giovedì 15 febbraio 2018

La mafia nigeriana é un prodotto occidentale.





Cari amici, e-lettori,
in questi giorni mi è capitato di leggere un po’ di tutto e di tutto un po’ sulla mafia nigeriana. Autorevoli testate giornalistiche a carattere nazionale, anche nelle pagine di approfondimento, si sono cimentate nel solito, idiota e criminale, tentativo di portare acqua al mulino del proprio padrone sfruttando il caso di Macerata.

Premessa, non entrerò mai direttamente nel contesto investigativo vero e proprio in quanto ritengo che casi come questo in esame debbano essere trattati prescindendo nella maniera più categorica dal coinvolgimento nel fatto in sé: chi è il colpevole e come ha agito attengono ad un livello di polizia. Tutt’al più a noi, una volta diradata la nebbia della confusione mediatica, interesserà il perché.

Ma fin tanto che queste condizioni non si concretizzeranno è senz’altro molto più importante, e direi decisivo, comprendere il fatto in partendo dai dati che senz’altro sono a nostra disposizione in maniera oggettiva. E, nel caso in esame, tralasciando la vittima (che comunque ha una sua valenza in quanto figura passiva del crimine ma della quale non intendo occuparmi), mi concentrerò, per ora, esclusivamente sulla mafia nigeriana.

La mafia nigeriana, nella sua attuale e ben nota configurazione, come tenterò di argomentare, può dirsi assolutamente un fenomeno criminale mafioso tipico, secondo i canoni che il legislatore italiano ha cristallizzato nell’articolo 416/bis del codice penale per colpire le varie mafie nostrane. Senza entrare in tecnicismi, una mafia è tale quando è capace di esprimere una forza intimidatrice che deriva dal vincolo associativo per ottenere l’assoggettamento della vittima, ossia prevaricandone il libero arbitrio.

Le mafie rappresentano un fenomeno essenzialmente di natura economica con risvolti politici e quindi ricadute sociali, e quella nigeriana potrebbe definirsi una tipica mafia occidentale per quel che concerne la ricerca del potere, sia economico che politico. Parlo di mafia occidentale poiché, sia ben chiaro,  la mafia non è un’invenzione italiana, anche se noi, essendo un composito popolo assolutamente di prim’ordine, siamo riusciti ad eccellere anche in questo poco lusinghiero campo.

Il colonialismo inglese, sulla spinta delle scoperte geografiche che hanno preceduto e consentito lo svilupparsi della prima rivoluzione industriale si era occupato anche dell’Africa, sebbene in ottima compagnia, di Olanda, Portogallo e Francia, occupando quella che oggi conosciamo come Nigeria ed unificandola sotto la propria bandiera, facendo violenza a popoli eterogenei da sempre in guerra l’un l’altro. Ovviamente, la corona inglese posò le sue brame sui territori da dove attraverso i porti marittimi (ancora non avevano scoperto il petrolio nel delta del fiume Niger) poteva realizzare quella triangolazione commerciale Europa-Africa-Americhe che, oltre alle merci, aveva trovato assai vantaggioso ricorrere al commercio degli schiavi.

Come nella migliore tradizione anglosassone, si realizzava un protettorato che supervisionava il potere attraverso la mediazione di governi autoctoni fortemente controllati. Questo processo di mediazione ha rappresentato la rovina della Nigeria in quanto ha sviluppato nel tempo una classe dirigente prona al proprio padrone e affatto interessata, pena la perdita dei privilegi concessi, allo sviluppo del proprio Paese anche in considerazione del fatto che nessun nigeriano conosceva e riconosce la Nigeria in quanto tale, ma è incline ad identificarsi con la propria etnia e zona di provenienza.

Il potere esercitato pro domo propria da questa classe di locali vassalli della corona inglese -ma oggi più propriamente dalle grandi società petrolifere- , non dando modo alla società di progredire in maniera coesa, ha fatto che la Nigeria, un Paese aduso al commercio e ricco materie prime, soprattutto di petrolio, divenisse uno dei Paesi più poveri al mondo pro-capite nonché il più corrotto. A questo si aggiunga che esiste una forte divisione tra un nord povero e di fede prevalentemente islamica  e un sud ricco e di fede cristiana e ciò rende ancora più esplosiva la situazione generale.

Tenendo in debito conto questa premessa, passiamo ora ad considerare i due aspetti preponderanti della società nigeriana, che ne rappresentano la vera forza motrice:  la stregoneria ed il cultismo
La stregoneria, ancestrale forza di affrancamento dal peccato nonché potere esorcizzante i pericoli della vita quotidiana,  è radicata nel sentimento di di qualsiasi nigeriano, mentre il cultismo, che su questo presupposto ha tratto la propria linfa vitale, raggiunge il proprio acme negli anni Sessanta in ambiente elitario universitario, rivendicando il potere dell’entità nera.

Le confraternite cultiste, tuttavia, ben presto diventeranno ben altro, diventeranno organizzazione di tipo mafioso, esercitando un forte potere di assoggettamento, derivante dalla forza del vincolo associativo, sui propri membri e sulle popolazioni, soprattutto del sud della Nigeria, più ricco come detto, che ospitava le strutture coloniali e che aveva vissuto la pervasiva influenza della religione protestante inglese. Si realizzava in questo modo la sincretica amalgama di credenze ancestrali animistiche e di pratiche religiose spurie che pur mantenendo una veste canonica conservavano quel qualcosa di atavico al quale i nigeriani non avevano alcuna intenzione di rinunciare tanto forte e connaturata era l’impronta soprannaturale di alcune pratiche.

Infine dobbiamo aggiungere altri due fattori: il cambiamento negli Ottanta delle rotte del commercio della cocaina verso l’Europa e l’Asia, nonché la crescita demografica esponenziale di una popolazione già oggi intorno ai 300 milioni di persone.

Ricapitolando quindi: un paese economicamente povero e difficilmente governabile nelle condizioni date e quindi instabile, la violenza diffusa e veicolata da riti ancestrali ancora radicati nella credenza popolare, un’esplosione demografica che deve trovare un naturale sfogo, l’opportunità di fare soldi con i traffici di droga causati dalla chiusura delle vecchie rotte del commercio di cocaina dai paesi andini che hanno trovato nella Nigeria e nell’intera area occidentale dell’Africa un nuovo eden in cui stoccare le enormi quantità di stupefacente in attesa di essere trasferito verso i mercati europei.

Orbene, con queste premesse e prerogative era naturale che la diaspora nigeriana sin dagli anni Ottanta si indirizzasse verso i Paesi della ricca Europa, Italia in primis, ed era altrettanto naturale che le organizzazioni criminali, aventi le stesse caratteristiche di quelle di tipo mafioso a noi note, proliferassero in tutta Europa com’è di fatto avvenuto.

Il primo che parla di novità o è un ingenuo, o è stato nell’ultimo ventennio sul pianeta Vulcano con Spok, oppure è in malafede.


 


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