sabato 6 gennaio 2018

La crisi della democrazia: le oligarchie neo-aristocratiche alla re-conquista.

La democrazia non è la condizione naturale nella gestione dei rapporti sociali; è una scelta, è il frutto di mediazioni, di sconfitte e di vittorie, di dolori e gioie. 

Per quelli come me, nati dopo il periodo dei fascismi in Europa, è un dato acquisito, naturale, ovvio, scontato e forse per questo banalizzato dai più. Ma non è così.
Il periodo storico nel quale viviamo ci sembra immutabile perché non possiamo apprezzarne i cambiamenti: ci limitiamo al particolare e non siamo, per natura, proiettati a ragionare sul quadro generale dovendo rispondere, di norma, alle esigenze dettate dal quotidiano. E questo è il vero limite del singolo quale appartenente alla massa.
Diversamente c’è chi pensa al generale per mettere in pratica strategie di lungo respiro che nei cicli storici si apprezzano di media ogni 50 anni. 

Nel passato sappiamo che le famiglie reali si garantivano la successione nella gestione del potere attraverso la linea diretta di sangue e le commistioni generate da unioni matrimoniali. Poi con l’apertura verso i nuovi mondi e lo sviluppo dei commerci si è formata prima una borghesia commerciale e quindi, con la rivoluzione industriale, una borghesia capitalistica. La borghesia ha messo in crisi il sistema feudale arrivando,  con le rivoluzioni ottocentesche, a destabilizzare il vecchio sistema di potere. Su questa spinta evolutiva in Europa riprende vigore la massoneria; questa assume un carattere squisitamente progressista, che raggiunge il suo acme con la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo generando un abbrivio che si conclude con la fine della Nuova frontiera Kennediana

Si chiude un ciclo causato dalla ripresa di vigore, sotto nuove forme e auspici, da parte delle vecchie e nuove oligarchie a carattere familiare che genera una corrente latomistica neo-aristocratica.
Se volessimo, per pragmatica esigenza, individuare un momento specifico nella storia nel quale fissare questo passaggio, farei riferimento alla nascita della Commissione Trilaterale e soprattutto alla pubblicazione del rapporto nr.8, un testo nato sotto la sua egida, dal titolo La Crisi della Democrazia, pubblicato e presentato al mondo nel maggio del 1975. Uno dei principali obiettivi del rapporto era “... di individuare e analizzare le minacce che si profilano per lo stato democratico nel mondo odierno, di verificare le basi dell’ottimismo o del pessimismo per il futuro della democrazia e di proporre quelle innovazioni che possono apparire adatte a rendere più attuabile la democrazia nell’avvenire...”
L’intento era senz’altro condivisibile mentre la conclusione forse lo è meno: non si può curare la democrazia con più democrazia.

La Commissione Trilaterale altro non è che un cenacolo paramassonico che scaturisce dalla THREE EYES, una delle diverse  logge  sovranazionali che vantano molteplici e ancillari organizzazioni paramassoniche in dipendenza.
Queste entità massoniche prescindono totalmente dal connotato territoriale, stringendo tra loro alleanze oppure entrando in conflitto violento, a volte tragico e finanche feroce, rappresentano la spinta propulsiva alle dinamiche internazionali  di cui sopra accennato e si caratterizzano essenzialmente per scelte progressiste o conservatrici, anche se nel recente passato lo scontro più aspro è all’interno dello stesso alveo conservatore per lo sviluppo di una corrente oligarchica e neo-aristocratica che ha avuto il sopravvento sia sui conservatori moderati che sui progressisti. Quale è il risultato? La mondializzazione o globalizzazione, con il suo portato di rigenerazione di un neo-feudalesimo. Ovviamente partendo dalla Crisi delle Democrazie, che in Italia ha avuto quale epigono il piano Rinascita di Licio GELLI, si è sviluppata una corrente neoliberista in economia sulle cui acque tempestose navigano agevolmente le multinazionali.

Con la Crisi delle Democrazie si afferma la convinzione che l’industrializzazione capitalista sia giunta al suo culmine e che il futuro, grazie anche alla tecnologia informatica e all’automazione, si sarebbe rivolto verso un mondo di tecnocrati. E’ la fine dello Stato Nazionale, che perde la sua essenza in quanto superfluo rispetto al rapporto con il suo cittadino poiché quest’ultimo, oramai, ha come unico referente il datore di lavoro sovranazionale. Forse così si comprende la costruzione su base economica dell’Europa, tralasciando completamente l’aspetto culturale e politico; si comprendono i processi migratori interni ed esterni; si comprende la perdita di sovranità monetaria propria dello Stato Nazionale e Sovrano; si comprende l’inutilità e quindi perdita della rappresentanza parlamentare
Riflettete sul tema dello dello ius soli in quest’ottica perché se l’automazione meccanica in proiezione sostituirà il lavoratore come pensate si possano gestire masse di persone rese superflue dalla tecnologia spinta? la soluzione più pratica per addomesticarne gli istinti di ribellione passa dalla concessione di un minimo per sopravvivere, rendendole persino riconoscenti e di conseguenza addomesticate al nuovo ordine feudale: tenute in vita, nulla di più.

Uno dei più importanti boiardi di stato italiani Eugenio CEFIS, capo indiscusso di ENI e Montedison, per volontà politica in quanto amministratore di uno dei tesori dell’apparato pubblico/privato dispensatore di tangenti ai partiti (tutti), in quegli stessi anni tenne un discorso, non a caso, ai cadetti dell’Accademia militare di Modena nel 1972, anticipando quello che gli studiosi della Commissione Trilaterale avrebbero teorizzato un paio di anni dopo, asserendo che il futuro sarebbe stato governato dalle multinazionali le quali avrebbero avuto bisogno esclusivamente, in proiezione, di tecnocrati e burocrati. Già si potevano quindi intravedere le incombenti trasformazioni nuove come nuovo era il potere che le generava. 

Nessuno meglio di Pier Paolo Pasolini aveva individuato con tempismo e chiarezza questa mutazione antropologica, fino a definirla degradazione antropologica che l’essere umano, l’italiano, ma si può senz’altro parlare dell’occidentale in genere stava subendo. Pasolini colse i prodromi di questa mutazione nell’omologazione culturale dettata dal nuovo potere dell’immagine, della televisione e della pubblicità, interpretati come veicolatori del nuovo edonismo consumistico. Non a caso nel Rapporto nr. 8 della Trilaterale viene additata come principale responsabile della crisi della democrazia in occidente la nascita di una cultura dell’antagonismo. Arriverà la Thatcher in Inghilterra con la deindustrializzazione e le politiche di ripiegamento del welfare, Ronald Regan e il suo edonismo, Silvio Berlusconi e il potere delle televisioni.


Il poeta di Casarsa non riusciva più a scorgere le lucciole e ne lamentava la perdita quale epitome della perdita dell’innocenza culturale del Paese, ma quella perdita ha segnato anche la sconfitta della battaglia in corso tra le idee progressiste ottocentesche  e quelle neoconservatrici oligarchiche contemporanee per la gestione del Potere.