mercoledì 7 febbraio 2018

Quando le borse fanno booommm: la fine della globalizzazione.


Crolla la borsa di New York, tutti giù per terra.

“…ci stiamo preparando ad un viaggio difficile e per il presidente Trump sarà complicato questa volta dare la colpa a Barack Obama. Ho la forte sensazione che quest’ondata di vendite (a Wall Street) si intensificherà perché gli “orsi” stanno sentendo l’odore del sangue sulla strada», ha commentato a caldo Naeem Aslam di Think Markets…”

Questo è uno dei tanti commenti che si altalenano definendo il crollo di ieri un fatto sistemico ad altri che vi  intravedono la fine di un ciclo.

In realtà per quest’ultima visione depongono molteplici fattori tra i quali:

·le valutazioni previsionali di autorevoli istituti di credito e finanziari;

·la situazione internazionale con il ripiegamento degli USA – America first – sull’agone internazionale dettato da un’evoluzione al ribasso del benessere interno diffuso;

·la politica cinese volta a favorire un capitalismo interno di natura espansiva.


La globalizzazione è al capolinea?

Può darsi, l’aria che sembra tirare va esattamente in questa direzione e d’altro canto l’economia è imperfetta tanto è vero che è chiaramente ciclica. Prendiamo ad esempio gli ultimi settanta anni:

· capitalismo espansivo che riconosce al rischio d’impresa un giusto profitto dal 1949 al 1979;

· speculazione sugli alti tassi d’interesse 1979 al 1992;

· finanziarizzazione del valore del titolo in borsa dal 1992 al 2001;

· capitalismo ultra finanziario dal 2001 al 2008;

· collateralizzazione dell’ultra finanza dal 2008 ad oggi.

Per l’analisi nel dettaglio di queste fasi rimando ad un bel libro di Nino Galloni, l’economia imperfetta, caldamente consigliato per la sua efficacia espositiva.



Come appare evidente i cicli finanziari hanno una durata tendenzialmente sempre più breve, segno evidente della  loro propria insostenibilità. Quindi, forse quella che chiamiamo globalizzazione altro non è, a mio parere, che l’escamotage a cui si è ricorso negli anni Novanta per surrogare il calo di produzione voluto da interessi privatistici finalizzati al superamento del capitalismo espansivo a favore della iper finanziarizzazione (attraverso l’immissione nei mercati internazionali di prodotti a basso costo che hanno favorito una competizione al ribasso).


Dicono quelli informati che la reazione della borsa newyorchese sia dovuta al rialzo dei salari negli states, con il relativo temuto intervento della Federal Bank anti inflazione che aumentando i tassi d’interesse, ovvero il costo del denaro, creerebbe di fatto una nuova austerità.


In sostanza i salari devono restare bassi come ben evidente a tutti e anche ai tedeschi, allorché la cancelliera in un impeto di buonismo aprì le porte alla manodopera siriana affatto specializzata che ebbe lo scopo di minacciare il lavoro salariato affinché abbassasse le pretese.


Ora, è chiaro che, se non oggi molto presto, anche questo ciclo finanziario è destinato a terminare; la questione che deve preoccupare tutti indistintamente riguarda il futuro modello che le élite riusciranno ad imporre.

La fase che viviamo è estremamente importante in quanto si svolge su una linea di confine tra un equilibrio vecchio che mostra il suo limite ed uno ancora non definito.

Il singolo in realtà molto poco può fare in ogni caso, ma questo non può esimere dal tentare, con i pur limitati mezzi a disposizione, un’analisi di quanto avviene.
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