venerdì 2 febbraio 2018

La costituzione violata, la sovranità ceduta, il processo democratico aggirato: 1981 il divorzio Tesoro-Banca d'Italia.



Amici e-lettori:

ancora in guerra.

Anche in questa campagna elettorale, dalla quale ben distante mi tengo, l’elemento di fondo, al netto delle questioni puramente demagogiche, è la sovranità monetaria che rappresenta l’espressione economica di quella politica statuale.


Il tradimento della sovranità nazionale, in chiaro spregio all’art.11 della Costituzione italiana che recita: l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo ..., è avvenuto allorché, nel 1981 si è realizzato, il divorzio  tra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia. Attore uno il Ministro Andreatta, attore due il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi.


Con una burocratica lettera del primo si autorizzava il secondo a non battere moneta per acquistare i titoli di stato che il mercato non assorbiva, risultato: lo Stato perdeva il potere di stabilire il tasso d’interesse, ossia il principale regolatore finanziario dell’economia divenendo di fatto un operatore qualsiasi in balia del mercato. Lo stesso Andreatta, nel 1991, dichiarerà che la via burocratica fu scelta in quanto altrimenti il parlamento, qualora investito avrebbe votato contro tale iniziativa (A. Galloni, 2013).


Ora, visto che il mercato non tende, come richiede l’articolo 11 della Costituzione italiana per un'eventuale cessione di sovranità, alla pace e giustizia fra i popoli, mi pare evidente che questa forzata cessione di sovranità equivale ad un attentato alla legge fondamentale dello Stato con le conseguenze che se ne dovrebbero trarre.


Lo scontro in quel periodo fu furibondo tra centri d’interesse e potere nazionali e internazionali, in quanto il futuro Nuovo Ordine Mondiale non poteva realizzarsi senza aver sistemato la questione Italia come evidenziato dallo scontro tra gli europeisti egli eurocritici. Mi pare evidente che ad avere la meglio siano stati i primi.


Questa lunga guerra contro l’Italia ebbe inizio con l’omicidio di Enrico Mattei (1962) colpevole di volere un’Italia non prona alle potenze straniere, ma attrice fra gli attori sul proscenio internazionale. Proseguì con l’affaire Moro (1978) e lo sterminio di un’intera classe dirigente contraria alla dismissione del patrimonio pubblico e quindi all’intervento dello Stato in economia nonché alla perdita della sovranità monetaria.


Michele Reina (1979), il primo politico DC ucciso in Sicilia vicino ad Aldo Moro; Piersanti Mattarella (1980), come il collega; Federico Caffè, economista keynesiano scomparso misteriosamente (1987), ma molto probabilmente per una forma di autocensura, e i suoi allievi, Ezio Tarantelli (1985), ucciso dalla Brigate Rosse, Franco Franciosi (1987), stroncato da un tumore al fegato e Fausto Vicarelli (1987), morto in un incidente stradale. 


Non si tratta di complotti, ma esistono sempre diversi livelli di verità; in questo caso un dato mi pare ineludibile: dopo la morte di Aldo Moro ebbe inizio una stagione pro-Europa i cui epigoni, attraverso alcuni passaggi storici spesso molto cruenti, nei decenni successivi riuscirono a prendere e gestire il potere con risultati devastanti per questo Paese.






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