lunedì 15 gennaio 2018

La strategia della tensione 1992/1993: stabilizzare per privatizzare.

Cari amici e cari lettori, 
ho peccato, ho gravemente peccato; nel post precedente, Di quando l’Italia perse la sua ultima guerra 1992-1993: il malato immaginario e la cura, ho sottinteso l’analisi dei fatti che denunciavo alla base della strategia della tensione del 1992/1993: uno sbaglio. Volendo porre immediato rimedio, e a definitivo completamento del quadro sovversivo che intendo delineare con questi scritti, provvedo immediatamente a colmare questa lacuna riportando tutti noi a quel periodo.

Politicamente è la stagione dei governi del CAF,  Craxi, Andreotti e Forlani, esperienza nata dalla fine della stagione dell’avvicinamento o meglio della impossibilità di escludere, a causa dei numeri alle elezioni, Il PCI di Enrico Berlinguer dall’area di governo. E’ un’esperienza politica quella del CAF, che sgorga dal sangue della strage di Via Fani a Roma 16 marzo 1978 e dall’uccisione del sequestrato Aldo Moro il successivo 9 maggio, data di nascita ufficiale dell’Europa,  con tanto di festività, quando si dice il caso della storia.

Siamo a Carpiano, nel milanese, è l’11 aprile 1990, due uomini a bordo di una moto avvicinano l’autovettura su cui si sta recando al lavoro, Umberto Mormile e lo freddano a colpi di pistola. Sono uomini di ‘ndrangheta quelli che hanno ricevuto il compito.  Umberto Mormile è un’agente di custodia che ha avuto rapporti con il boss Domenico Papalia. Un omicidio di mafia, di ‘ndrangheta che viene rivendicato da una strana sigla: siamo La Falange Armata, … sentirete parlare ancora di noi.
E noi ne parlammo ancora e diffusamente in quanto si tratta della prima eco mediatico dello Stato Profondo che si riverbera sulla strategia della tensione del 1992/1993.

Nel 1990 è in piena fase di sviluppo il processo d’avvio all’integrazione nell’Unione Europea rilanciato con l'Atto Unico, entrato in vigore nel 1987, che si prefiggeva il rilancio del processo di costruzione europea al fine di portare a termine la realizzazione del mercato interno. Tutti i Paesi dell’Unione sono chiamati a realizzare politiche sociali ed economiche che rientrino nei parametri convenuti e condivisi.

Questo è lo sfondo nazionale ed internazionale nel quale si agitano in fortissimo contrasto due necessità:
  • quella del governo italiano di preservare la propria sovranità e forza economica e finanziaria ma soprattutto la temutissima industria statale italiana, nata dalle politiche d’intervento dello stato, le Partecipazioni Statali, volute da Enrico Mattei ed Amintore Fanfani che aiuteranno e sosterranno il boom economico dell’Italia; 
  • quella dei nostri amici europei di indebolire l’Italia, unico Paese in grado di determinare in un senso o nell’altro le politiche europee, ricco, in salute e con una forza economica intrinseca oggettiva che fa gola a tanti.

E quindi è fisiologico che nasca un asse franco-tedesco contro l’Italia, sostenuto a livello internazionale dalla finanza speculativa che non aspetta altro che sedersi al banchetto della privatizzazioni italiane per assicurarsi i gioielli economici e finanziari di un paese ancora  saldamente tra i primi sette industrializzati. Ovviamente i nostri amici dovendo unire le forze a scapito dell’Italia si accordano a reciproco vantaggio: tu puoi riunificare il Paese diviso dalla Seconda Guerra mondiale, ma devi al contempo accettare di rinunciare al marco e alla forza. 

E questo è il quadro complessivo.

Bene torniamo alla strategia della tensione del 1992/1993; nella prima fase si colpisce la vecchia struttura di potere, per cui si indeboliscono mortalmente sotto il profilo politico sia Andreotti che Craxi con avvisi di garanzia e si toglie di mezzo il boss corleonese Salvatore Riina per eliminare quella mafia che era il braccio criminale del precedente assetto politico e statale mandando al contempo un messaggio a chi dietro di lui operava.
Quindi si passa ad una nuova compagine governativa affidata a Giuliano Amato i cui ministri giurano il 28 giugno 1992; bisogna correre per non perdere il treno europeo, dicono.
Ma il governo Amato soffre della presenza determinante di ministri appartenenti alla Democrazia Cristiana, che per convenienza e convinzione non ci stanno ad affrettare la liquidazione del patrimonio industriale italiano privatizzandolo. 

Questa è la causa della strategia della tensione del 1992/1993, bisogna rendere i politici, il parlamento e il governo proni agli interessi esteri. E per farlo, visto che non sembra che la via istituzionale funzioni, si passa a quella sperimentata: le bombe, la strategia della tensione che nel 1992/1993 si ripresenta esattamente uguale a quella del 1969/1974: destabilizzare per stabilizzare, ossia consentire al governo di attuare i desiderata internazionali per cui è stato messo lì. Ma visto che Giuliano Amato non riesce nel compito assegnato, via lui e dentro Ciampi; siamo al 29 aprile 1993. Hanno pagato con la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino l’essersi schierati, con la loro attività giurisdizionale a favore dello Stato Italiano sovrano, ma non è bastato. 

Il tempo stringe, l’Europa lo vuole, si deve fare e fare in fretta, le scadenze non possono essere disattese perché si incastrano con strategie già stabilite altrove che non possono essere più messe in discussione. 
18 aprile 1993, sull’onda emotiva di Tangentopoli, il partito radicale chiede agli italiani di smantellare la Prima Repubblica, e in particolare l’odiato ministero delle partecipazioni Statali, vero baluardo politico dello stato imprenditore tanto odiato dal neoliberismo che oramai ha travalicato i confini statunitensi per inondare di tossicità, come verificheremo nel 2008, l’intero sistema Europa, Germania in primis. 
Gli italiani, colpevoli ma ingannati, e non è una giustificazione, abboccano.

Sembrerebbe tutto fatto e invece no, ancora qualcuno resiste e quindi le stragi del 1992 non sono servite: morti inutili, ma tanto è colpa della mafia … pensano gli italiani.

E quindi, visto che non basta, la strategia della tensione si sposta dalla Sicilia al continente, forse in questo modo sarà più chiaro al governo che non può più permettersi ritardi o tentennamenti nello smantellare il Sistema Italia

13 maggio 1993, attentato in via Fauro a Roma, si dice diretto all’icona mediatica della lotta alla mafia Maurizio Costanzo; non ci credono quelli che contano, Bettino Craxi per primo: tendo a non credere alla pista mafiosa. C’è dell’altro. e’ una bomba che ha l’obbiettivo di stabilizzare, non destabilizzare. Cioè: rafforzare il governo in carica di modo che svolga il compitino assegnato. 
L’attentato è rivendicato dalla Falange Armata.

Il dibattito parlamentare allunga i tempi, le privatizzazioni sono ferme, impantanate nella discussione parlamentare che una volta si chiamava dialettica democratica, ma che evidentemente non ha gli stessi tempi della capitalismo turbofinanziario che ha fretta.

E allora nella notte del 26/27 maggio 1993 un altro colpetto; strage di via dei Georgofili a Firenze. Rivendicazione da parte della Falange Armata. Il ministro degli interni, il democristiano Mancino parla di gente che rivendica gli attentati sempre in orario di ufficio. Strana questa Falange Armata.  Tuttavia il colpo ha sortito l’effetto: il Governo provvede nominando Romano Prodi, nuovamente, alla presidenza dell’IRI affidandogli anche i poteri di amministratore delegato mettendolo nelle condizioni di vendere/svendere il patrimonio industriale italiano. 
Non basta, e infatti il primo ministro Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, istituisce un comitato di consulenza garanzia che ha il compito entro un mese, che fretta e tempi nordici, di avviare le procedure  per la dismissione totale di Enel, Ina, Comit, Stet, Agip, e Credit, e che affida al futuro presidente della banca centrale Europea, Mario Draghi.
Il comitato svolge il compito assegnato e preparare il piano di cessioni da attuarsi entro l’anno. Perfetto, tutto a posto, tutto finito.

E invece no, affatto, in parlamento ancora quei mascalzoni della Prima Repubblica recalcitrano, non ci stanno a perdere potere. Evidentemente hanno ancora qualche residua freccia nell’arco da scoccare, credono. 
E pronta arriva la risposta.
27 luglio 1993 a Roma saltano in aria le basiliche: San Giorgio al Velabro e san Giovanni in Laterano, tradotto: la chiesa stia fuori dalla partita.
Rivendica sempre la Falange Armata.

Attentati questi che imprimono nuovo slancio al lavoro del governo per le dismissioni; in data 27 luglio 1993 viene abrogata la legge di riforma bancaria del 1936, voluta dal fascismo di Benito Mussolini sull’onda delle crisi derivate dalla Grande Depressione statunitense del ’29, che definì la Banca d'Italia “istituto di diritto pubblico” e le affidò definitivamente la funzione di emissione della moneta; gli azionisti privati vennero espropriati delle loro quote, che furono riservate a enti finanziari di rilevanza pubblica; alla Banca fu proibito lo sconto diretto agli operatori non bancari, sottolineando così la sua funzione di banca delle banche. Qualcosa di simile alla legge Glass Steagall voluta negli Stati Uniti nel 1933; la legge bancaria Glass-Steagall mirava a introdurre misure per contenere la speculazione da parte 7degli intermediari finanziari e prevenire le situazioni di panico bancario. Strana coincidenze di leggi fasciste e progressiste americane, ma restiamo a noi.

Siamo all’epilogo. 
Il 29 ottobre 1993, il consiglio di amministrazione del Credito italiano, una delle tre banche d’interesse nazionale unitamente al Banco di Roma e alla banca Commerciale italiana, approva la dismissione del 40% del suo pacchetto azionario in mano all’IRI di Prodi. 
Due giorni dopo il 31 ottobre 1993, ci diranno le indagini successive, era pronta ad esplodere un’auto bomba in via dei Gladiatori a Roma al passaggio dei tifosi che raggiungevano lo stadio Olimpico.
E’ finita, la strategia della tensione del 1992/1993 ha raggiunto lo scopo.

La Democrazia Cristiana si scioglie, Craxi è pronto per l’esilio e gli italiani sono contenti di essersi difatti di questi malandrini.

A ogni bomba corrisponde un provvedimento del governo finalizzato a distruggere l’Italia.
Attentati rivendicati dalla famigerata Falange Armata.


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