giovedì 28 giugno 2018

La nuova via della seta cinese la One belt One road approda a Ravenna.



Ha aperto la sua sede a Ravenna acquisendo know how italiano la China merchants industry technology , conglomerata della China merchants group, seconda tra le aziende statali cinesi che è collegata alla China merchants bank e che opera in decine di porti nel mondo.
La via della seta, parte dell'iniziativa d'espansionismo commerciale cinese denominata One Belt One Road, interessa sempre più il nostro Paese in settori altamente qualificati come la cantieristica dell’ingegneria di base per le piattaforme petrolifere e per le navi da crociera fino a 250 mila tonnellate.

All'incirca a 70 anni dalla sua più recente unificazione, seguita a due secoli di decadenza e cinque decenni di frammentazione, la Cina è in fase di forte espansione con conseguente accrescimento della sua influenza sul globale. In tale quadro è evidente lo sforzo di adattamento alle nuove sfide geopolitiche che l'Impero di mezzo è chiamato a sostenere.

La geopolitica dei mari è decisiva nello scontro con l'altra potenza talassocratica mondiale gli U.S.A. e il nostro Paese, com'è evidente è al centro degli interessi di entrambe le potenze.

L'Italia potrebbe costituire un segmento importante di congiunzione delle vie commerciali e d'influenza politico-economica cinese, dal nord attraverso la rinnovata via della seta e dal sud attraverso la direttrice africana alla quale gli strateghi cinesi stanno dedicando enormi sforzi.

Siffatta eventualità metterebbe il Paese al centro di ulteriori fortissime e pericolose tensioni soprattutto con la Francia che non a caso, nei tempi recenti, è attivissima sul proscenio internazionale.   

In un contesto internazionale di tensioni commerciali e militari il Paese deve presentarsi con una visione di politica chiara, condivisa e sostenuta che vada oltre la sola difesa dei due pincipali assetts commerciali ENI e Leonardo: l'Italia nel suo insieme  è un asset appettibile per le maggiori potenze mondiali attualmente egemoni e va difesa con un cambio di strategia che superi la mera protezione di comparti singoli. 







mercoledì 27 giugno 2018

Da Ustica 1980 agli Hot Spot: la guerra francese all'Italia continua


Il 27 giugno del 1980 un aereo di linea italiano, volo IH870 ITAVIA, partito da Bologna e diretto a Palermo, scompare dai radar precipitando nel Tirreno;  81 vittime, 77 passeggeri, tra cui 11 bambini, e quattro membri dell'equipaggio.

Su quanto accadde realmente ancora non esiste una qualche verità, giudiziaria o storica che sia, solo ipotesi che via via si consolidano indirizzandosi verso una ricostruzione quantomeno plausibile se non probabile dei fatti che delinea uno scenario di guerra nei cieli e nel mare italiano. 


Gli attori sono militari e le vittime civili, americani e francesi con parte attiva, italiani con responsabilità passive, quelle accertate di copertura dei fatti. Il convitato di pietra di questa brutta storia è ancora una volta e sin da allora la Libia; la Libia del colonnello Gheddafi molto amica dell’Italia.


Sono passati 38 anni, il mondo è cambiato ma l’antagonismo francese nei confronti nel nostro Paese non è mutato d’intensità. La contesa è sempre incentrata in quella grande porzione d’Africa, Sahel e sub Sahara, che per i francesi è vitale sotto il profilo economico in ragione degli enormi interessi che ne influenzano e delimitano la politica estera nell’area, mentre per noi è legata alla Libia ed allo sfruttamento degli assets energetici.


In queste settimane la linea di tensione geopolitica tra gli interessi italo-francesi si va nuovamente acuendo tra la Libia ed il Niger, più precisamente nell’area del Fezzan, città di Kufra e Sebha da secoli i terminali delle rotte carovaniere provenienti dal cuore del continente africano. 


La guerra per procura che ha nei flussi migratori la sua rappresentazione plastica riscalda sempre più i rapporti tra cugini.

Cugini che la guerra se la fanno da sempre con alterne vicende che tuttavia nel recente passato arridono evidentemente alla compagine d’oltralpe.


La gestione dei flussi criminali nel Sahel e nel Sahara è controllata da una rete di attori ristretta e molto chiusa; trasferire grandi quantità di droghe ed esseri umani attraverso un territorio pieno di banditi e di gruppi armati che controlla le reti e il territorio richiede necessariamente forti e stabili connessioni di alto livello tra governi e attori non statali, notevoli finanziamenti, esperienza logistica e la capacità di usare la forza contro i potenziali rivali. 


In sostanza, quando sentiamo parlare di hot spot in Libia altro non parliamo che d’ingerenza in questioni interne di stati sovrani di cui miniamo la credibilità difronte ai propri cittadini agendo in favore delle strutture di potere consolidate ed uniche in grado di assecondare i nostri desiderata. Gli esempi non mancano di certo: una pletora di banditi e gruppi criminali hanno avuto il sostegno dei governi in Niger, Libia, Ciad, Burkina Faso e Mali piegati dal sostegno di interessi stranieri.



Nuova strategia vecchio colonialismo: forse noi siamo i meno peggio.


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