martedì 29 maggio 2018

Il “paradosso Savona” e la geopolitica dell’Euro.


La nebbia si dirada e quello che con il passare delle ore emerge è un quadro tutto sommato comprensibile che ci consente di riflettere su quanto accaduto nelle ultime 48 ore a proposito della formazione del nuovo esecutivo con specifica attenzione sul dicastero dell’economia.


Nel recente post: Tutti a casa: la fine del vincolo esterno, abbiamo messo in relazione la questione formazione dell’esecutivo con la situazione internazionale e la definizione degli assetti geopolitici che vanno delineando il Nuovo Ordine Mondiale alla luce della nostra definizione di Potere:

 Il niet al professor Paolo SAVONA è stato argomentato in ragione della sua avversione nei confronti della moneta unica europea. Non interessa in questa sede entrare nella questione Savona si, Savona no, in quanto più importante appare il paradosso che la questione Savona comporta; e a definirne la portata è lo stesso interessato in un comunicato del 28 maggio, scrive Paolo Savona:

"… Più incisivo e vicino al mio pensiero è il commento di Münchau. Nel suo commento egli analizza come deve essere l’euro per non subire la dominanza mondiale del dollaro e della geopolitica degli Stati Uniti, affermando che la moneta europea è stata mal costruita per colpa della miopia dei tedeschi. La Germania impedisce che l’euro divenga come il dollaro 'una parte essenziale della politica estera …” 


Il tema principale mi sembra emerga chiaramente dalle parole del professore e riguarda il ruolo della moneta unica europea non la sua messa in discussione in quanto tale, la sua esistenza, ma il suo ruolo.Questa è la posta in gioco politica e non economica che sottende alle dinamiche istituzionali innescate dalla necessità di formare un nuovo esecutivo.


Come anticipato la fine del Berlin Consensus significa chiaramente che quella scuola accademica che ha scommesso sul raggiungimento di un’unità politica comune in Europa ha visto fallire il proprio disegno avviato nel 1951 con il primo trattato della CECA.

Il professor Savona , mi pare, sia consapevole di questo fallimento politico:

“… Purtroppo il dollaro ha perso questa caratteristica, l’euro non è in condizione di rimpiazzarlo o, quanto meno, svolgere un ruolo parallelo, e di conseguenza siamo nel caos delle relazioni economiche internazionali; queste volgono verso il protezionismo nazionalistico, non certo foriero di stabilità politica, sociale ed economica …".


Una persona, un economista che ha creduto fortemente nell’Euro oggi rivendica quel ruolo e avrebbe cercato di trasformarne le attuali caratteristiche non rinnegandolo, ma tentando di influenzare le decisioni dei partners  europei spingendo la Germania verso una convergenza di gestione in funzione politica dell’Euro.

“… Münchau giustamente afferma che teme non vi sia un sostegno politico nel Nord Europa e quindi non ci resta che patire gli effetti del protezionismo e dell’instabilità sociale. Si tratta di decidere se gli europeisti sono quelli che stanno creando le condizioni per la fine dell’UE o chi, come me, ne chiede la riforma per salvare gli obiettivi che si era prefissi …".


L’Euro si basava sulla disponibile flessibilità, non certo a costo zero, dei Paesi del Nord Europa nei confronti di quelli mediterranei con caratteristiche intrinsecamente differenti in relazione ai fattori economici strutturali. La Germania, e questo è messo in discussione da molti, Paolo Savona  tra gli altri, per ragioni interne, anche collegate ai rapporti economici e commerciali con Russia e Cina, non può continuare a tenere il piede in due scarpe ed ecco che l’impalcatura Euro inizia a crollare.


Ancora il professor Savona:

“… L’Italia registra fenomeni di povertà, minore reddito e maggiore disuguaglianze. Il 28 e 29 giugno si terrà un incontro importante tra Capi di Stato a Bruxelles: chi rappresenterà le istanze del popolo italiano? Non potrà andarci Mattarella, né può farlo Cottarelli. Se non avesse avuto veti inaccettabili, perché infondati, il Governo Conte avrebbe potuto contare sul sostegno di Macron, così incanalando le reazioni scomposte che provengono dall’interno di tutti indistintamente i paesi-membri europei verso decisioni che aiutino l’Italia a uscire dalla china verso cui è stata spinta …”.


In sostanza andiamo all’incontro di giugno senza rappresentanza politica forte che avrebbe, e questo è interessante da rilevare nel passaggio appena citato, avuto la possibilità di coalizzarsi con la Francia nel tentativo di realizzare un’ulteriore passo avanti, forse in extremis, verso lo sviluppo di una politica economica condivisa incanalando positivamente le molteplici e diversificate istanze dei Paesi membri in un periodo di transizione epocale innescato dal ripiegamento psicologico statunitense che ha nella nuova politica dei dazi l’espressione più evidente.

A questo punto emerge chiaro il paradosso: Paolo Savona vuole salvare l’Euro spingendolo in avanti sul cammino che era stato ipotizzato a Maastricht con in mente il traguardo di una politica economica condivisa che lo avrebbe portato fisiologicamente a surrogare il ruolo del dollaro a livello mondiale; ma Palo Savona passa per il paladino dell’uscita dall’Euro.


Situazione: lo scontro politico si è già oggi trasformato nel referendum a favore o contro l’Euro e il traguardo delle prossime elezioni servirà  a sancire la volontà popolare di abbandono della moneta unica.

Ma è oramai chiaro che esistono convergenti interessi internazionali di molti attori che spingono per il SI; e la Germania, come ci dice anche Paolo Savona oltre a decine di accademici tedeschi, ha tutto l’interesse ad dall’Euro, così come gli statunitensi non hanno alcun interesse ad un euro forte e stabilizzato a trazione tedesca in quanto la Germania sta inesorabilmente, e pericolosamente,  scivolando verso un’influenza russo-cinese.


In definitiva, possiamo ancora una volta constatare quanto il Potere sia una cosa meravigliosa: ti porta per mano a fare qualcosa per il proprio tornaconto inducendoti a credere che sia per il tuo bene.


Tema di riflessione: la stagione di mani pulite. Quanto ci costa ancora oggi la distruzione dell’idea stessa politica, al netto delle responsabilità personali dei singoli delinquenti corrotti?  Eppure eravamo così felici, tiravamo le monetine.




domenica 27 maggio 2018

Tutti a casa: la fine del vincolo esterno.


Tutti a casa e ognuno per se. 

Siamo, comunque vadano le cose a proposito della formazione del Nuovo Esecutivo, ad un punto di non ritorno: il tema del vincolo esterno non rappresenta più un dogma e quindi un atto di fede. In un certo senso si tratta di un proto-8-settembre 1943 allorchè il vecchio ordine, in Italia certo, ma anche a livello europeo e mondiale andava definendosi secondo gli esiti di potere frutto dell’intervento statunitense in Europa. 

Cos’è il vincolo esterno è presto detto: la cessione di sovranità nazionale ai mercati attraverso la Banca Centrale Europea; in altre parole, il prezzo della credibilità del Paese sotto il controllo del marco tedesco travestito da Euro.

E allora cerchiamo brevemente, attraverso alcune riflessioni, di individuare i momenti salienti del percorso e dei motivi che ci hanno condotto allo stallo istituzionale (nel momento in cui scrivo ma poco importa nell’economia del ragionamento generale) odierno perfettamente didascalico di quanto il dado sia ormai tratto.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale premeva l’esigenza di ricostruire un’Europa devastata per tornare a fare business as usual e nel contempo fronteggiare il nemico Sovietico pericolosamente in salute e minaccioso sul limes orientale. 

Questi due imperativi spinsero gli Stati Uniti all’adozione di politiche di aiuti per la ricostruzione a patto di essere fedeli ai valori liberisti e democratici che plasmarono il blocco occidentale del quale il nostro Paese era parte integrante ma con un problema che ci è costato decenni di tensioni interne: la presenza del maggior partito Comunista pericolosamente in salute e anzi sempre più forte vicino all’area di governo fino al 1978.

Al di la dei fatti (stragi, omicidi, finti suini, mafie, bande di criminali, terrorismi di vario colore spontanei o spontanei)  interni all’Italia, che comunque hanno plasmato la natura di questo Paese e dei quale comunque si deve ancora tener conto (il lavoro della Seconda Commissione Moro è lì a dimostrane la necessità), tutto è filato liscio, al netto di stragi e movimenti eversivi di varia natura, interni ed esterni allo Stato, finché iniziava a diventare evidente che il nemico sovietico ormai era agonizzante; il primo sintomo fu senz’altro l’intervento armato del 1979 in Afghanistan a sostegno di un governo fantoccio di matrice sovietica. 

Da quel momento l’occidente iniziò a predisporsi per il futuro senza Unione Sovietica; a prevedere un mondo a trazione unica americana, alla globalizzazione dell’idea del libero mercato e della democrazia in declinazione occidentale. 
Progetto ambizioso ma velleitario come si è visto.

Nel 1979, lo scenario europeo era in pratica fermo ai trattati del 1951 di Parigi che diedero il via alla Comunità del carbone e dell’acciaio, con le successive comunità Euratom e CEE e connesso processo d’integrazione, in funzione di prevenzione di futuri attriti tra Francia e Germania, nonchè quale base economica per i processi di ricostruzione del continente. 

Dal 1979, dall’invasione dell’Afghanistan, e quindi dal suicidio assistito dell’U.R.S.S., dopo decenni di stasi l’Europa, guarda la coincidenza si sveglia e mette l’acceleratore a colpi di trattati e Atti Unici in rapida successione, tenuto conto della precedente dinamica, verso l’integrazione economica. Attenzione perchè questo è il punto chiave per capire cosa accade oggigiorno: la Germania avverte la possibilità di tornare grande e mettersi alle spalle la sconfitta della Seconda Guerra mondiale con il suo portato storico rincorrendo la sua unificazione. 

Mi piace tanto la Germania che ne preferisco due disse con il suo meraviglio cinico sarcasmo Giulio Andreotti per affermare il parere suo e degli interessi che rappresentava alla iattura per l’Europa che tale avvenimento si realizzasse; ma soprattuto il Divo Giulio ben sapeva, e ce lo ricorda anche Nino Galloni  più recentemente, che quest’unione sarebbe stata possibile solo a patto del sacrificio dell’Italia; sacrificio ai quali gli italiani sono stati abilmente indotti e tratti in inganno con la stagione di mani pulite e delle stragi del 1992/1993.

Con la Gran Bretagna al balcone sempre vigile dei propri interessi, come il recente matrimonio bicolore dimostra in chiave africana, ma questa è un’altra storia, furono Francia e Germania ad individuare e spartirsi la preda. Penso sia ormai chiaro a chiunque che Francia e Germania dovevano far fuori l’Italia, unico vero player antagonista con cui fare i conti per gestire il futuro assetto europeo. 

Ma attenzione, ed è fondamentale riflettere su questo passaggio: perchè bisognava distruggere l’Italia? Semplicemente perchè il nostro Paese sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale aveva imparato a gestire la propria economia attraverso politiche di svalutazione monetaria che consentivano alla nostra industria di trasformazione di primeggiare a livello mondiale determinando dapprima il boom economico degli anni 60 e quindi goderne i frutti nei successivi 70 e 80. 

Si badi bene, il nostro Paese non poteva contare sulle colonie come la Francia, ne sulle materie prime come la Germania e quindi di necessità virtù imparò a sfruttare una cosa che è scritta nel DNA del nostro popolo: usare il genio creativo; inventare, la nostra più splendida napoletaneità.

Abbiamo dimostrato di essere di gran lunga i più bravi a trasformare in capitale quello che altri depredano o si trovano nel giardino di casa. Tutto questo ha generato una spirale virtuosa che ha consentito a questo Paese di primeggiare a livello mondiale, finché… finché gli è stata mossa una guerra mai dichiarata, sostenuta da quinte colonne interne, che ne hanno messo in serio pericolo persino l’idea di nazione; idea di nazione che addirittura viene additata quale male di tutti i mali. 
Ma nazione cos’è se non territorio e popolo sovrano?

E quindi torniamo al vincolo esterno con cui abbiamo iniziato. 
Dal trattato di Maastricht  nel 1992 in poi l’Europa si è basata sul consenso di Berlino frutto del sacrificio italiano a favore di Francia e Germania rinsaldato dal marco tedesco travestito da Euro.

Ma era ovvio a tutti, e in molti ora, teneroni e anime candide, lo ammettono, che si trattò soltanto di una decisione di geopolitica finalizzata a costruire un Europa a gestione franco-tedesca che inglobasse quanto più territorio possibile ad est sottraendolo alla Russia nel suo momento di maggior debolezza.

Tutti hanno tratto qualche vantaggio da questo bel Risiko che si chiama strategia politica internazionale, ma chi ha pagato il conto decisamente più salato siamo noi italiani, tranne i percettori dei 30 denari.

E comunque non crediate che oggi il banco salti perchè siamo noi a volerlo con le nostre elezioni, forse in parte, ma solo in parate, minima parte, perchè è chiaro ai più, tedeschi in primis che l’Euro è finito perchè ha esaurito la propria funzione. 

Il conto alla Germania e Francia è stato pagato ed è ora di riassettare gli equilibri affinché sostengano nel continente il Nuovo Ordine Mondiale bipolare USA/CINA con la Russia a fare da elemento  d’equilibrio. 

La Gran Bretagna, al solito, e come solo lei sa fare, è al balcone e controlla che nulla intacchi i propri interessi, la Francia ha enormi problemi interni di natura sociale e la Germania è consapevole del fatto che il ripiegamento psicologico degli Stati Uniti la isola e la getta nelle peste con un sistema bancario fortemente a rischio di fallimento in quanto indebitato, pieno di derivati tossici e controllato da fondi cinesi.
E allora chi farà saltare il banco?

Il livore e disprezzo con il quale il popolo italiano viene trattato in questi giorni smaschera la natura di chi ha considerato queste sponde come terra di conquista abitate da gente che se lasciata libera di fare diventa pericolosa perchè primeggia per sua natura.

E’ la vecchia storia che si ripete: si disprezza ciò che non si può avere o che si teme.
Quindi, e in conclusione, il consenso di Berlino o vincolo esterno ormai sono chiaramente messi in discussione e superati (e questa è una nota di rammarico) non per presa di coscienza da parte delle classi di potere italiane, ma più semplicemente perchè non più funzionale al Nuovo Ordine Mondiale.

Ergo, che il governo si faccia o non si faccia, e come esso sarà strutturato importa relativamente;  riassumendo la buona notizia è che la maschera è caduta, quella cattiva è che non è dipeso da noi, ma soprattutto: chi sarà in grado di ridare a questo Paese la sua dignità?






mercoledì 2 maggio 2018

Il Potere e le sue forme. Da Aldo Moro a Paolo Borsellino.

Poteri forti, poteri deboli, poteri economici, poteri criminali e potere politico. Cos'è il potere, chi ha potere, chi gestisce il potere? Tante domande alle quali è sempre molto difficile dare una risposta.
Giulio Andreotti, che di gestione del potere qualcosa ne sapeva, stigmatizzava il Potere da par suo con l'aforisma: il potere logora chi non ce l'ha.

Il Potere per conto mio logora tanto chi ce l'ha, quanto chi lo gestisce e ovviamente, ma forse in misura minore, chi ne subisce gli effetti. Facile è individuare chi il Potere lo gestisce, molto meno, chi concretamente può esercitarlo.

Il punto di partenza per comprendere da dove il Potere origina, ammesso che ciò sia utile e non un mero esercizio di ricerca di conoscenza di per sé sterile e fine a sé stesso, attiene agli effetti che l'esercizio del Potere genera: il suo esito.
Nell'immagine è sotteso come dall'esito di qualsiasi dinamica d'esercizio del potere si possa trarre la conclusione che sempre il Potere esprime l'esito del proprio svolgersi nel raggiungimento di equilibri mediati d'interessi diversi sempre connotati da instabilità.

Per portare un esempio pratico, notorio ed ancora attuale, possiamo prendere in esame  i 55 giorni del sequestro dell'onorevole Aldo Moro nel lontano 1978.
Durante quell'arco di tempo, un lungo arco di tempo se si considera la fase delicatissima che la Nazione italiana, il suo Stato e le sue istituzioni stavano attraversando, tanto sul fronte interno con la crisi di governo appena risolta, la prossimità dell'elezione del capo dello Stato, ed internazionale con gli scenari di guerra ad oriente e in medio oriente, ma anche europeo con il processo di costruzione dell'Unione Monetaria che si andava strutturando, è di tutta evidenza che il sequestro dell'onorevole Aldo Moro non poteva non essere inserito in un contesto estremamente articolato e diversificato che prescindeva razionalmente il mero atto terroristico interno ad opera delle Brigate Rosse.

Durante quell'arco di tempo, un lungo arco di tempo se si considera la fase delicatissima che la Nazione italiana, il suo Stato e le sue istituzioni stavano attraversando sia sul fronte interno, con la crisi di governo appena apparentemente risolta e la prossimità dell'elezione del capo dello Stato, sia sul fronte internazionale, con gli scenari di guerra ad oriente e in medio oriente, ma anche sul fronte europeo, con il processo di costruzione dell'Unione Monetaria che si andava strutturando, è di tutta evidenza che il sequestro dell'onorevole Aldo Moro non poteva non essere inserito in un contesto estremamente articolato e diversificato che prescindeva razionalmente dal mero atto terroristico interno ad opera delle Brigate Rosse.

Paolo Borsellino aveva ben compreso questa dinamica al punto che confessò di essere arrivato alla fine della sua opera e vita terrena nel momento in cui si rese conto che: c'è stata la saldatura d'interessi. Come ebbe a dichiarare pubblicamente.  E' chiaro che il suo pensiero non andava alla mafia, mero braccio esecutivo di necessità mediate ad un tavolo a cui non ha mai storicamente acceduto con dignità piena: quello del Potere.




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