il capo dello Stato non voleva il governo di centro sinistra vale a dire il secondo gabinetto presieduto da Aldo MORO, che si appoggiava su DC, PSI, PRI e PSDI?

Attenzione alla risposta: il minacciato colpo di stato del 1964 serviva, anche, e forse soprattutto, ad evitare il processo di nazionalizzazione di alcuni servizi (quello dell’energia elettrica aveva già creato grandi malumori ai lobbisti del mercato) e soprattutto la nuova politica di urbanizzazione del Paese attraverso una specifica legge proposta dal ministro democristiano dei lavori pubblici Fiorentino SULLO nel IV governo Fanfani nel 1963, invisa al potente partito del cemento e dell’edilizia che, come abbiamo visto, veniva da molto lontano. 

La minaccia del colpo di Stato ebbe effetto; Pietro NENNI cedette al ricatto e rinunciò alle riforme promesse e persino la DC scaricò il suo stesso ministro che venne messo al bando attraverso una campagna di denigrazione mediatica spaventosa; pensate lo definirono frocio e ricchione, epiteti che oggi sarebbero stati un valido viatico per qualsiasi carriera. 

Pensate che ancora oggi persino la prestigiosa Enciclopedia Italia Treccani evita di menzionare persino la sua partecipazione ai governi seguiti al 1963 fermandosi con la cronistoria della sua attività parlamentare al 1962.

Ah, per inciso, il segretario della DC era Aldo MORO, il quale in ossequio al pragmatismo politico cedette volentieri il passo disconoscendo la riforma proposta dal collega di partito.

Ma cosa voleva regolare  Fiorentino SULLO con la sua legge? Addirittura stabilire delle regole, da demandare alle autorità locali per il l’applicazione ed il controllo, tese a garantire il rispetto del sistema urbanistico nazionale limitando i danni di un abusivismo imperante. 
Era veramente troppo, nessuno aveva mai osato tanto.

Tutto ciò non si poteva fare; non si potevano stabilire delle regole perché eravamo negli anni ’60, gli anni del Sacco di Palermo che grazie ai vari esponenti della locale DC dei deputati e senatori: Gioia, corrente fanfaniana, Lima, corrente andreottiana e Ciancimino, corrente pro domo Cosa Nostra siciliana sventravano la bella e Liberty Palermo per fare spazio a caseggiati orrendi con il pretesto di dare una casa a tutto il popolo; eravamo negli anni del Sacco di Napoli descritto da Francesco Rosi nel film Le mani sulla città; eravamo negli anni del Sacco di Roma, l’ennesimo, descritto da Pier Paolo Pasolini quando ci racconta delle sue periferie intravedendo lo scempio dell’innocenza popolare; ma anche del Sacco di Milano e via saccheggiando.

In altre parole dietro lo spauracchio del comunismo sovietico si nascondevano gli statunitensi che facevano lucrosi affari, mentre dietro lo spauracchio del PCI si nascondevano moltissimi altri facendo enormi affari.

Morale della favola, è vero che nessuno del blocco occidentale voleva i comunisti, persino gli stessi comunisti italiani non volevano diventare sovietici, però bisogna prendere finalmente atto che dietro questo paravento ideologico ci hanno campato in molti, anzi in troppi, e che il conto lo stiamo ancora pagando oggi, come dimostrano le disgrazie che ci colpiscono a ritmo incalzante, e non senza colpa da parte di ciascuno di noi.

Allora, se oggi vogliamo risorgere, perché di questo c’è bisogno, di un Nuovo Risorgimento, è importante conoscere l’altra storia d’Italia, quella che non è politicamente corretta e che non trova albergo nelle celebrazioni ufficiali, altrimenti i soliti beceri opportunisti, nazionali ed esteri, continueranno a propinarci storielle per candide verginelle.





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