mercoledì 24 gennaio 2018

Cosa resta All’Italia dell’Italia?

Abbiamo perso una guerra nel periodo della Strategia della Tensione del 1992/1993 che ci ha messo in ginocchio sotto il profilo economico, consegnando di fatto al mercato gestito dalle oligarchie finanziarie i gioielli di casa, frutto dell’economia capitalistica espansiva che in Italia aveva preso la via vincente dell’intervento dello stato a sostegno dell’impresa privata; strada questa ostracizzata dal corso mondialista che, a partire dagli anni Ottanta dello scorso secolo, aveva iniziato a costruire, sconfitto il modello sociale comunista, un nuovo ordine mondiale basato sull’evoluzione del capitalismo espansivo in finanzcapitalismo.

L’Italia ha rappresentato il fulcro di queste politiche nello scacchiere occidentale per due motivi concomitanti: 
  • economico, data la ricchezza oggettiva in termini di produzione e risparmio, ed in quanto centro dei traffici mediterranei e oltre;
  • politico, in relazione alla sua posizione strategica al centro del quadrante operativo che negli anni Novanta e Duemila sarebbe divenuto strategico in ragione della Guerra al Terrorismo, nuovo spauracchio per i popoli occidentali, erede della Guerra Fredda.

Oggi è chiaro a tutti noi che la Guerra al Terrorismo non è più al centro delle agende di politica internazionale e nazionale dei Paesi occidentali. La Guerra al Male voluta ed iniziata dalla Famiglia Bush ha esaurito il suo compito: il Medio e Vicino oriente e il Nord Africa sono stati destabilizzati. Come al solito gli statunitensi, per mantenere equilibri interni ai centri di potere che si confrontano per il controllo della Federazione, iniziano guerre senza avere necessariamente un piano per il dopoguerra, come è normale visto che queste iniziative in politica estera servono per regolare essenzialmente conti interni. E così è stato anche nel recente passato in quanto dalla destabilizzazione mediorientale l’unico vero vincitore che emerge pare essere il novello Zar Vladimir Vladimirovich Putin.
E infatti, oggi, dopo la Guerra al Terrorismo, agli statunitensi pare non dispiaccia, anzi fa giuoco, rinverdire i fasti della Guerra Fredda; la dimostrazione è evidente se si analizza la politica aggressiva della NATO nell’ultimo decennio nei confronti della Russia sul sempre in auge confine orientale dei paesi del Patto Atlantico, che ha nella guerra civile scoppiata in Ucraina la sua epitome, ma che si sta riproponendo in tutto lo scacchiere internazionale dal Mare di Barents, per il controllo delle acque, al Sudan e Repubblica Centro Africana, per la penetrazione in mercati importanti e quadranti rilevanti strategicamente. Diciamo una riproposizione dello scontro USA-URSS per il controllo dei Paesi non Allineati degli anni Settanta.
Bene, e l’Italia in tutto questo?
L’Italia, com’è accaduto nella Prima Guerra fredda, quella che si può circoscrivere sommariamente nel periodo da Yalta alla caduta del muro, potrebbe trarne enormi vantaggi se non fosse che, a differenza dei quel periodo non ha una struttura statale sovrana pronta a far valere le ragioni del Paese. 
Partiamo dall’Ucraina; 
A seguito della invasione dell’Ucraina da parte della Russia e della conseguente crisi politico-militare, l’Unione Europea, a partire dal marzo 2014, ha decretato una serie di misure restrittive nei confronti della Russia che sono passate dalla iniziale misura diplomatica di esclusione di quest’ultima dal G8 ad un vero e proprio embargo. In risposta a questo, la Russia ha deciso una serie di misure restrittive che colpiscono gravemente l’economia dei paesi che hanno deciso l’embargo riducendo fortemente gli scambi con l’Ue, cosa che sta seriamente gravando sulla economia del nostro paese, sesto partner commerciale della Russia; l’export italiano ha subito difatti una riduzione del -34%. Dati alla mano siamo passati dai 10,7 miliardi del 2013 ai 7,1 miliardi di euro del 2015 con una perdita (2015) di 3,6 miliardi. 
Ancora oggi, malgrado le mutate condizioni politiche, è in vigore un embargo che limita gli scambi commerciali con la Russia, la Crimea e Sebastopoli ed un congelamento dei beni di oltre un centinaio di esponenti della élite politica, militare ed imprenditoriale russa.
E’ del tutto evidente che l’Italia ci rimette e non poco in questa storia per guadagnarci cosa? Nulla se non l’appiattirsi al volere dei partners europei che hanno interessi differenti e subiscono danni commerciali inferiori.

La Francia non ha mai rinunciato alla sua politica coloniale sin dagli anni Sessanta allorché, per cause di forza maggiore legate alla politica estera degli USA, fu costretta a lasciare l’Algeria alla sua indipendenza non rinunciando ovviamente ad esercitare su di essa e sulle altre colonie o ex colonie la propria influenza. Certo è che con le varie crisi economiche dei recenti decenni questo impegno economico è divenuto sempre meno sostenibile. 
Tanto insostenibile che siamo arrivati al punto di chiedere e ottenere da Paesi “vassalli” un aiuto ed impegno diretto; come facevano gli imperatori con i principi, questi con i vassalli, i valvassini e valvassori; un Nuovo Medioevo appunto. Peccato che nella parte del vassallo ci sia l’Italia a giudicare dall’impegno assunto con la Francia in Niger dal nostro governo attuale.

La mondializzazione o globalizzazione che si voglia ha segnato un altro passaggio di ritorno al passato: l’uso dei mari per l’incremento esponenziale dei commerci e della trasmissione delle notizie o comunicazioni. Mi voglio soffermare, in particolare, su quest’ultimo punto, in quanto ci riguarda molto da vicino. 

Il primo cavo transatlantico per le comunicazioni venne posato nelle profondità marine nel 1858, segnando uno scarto epocale rispetto al passato; poi siamo andati sulla luna e credevamo che l’era dei satelliti avrebbe costituito l’evoluzione ultima delle comunicazioni: sbagliato. Oggi il 95% delle comunicazioni mondiali, ed il pieno sviluppo della rete globale internet, passa nei cavi sottomarini che sfruttano gli stessi corridoi delle profondità del Novecento. 
Oggi russi e americani sono tornati a farsi la guerra anche nelle profondità oceaniche proprio a causa dei cavi ottici attraverso i quali passano le comunicazioni mondiali di tutti i generi, ma soprattutto economiche. Immaginate cosa voglia dire recidere uno di questi cavi: si potrebbe oscurare un intero Paese. Ma immaginate cosa possa significare sotto il profilo dell’intelligence, sia economica che militare, intercettare le comunicazioni che viaggiano in tal modo. 
E l’Italia? Non tanto l’Italia, in questo caso quanto, la Sicilia.
Date un’occhiata a questa cartina allargandone le dimensioni e riflettiamo su quale importanza abbia la Sicilia nel panorama internazionale occidentale e internazionale in genere. Edward Snowden ha raccontato la portata del valore di questi hub informatici per la stabilità del pianeta. 
Ma che la maggior parte di essi emerga in Sicilia non è di sicuro dovuto soltanto al meraviglioso sole di cui si può godere nell’isola, il fine logico è di avere delle stazioni di monitoraggio e controllo dei vari flussi di dati, cosa che non  può non assumere un grande valore per il nostro Paese in termini di capacità di scambio verso i proprietari e i relativi gestori. 
Se la Sicilia è stata scelta quale nodo di approdo di questa matassa mondiale di cavi evidentemente una ragione importante e ineludibile deve esserci. 
L’Italia ha ancora molte carte da giocare sul piano internazionale, ma è indispensabile  che a questo tavolo non siedano dei vassalli ma degli italiani.   






  



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