lunedì 29 gennaio 2018

Soros contro FB e Google: poteri in guerra e popoli strumentalizzati

L’investitore ungherese Geroge Soros, invitato al summit del World Economic Forum che si svolge annualmente a Davos in Svizzera, ha tenuto un interessante intervento affrontando, tra gli altri temi, quello del ruolo pericoloso per la democrazia mondiale esercitato dalle industrie della tecnologia dell’informazione con particolare riferimento Facebook e Google.

La tesi sostenuta da G.Soros è che il regime di monopolio esercitato dai due colossi dell’IT rappresenti una grave minaccia per la democrazia dei popoli occidentali, succubi di campagne commerciali da parte delle due aziende finalizzate a rendere schiave le genti attraverso l’uso sapientemente gestito dei due network.
Nel particolare ha detto: ...  queste società (FB e Google) e i social media influenzano il modo in cui le persone pensano e si comportano, ben al di là di quanto ne siano consapevoli ... con conseguenze negative di larga portata sul funzionamento della democrazia ...  e in particolare sulla sicurezza e la libertà delle elezioni ... . Proseguendo oltre. Per arrivare a preconizzare la prossima fine di questo monopolio e quindi delle fortune commerciale di FB e Google. 

Queste tesi non sono nuove -non scomodiamo G.Orwell- ma hanno avuto una recente impennata grazie alla c.d. TechLash ossia la presa di consapevolezza dei pericoli derivanti dal regime di monopolio in cui operano le grandi imprese dell’IT mondiale, come per altro denunciato anche dal commissario europeo  alla concorrenza Margrete Vestager nel corso del WEB Summit tenutosi nel novembre scorso a Lisbona.

Il problema secondo G Soros è che ... le società di social media ... stanno portando le persone a rinunciare alla propria autonomia intellettuale ... attraverso il potere di plasmare l’attenzione delle persone, sempre più concentrato nelle mani di poche aziende... . Ma non si limita a questo il Nostro, spingendo oltre il discorso arriva ad ipotizzare ... un’alleanza tra le nuove ambizioni nazionalistiche degli stati e questi grandi monopoli tecnologici ricchi di dati che potrebbero creare strumenti di sorveglianza che farebbero comodo ad alcuni... .

Ricordate la favola di attribuita ad Esopo, la Volpe e l’Uva,  che conteneva la morale: non bisogna disprezzare ciò che non si può ottenere. 

Ora il buon G.Soros ha certo i suoi buoni motivi per schierarsi con il partito anti FB e Google, non ho visto citare ad esempio Amazon, ma di certo i suoi argomenti sono tutti condivisibili, anche troppo; sanno molto di una vecchia tecnica propagandistica che comunque paga sempre: sfruttare il popolo per raggiungere i propri scopi. 
Spiego:  il ruolo della propaganda è cosa nota. Hitler adorava il Ministero della Cultura Popolare fascista e su quell’orma ha costruito la sua fabbrica del consenso fatta di parate oceaniche e culto della personalità che, come sappiamo è trasversale ai totalitarismi di destra e sinistra, vedasi come ultimo e non ultimo il leader supremo della Repubblica Popolare Democratica di Corea Kim Jong Un. 

Il discorso di G. Soros attraverso i suoi argomenti è chiaramente finalizzato a creare un’eco di consenso popolare, sfruttando le minacce paventate, e per altro tutte concrete, al fine di colpire un potere diverso dal proprio. Insomma, sfruttare il popolo e la sua pancia, più che il suo spirito critico, per contrastare un centro d’interessi potenzialmente antagonista a quelli dello stesso G. Soros. 
Quando la volpe non riesce a raggiungere l’uva ne disprezza il valore.

Una volta chiarita la strumentalità pro domo sua dell’intervento di G. Soros, è bene concentrarsi sulle minacce paventate che possono ridursi a due temi fondamentali:
  • La perdita di spirito critico;
  • L’alleanza tra potere costituito e aziende di IT per lo sfruttamento dei dati personali.

Non usare Fb o Google o Amazon e via dicendo? No, non è la soluzione del problema: è come dire non bere Coca Cola per colpire gli interessi statunitensi. 
George Soros ha scelto la strategia consolidata di affidarsi all’indignazione popolare, artatamente sobillata, per colpire un antagonista rispetto al proprio impero affaristico in quanto evidentemente già toccato nei propri interessi dai colossi FB e Google.

Quindi l’unica soluzione per il cittadino comune è come sempre acquisire consapevolezza dei fatti e restare ancorati al proprio buon senso, animato da uno spirito critico che si alimenta del dubbio; mettere sempre in dubbio qualsiasi fatto umano perché la fede appartiene al trascendente, all’imponderabile e quindi al dogma.

Per il resto basta essere curiosi e porsi la semplice domanda, infantile domanda: perché?


mercoledì 24 gennaio 2018

Cosa resta All’Italia dell’Italia?

Abbiamo perso una guerra nel periodo della Strategia della Tensione del 1992/1993 che ci ha messo in ginocchio sotto il profilo economico, consegnando di fatto al mercato gestito dalle oligarchie finanziarie i gioielli di casa, frutto dell’economia capitalistica espansiva che in Italia aveva preso la via vincente dell’intervento dello stato a sostegno dell’impresa privata; strada questa ostracizzata dal corso mondialista che, a partire dagli anni Ottanta dello scorso secolo, aveva iniziato a costruire, sconfitto il modello sociale comunista, un nuovo ordine mondiale basato sull’evoluzione del capitalismo espansivo in finanzcapitalismo.

L’Italia ha rappresentato il fulcro di queste politiche nello scacchiere occidentale per due motivi concomitanti: 
  • economico, data la ricchezza oggettiva in termini di produzione e risparmio, ed in quanto centro dei traffici mediterranei e oltre;
  • politico, in relazione alla sua posizione strategica al centro del quadrante operativo che negli anni Novanta e Duemila sarebbe divenuto strategico in ragione della Guerra al Terrorismo, nuovo spauracchio per i popoli occidentali, erede della Guerra Fredda.

Oggi è chiaro a tutti noi che la Guerra al Terrorismo non è più al centro delle agende di politica internazionale e nazionale dei Paesi occidentali. La Guerra al Male voluta ed iniziata dalla Famiglia Bush ha esaurito il suo compito: il Medio e Vicino oriente e il Nord Africa sono stati destabilizzati. Come al solito gli statunitensi, per mantenere equilibri interni ai centri di potere che si confrontano per il controllo della Federazione, iniziano guerre senza avere necessariamente un piano per il dopoguerra, come è normale visto che queste iniziative in politica estera servono per regolare essenzialmente conti interni. E così è stato anche nel recente passato in quanto dalla destabilizzazione mediorientale l’unico vero vincitore che emerge pare essere il novello Zar Vladimir Vladimirovich Putin.
E infatti, oggi, dopo la Guerra al Terrorismo, agli statunitensi pare non dispiaccia, anzi fa giuoco, rinverdire i fasti della Guerra Fredda; la dimostrazione è evidente se si analizza la politica aggressiva della NATO nell’ultimo decennio nei confronti della Russia sul sempre in auge confine orientale dei paesi del Patto Atlantico, che ha nella guerra civile scoppiata in Ucraina la sua epitome, ma che si sta riproponendo in tutto lo scacchiere internazionale dal Mare di Barents, per il controllo delle acque, al Sudan e Repubblica Centro Africana, per la penetrazione in mercati importanti e quadranti rilevanti strategicamente. Diciamo una riproposizione dello scontro USA-URSS per il controllo dei Paesi non Allineati degli anni Settanta.
Bene, e l’Italia in tutto questo?
L’Italia, com’è accaduto nella Prima Guerra fredda, quella che si può circoscrivere sommariamente nel periodo da Yalta alla caduta del muro, potrebbe trarne enormi vantaggi se non fosse che, a differenza dei quel periodo non ha una struttura statale sovrana pronta a far valere le ragioni del Paese. 
Partiamo dall’Ucraina; 
A seguito della invasione dell’Ucraina da parte della Russia e della conseguente crisi politico-militare, l’Unione Europea, a partire dal marzo 2014, ha decretato una serie di misure restrittive nei confronti della Russia che sono passate dalla iniziale misura diplomatica di esclusione di quest’ultima dal G8 ad un vero e proprio embargo. In risposta a questo, la Russia ha deciso una serie di misure restrittive che colpiscono gravemente l’economia dei paesi che hanno deciso l’embargo riducendo fortemente gli scambi con l’Ue, cosa che sta seriamente gravando sulla economia del nostro paese, sesto partner commerciale della Russia; l’export italiano ha subito difatti una riduzione del -34%. Dati alla mano siamo passati dai 10,7 miliardi del 2013 ai 7,1 miliardi di euro del 2015 con una perdita (2015) di 3,6 miliardi. 
Ancora oggi, malgrado le mutate condizioni politiche, è in vigore un embargo che limita gli scambi commerciali con la Russia, la Crimea e Sebastopoli ed un congelamento dei beni di oltre un centinaio di esponenti della élite politica, militare ed imprenditoriale russa.
E’ del tutto evidente che l’Italia ci rimette e non poco in questa storia per guadagnarci cosa? Nulla se non l’appiattirsi al volere dei partners europei che hanno interessi differenti e subiscono danni commerciali inferiori.

La Francia non ha mai rinunciato alla sua politica coloniale sin dagli anni Sessanta allorché, per cause di forza maggiore legate alla politica estera degli USA, fu costretta a lasciare l’Algeria alla sua indipendenza non rinunciando ovviamente ad esercitare su di essa e sulle altre colonie o ex colonie la propria influenza. Certo è che con le varie crisi economiche dei recenti decenni questo impegno economico è divenuto sempre meno sostenibile. 
Tanto insostenibile che siamo arrivati al punto di chiedere e ottenere da Paesi “vassalli” un aiuto ed impegno diretto; come facevano gli imperatori con i principi, questi con i vassalli, i valvassini e valvassori; un Nuovo Medioevo appunto. Peccato che nella parte del vassallo ci sia l’Italia a giudicare dall’impegno assunto con la Francia in Niger dal nostro governo attuale.

La mondializzazione o globalizzazione che si voglia ha segnato un altro passaggio di ritorno al passato: l’uso dei mari per l’incremento esponenziale dei commerci e della trasmissione delle notizie o comunicazioni. Mi voglio soffermare, in particolare, su quest’ultimo punto, in quanto ci riguarda molto da vicino. 

Il primo cavo transatlantico per le comunicazioni venne posato nelle profondità marine nel 1858, segnando uno scarto epocale rispetto al passato; poi siamo andati sulla luna e credevamo che l’era dei satelliti avrebbe costituito l’evoluzione ultima delle comunicazioni: sbagliato. Oggi il 95% delle comunicazioni mondiali, ed il pieno sviluppo della rete globale internet, passa nei cavi sottomarini che sfruttano gli stessi corridoi delle profondità del Novecento. 
Oggi russi e americani sono tornati a farsi la guerra anche nelle profondità oceaniche proprio a causa dei cavi ottici attraverso i quali passano le comunicazioni mondiali di tutti i generi, ma soprattutto economiche. Immaginate cosa voglia dire recidere uno di questi cavi: si potrebbe oscurare un intero Paese. Ma immaginate cosa possa significare sotto il profilo dell’intelligence, sia economica che militare, intercettare le comunicazioni che viaggiano in tal modo. 
E l’Italia? Non tanto l’Italia, in questo caso quanto, la Sicilia.
Date un’occhiata a questa cartina allargandone le dimensioni e riflettiamo su quale importanza abbia la Sicilia nel panorama internazionale occidentale e internazionale in genere. Edward Snowden ha raccontato la portata del valore di questi hub informatici per la stabilità del pianeta. 
Ma che la maggior parte di essi emerga in Sicilia non è di sicuro dovuto soltanto al meraviglioso sole di cui si può godere nell’isola, il fine logico è di avere delle stazioni di monitoraggio e controllo dei vari flussi di dati, cosa che non  può non assumere un grande valore per il nostro Paese in termini di capacità di scambio verso i proprietari e i relativi gestori. 
Se la Sicilia è stata scelta quale nodo di approdo di questa matassa mondiale di cavi evidentemente una ragione importante e ineludibile deve esserci. 
L’Italia ha ancora molte carte da giocare sul piano internazionale, ma è indispensabile  che a questo tavolo non siedano dei vassalli ma degli italiani.   






  



domenica 21 gennaio 2018

L’Italia: si può fare!!!

Amici e lettori,
quando si tocca il fondo, si dice luogocomunemente parlando, non si può che risalire: falso si può restare schiacciati dal peso della propria incapacità di modificare gli eventi.

L’Italia ancora non può dirsi sul fondo delle proprie miserie, ma di certo è vittima di un abbrivio verso il baratro che non sembra poter godere, allo stato, di sussulti che possano invertire questa tendenza.
Il prossimo appuntamento elettorale appare completamente svuotato di significato, posto il fatto che nessuna forza si distingue in quanto portatrice di novità dirompenti che possano frenare la tendenza negativa di cui soffriamo, se non a colpi di propositi, ma sappiamo che di propositi è lastricata la strada per l’inferno.

Nell’ottica della mia ricerca di idee innovative, se è vero che nell’innovazione c’è la possibilità di futuro, e a compimento dei miei studi che, mai come in questo periodo, vertono su un parallelismo tra eventi storici ed economico-finanziari, stretti in un forte legame di causa-effetto, in questo fine settimana sono stato gentilmente invitato, e ringrazio, quale ospite ad un incontro dell’associazione culturale CLEMM di Cecina nel corso del quale Antonino  detto Nino Galloni, sostenitore del progetto CLEMM/COEMM, dopo aver rinfrescato le menti sull’evoluzione economica del capitalismo del dopoguerra da una visione espansiva ad una meramente finanziaria, e quindi sui vari passaggi che hanno portato l’Italia alla fase di deindustrializzazione degli anni 90, ha lanciato una proposta innovativa vecchia dei quarant’anni nel corso dei quali l’ha sostenuta pagandone anche la coerenza: la sovranità monetaria dello Stato finalizzata allo sviluppo e gestione di un’etica economica che favorisca l’uomo che secondo il professor Galloni, ma non solo lui, è ecosostenibile, nel senso economico. 

È il famoso uovo di Colombo e questo dimostra quanto sia stata penetrante, negli anni, la perversa logica della finanziarizzazione esponenziale e senza limiti del capitale che ha finito per distruggere l’entità essere umano sotto ordinandolo al profitto, non in quanto giusto compenso del rischio d’impresa ma risultato di un algoritmo che anestetizza il mercato.

Può una visione oggi utopica, ma che ha portato nel dopoguerra questo Paese ai primissimi posti della classifica dei Paesi industrializzati, divenire tanto dirompente e persino rivoluzionaria? 
La mia risposta è sì , può e deve esserlo. Questa risposta è maturata oltre che da un ragionamento semplice in termini economici anche dall’aver notato l’auditorio estremamente eterogeneo: non ho visto portatori di stendardi ideologici novecenteschi, ma persone, lavoratori e cittadini fusi in un’eterogenea amalgama.
Allora mi pare che sia possibile e auspicabile, a differenza di quanto il pensiero unico sostiene, dare a Cesare imprenditore il suo e al Cesare, cittadino e lavoratore, quanto dovuto in un equilibrio che soddisfa tutti:  tornare in fretta al capitalismo espansivo si… può… fare… .


venerdì 19 gennaio 2018

La strategia della tensione 1992/1993: Francia e Germania e il bluff dell’Unione Europea

Cari amici e lettori,
continuando a chiarire cosa è accaduto nel periodo della Strategia della Tensione del 1992/1993, cause ed effetti, mi soffermerò con questo scritto su un aspettò che dimostra e chiarisce, spero definitivamente, la totale malafede di chi ha parlato di Unione Europea anche sotto il profilo politico e non meramente quale area di libero scambio commerciale.

Abbiamo già visto come il nazionalismo francese e quello tedesco, catalizzati dagli interessi finanziari inglesi, abbiano mosso una guerra economica all’Italia nel 1992/1993 utilizzando quinte colonne che hanno pensato, organizzato e realizzato la Strategia della Tensione del 1992/1993 con lo scopo di deindustrializzare l’Italia depredandone il patrimonio economico.

Abbiamo accennato alla sovrapposizione dell’Europa dei 12 con la NATO, nella comune e condivisa necessità di avere un ombrello protettivo rispetto agli eventuali appetiti imperialisti del blocco sovietico; sappiamo anche che con la caduta del Muro di Berlino nel 1989 la NATO e l’Europa dei 12 non erano più sovrapponibili in quanto venendo meno il nemico comune, l’U.R.S.S. , questa coincidenza d’interessi veniva a mancare, ponendo su piani differenti gli stati europei e gli Stati Uniti d’America in quanto emergevano chiaramente nuove e differenti agende in campo di politica estera. 

In tale quadro l’Unione cerca di allargarsi ad altri paesi europei con un processo pletorico di inglobamento nella speranza di far coincidere con questo un processo di accrescimento interno con consequenziale potenziamento verso l’esterno, tanto da poter surrogare il ruolo di copertura USA e protezione NATO.
Questo è stato il pretesto e il contesto nel quale la Germania, la Francia e l’Inghilterra hanno realizzato il capolavoro di avvantaggiarsi indebolendo l’Italia nel 1992/1993. La nascita dell’Euro rappresenta la negazione stessa di uno dei principi dell’Unione: uniti nella diversità, rivelandosi, ma era evidente sin dall’inizio, un mero strumento da impiegare per drenare denari dai Paesi più deboli a favore dei più forti, scaricando sui rispettivi popoli gli oneri di una finanziarizzazione dei capitali privati attraverso politiche fiscali criminali. 

Tutto è filato liscio, come abbiamo avuto modo di ricordare, dopo le bombe della Strategia della tensione 1992/1993, finché la seconda guerra del Golfo 2003/2011, dichiarata dagli USA all’Iraq di Saddam Hussein, non costringerà i Paesi europei a calare le rispettive carte sul tavolo da gioco della politica internazionale.

Francia e Germania in particolare, le due potenze continentali, antagoniste sin dall’inizio del XIX secolo, ad un certo punto hanno ritenuto di poter far convergere i propri interessi nella certezza che la sommatoria dei rispettivi poteri tenesse a bada gli altri membri dell’Unione. Così non è stato, e non poteva secondo buon senso essere sostenuto. Infatti quando si è trattato di schierarsi per la difesa eventuale della Turchia nel 2003, ogni Paese ha fatto i conti con il proprio interesse nazionale sancendo definitivamente la fine dell’Unione Europea nei fatti. L’Unione apparve chiaro non aveva una politica estera e di difesa quindi non esisteva. Ma i danni che l’Euro aveva provocato iniziavano a farsi sentire: arriva la crisi iniziata nel 2005 ed esplosa nel 2008.   

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, ma soprattutto degli italiani che sono stati ingannati nel momento in cui gli si è fatto credere di rappresentare un malato cronico da curare in quanto spendaccioni, poco virtuosi e scansa fatiche e invece si trattava solo di creare un malato immaginario da depredare.

Giungiamo quindi al paradosso attuale per cui Francia e Germania sono uniti tra loro  per contenere il potere degli USA restandogli fedeli, mentre gli altri Paesi europei sono alleati degli USA per contrastare il potere di Francia e Germania.

E l’Italia in questo gioco si presta, con una miope politica da servaggio medioevale, a non rifiutare militari a chiunque li chieda, vedasi per ultimo i militari da impiegare in Niger, nella speranza di ottenerne in cambio benevolenza.


E’una vergogna, e le spiegazioni sono tre o si è ingenui, o si è incapaci o si è in malafede. Essendo le prime due difficilmente sostenibili non resta che la terza purtroppo.

mercoledì 17 gennaio 2018

La strategia della tensione 1992/1993: Francia e Germania alla conquista dell’Europa.

lI russi, i russi, gli americani... cantava Lucio Dalla pensando al futuro con Futuracanzone pensata e scritta a Berlino nel 1979 difronte al muro che ancora separava ma teneva l’Europa in equilibrio con i trattati di Yalta. 

In quel quadro storico era stato possibile pensare e sviluppare l’idea di un’Europa unita i cui membri potessero cedere parte della sovranità ad un organismo sovranazionale che ne consentisse uno sviluppo economico armonico senza alterare le dinamiche ed interessi interni di ciascuno. L’Europa dei 12 aveva delegato la propria sicurezza alla NATO, strumento militare di difesa contro il potenziale nemico comune: la Russia. L’equilibrio era garantito e condiviso; ciascuno stato nazionale aveva la sua moneta e provvedeva alla propria politica fiscale ed economica. Tutto bene. 

Ma poi ... arriva Futura...: cade il muro e cambiano le dinamiche internazionali, arriva la globalizzazione, la mondializzazione, arriva internet, esplodono i commerci, la NATO non corrisponde più all’Europa in quanto quest’ultima non comprende gli Stati Uniti d’America. Cambiano gli interessi dei singoli stati, cambiano gli equilibri che non sono più dettati dalla paura del nemico invasore ma sono fondati sulle guerre economiche che si affacciano minacciose nell’agone internazionale.

E’ in tale mutato contesto internazionale che subiamo, nell’ambito della nascita della nuova configurazione europea, la Strategia della tensione del periodo 1992/1993 che condurrà alla deindustrializzazione del Paese. Una strategia con molti padri, quinte colonne e traditori, decine di vittime, ma un solo obbiettivo: usurpare la ricchezza del popolo italiano. 

Nasce in questo frangente l’asse franco-tedesco che intende porsi alla guida dell’Europa sulla base di una convenienza reciproca che vede l’Italia quale posta in gioco per questi motivi essenziali:
  • Concorrente commerciale pericoloso per entrambi;
  • Concorrente geopolitico determinante per gli equilibri europei (Germania) e mediterranei (Francia).
L’accordo si basa sullo scambio:
  • La Francia non si oppone alla riunificazione della Germania;
  • La Francia guadagna maggiore spazio operativo nel Mediterraneo come verificheremo anche in occasione della guerra mossa alla Libia di Gheddafi;
  • La Germania rinuncia al marco forte;
  • La Germania, non ostacola, anzi favorisce la guerra della finanza internazionale al patrimonio industriale a partecipazione statale italiano, alla sua economia e finanza.

Mi si è chiesto del ruolo inglese in questo periodo. 
Chiariamo: l’Italia dalla fine della Seconda Guerra mondiale è dichiaratamente sotto tutela  inglese con la supervisione degli Stati Uniti d’America. Tuttavia questo ruolo, fatemi professione di fede non avendo questo scritto tale tema per soggetto, gli inglesi se lo sono ritagliato sin dall’occupazione della Sicilia nel 1805, dal supporto fattivo all’unità d’Italia passando per il forte impulso alla costruzione del regime fascista. 
Nell’ambito qui discusso, senza cedere alla facile ricostruzione di un complotto ordito a bordo del panfilo Britannia in quel frangente, basta il buon senso per comprendere che l’interesse inglese non contrastava affatto con quanto andavano realizzando francesi e tedeschi ai danni dell’Italia, se non altro poiché la internazionale aveva  ancora il cuore pulsante nella city.

Un ulteriore chiarimento è doveroso: la politica internazionale non è fatta dalle  relazioni formali tra stati con i relativi apparati diplomatici. Non la si realizza più in quei salotti ma in consessi ristretti, circoli chiusi, case di famiglia. E’ la politica della èlite finanziaria che detta le agende ai governi, i quali traducono i desiderata in politica estera. 
Alla luce di questa considerazione non esistono più i russi, i francesi, gli americani o i tedeschi: l’economia ha preso da tempo il sopravvento sulla politica.
Due esempi:
  • Ingresso degli Stati Uniti d’America quale parte belligerante nella II Guerra mondiale: mentre i colossi General Motors, Ford, Standard Oil, Texaco, IBM, General Electric, DuPont, ITT e altre aziende statunitensi che avevano investito in Germania, videro aumentare il valore dei loro investimenti dopo l'ascesa al potere dei nazisti contribuendo a costruire gran parte della potenza economica del III Reich ostacolando l’ingresso degli USA nella guerra contro la Germania, F.D. Roosvelt chiedeva al congresso l’intervento bellico in Europa a sostegno della libertà democratica; e dovette sudare le famose sette camice denunciando pubblicamente questa situazione in un famoso discorso. La situazione divenne chiara quando le truppe americane sbarcarono in Normandia e si trovarono contro mezzi militari costruiti dalle major statunitensi;
  • VODKA/COLA è un’espressione che sintetizza i rapporti commerciali trasversali tra gli attori economici occidentali, statunitensi in primis, ma anche la Fiat e L’ENI italiana, e i Paesi del blocco sovietico che non si sono mai interrotti sin dalla fine della II Guerra mondiale nonostante la c.d. Guerra Fredda.

In conclusione, quando scrivo e parlo ricorro alla categoria italiano, statunitense, russo, e via dicendo avendo in mente sempre un doppio livello: quello di facciata politica che riflette pallidamente l’interesse nazionale di ogni singolo stato, e quello sostanziale economico-finanziario vero artefice dei destini dei popoli mondializzati come noi abbiamo sperimentato e continuiamo a sperimentare sulla nostra pelle ogni giorno nel procedere rapido del processo di deriva economico e sociale dell’Italia.


lunedì 15 gennaio 2018

La strategia della tensione 1992/1993: stabilizzare per privatizzare.


Cari amici e cari lettori, 
ho peccato, ho gravemente peccato; nel post precedente, Di quando l’Italia perse la sua ultima guerra 1992-1993: il malato immaginario e la cura, ho sottinteso l’analisi dei fatti che denunciavo alla base della strategia della tensione del 1992/1993: uno sbaglio. Volendo porre immediato rimedio, e a definitivo completamento del quadro sovversivo che intendo delineare con questi scritti, provvedo immediatamente a colmare questa lacuna riportando tutti noi a quel periodo.

Politicamente è la stagione dei governi del CAF,  Craxi, Andreotti e Forlani, esperienza nata dalla fine della stagione dell’avvicinamento o meglio della impossibilità di escludere, a causa dei numeri alle elezioni, Il PCI di Enrico Berlinguer dall’area di governo. E’ un’esperienza politica quella del CAF, che sgorga dal sangue della strage di Via Fani a Roma 16 marzo 1978 e dall’uccisione del sequestrato Aldo Moro il successivo 9 maggio, data di nascita ufficiale dell’Europa,  con tanto di festività, quando si dice il caso della storia.

Siamo a Carpiano, nel milanese, è l’11 aprile 1990, due uomini a bordo di una moto avvicinano l’autovettura su cui si sta recando al lavoro, Umberto Mormile e lo freddano a colpi di pistola. Sono uomini di ‘ndrangheta quelli che hanno ricevuto il compito.  Umberto Mormile è un’agente di custodia che ha avuto rapporti con il boss Domenico Papalia. Un omicidio di mafia, di ‘ndrangheta che viene rivendicato da una strana sigla: siamo La Falange Armata, … sentirete parlare ancora di noi.
E noi ne parlammo ancora e diffusamente in quanto si tratta della prima eco mediatico dello Stato Profondo che si riverbera sulla strategia della tensione del 1992/1993.

Nel 1990 è in piena fase di sviluppo il processo d’avvio all’integrazione nell’Unione Europea rilanciato con l'Atto Unico, entrato in vigore nel 1987, che si prefiggeva il rilancio del processo di costruzione europea al fine di portare a termine la realizzazione del mercato interno. Tutti i Paesi dell’Unione sono chiamati a realizzare politiche sociali ed economiche che rientrino nei parametri convenuti e condivisi.

Questo è lo sfondo nazionale ed internazionale nel quale si agitano in fortissimo contrasto due necessità:
  • quella del governo italiano di preservare la propria sovranità e forza economica e finanziaria ma soprattutto la temutissima industria statale italiana, nata dalle politiche d’intervento dello stato, le Partecipazioni Statali, volute da Enrico Mattei ed Amintore Fanfani che aiuteranno e sosterranno il boom economico dell’Italia; 
  • quella dei nostri amici europei di indebolire l’Italia, unico Paese in grado di determinare in un senso o nell’altro le politiche europee, ricco, in salute e con una forza economica intrinseca oggettiva che fa gola a tanti.

E quindi è fisiologico che nasca un asse franco-tedesco contro l’Italia, sostenuto a livello internazionale dalla finanza speculativa che non aspetta altro che sedersi al banchetto della privatizzazioni italiane per assicurarsi i gioielli economici e finanziari di un paese ancora  saldamente tra i primi sette industrializzati. Ovviamente i nostri amici dovendo unire le forze a scapito dell’Italia si accordano a reciproco vantaggio: tu puoi riunificare il Paese diviso dalla Seconda Guerra mondiale, ma devi al contempo accettare di rinunciare al marco e alla forza. 

E questo è il quadro complessivo.

Bene torniamo alla strategia della tensione del 1992/1993; nella prima fase si colpisce la vecchia struttura di potere, per cui si indeboliscono mortalmente sotto il profilo politico sia Andreotti che Craxi con avvisi di garanzia e si toglie di mezzo il boss corleonese Salvatore Riina per eliminare quella mafia che era il braccio criminale del precedente assetto politico e statale mandando al contempo un messaggio a chi dietro di lui operava.
Quindi si passa ad una nuova compagine governativa affidata a Giuliano Amato i cui ministri giurano il 28 giugno 1992; bisogna correre per non perdere il treno europeo, dicono.
Ma il governo Amato soffre della presenza determinante di ministri appartenenti alla Democrazia Cristiana, che per convenienza e convinzione non ci stanno ad affrettare la liquidazione del patrimonio industriale italiano privatizzandolo. 

Questa è la causa della strategia della tensione del 1992/1993, bisogna rendere i politici, il parlamento e il governo proni agli interessi esteri. E per farlo, visto che non sembra che la via istituzionale funzioni, si passa a quella sperimentata: le bombe, la strategia della tensione che nel 1992/1993 si ripresenta esattamente uguale a quella del 1969/1974: destabilizzare per stabilizzare, ossia consentire al governo di attuare i desiderata internazionali per cui è stato messo lì. Ma visto che Giuliano Amato non riesce nel compito assegnato, via lui e dentro Ciampi; siamo al 29 aprile 1993. Hanno pagato con la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino l’essersi schierati, con la loro attività giurisdizionale a favore dello Stato Italiano sovrano, ma non è bastato. 

Il tempo stringe, l’Europa lo vuole, si deve fare e fare in fretta, le scadenze non possono essere disattese perché si incastrano con strategie già stabilite altrove che non possono essere più messe in discussione. 

18 aprile 1993, sull’onda emotiva di Tangentopoli, il partito radicale chiede agli italiani di smantellare la Prima Repubblica, e in particolare l’odiato ministero delle partecipazioni Statali, vero baluardo politico dello stato imprenditore tanto odiato dal neoliberismo che oramai ha travalicato i confini statunitensi per inondare di tossicità, come verificheremo nel 2008, l’intero sistema Europa, Germania in primis. 
Gli italiani, colpevoli ma ingannati, e non è una giustificazione, abboccano.

Sembrerebbe tutto fatto e invece no, ancora qualcuno resiste e quindi le stragi del 1992 non sono servite: morti inutili, ma tanto è colpa della mafia … pensano gli italiani.

E quindi, visto che non basta, la strategia della tensione si sposta dalla Sicilia al continente, forse in questo modo sarà più chiaro al governo che non può più permettersi ritardi o tentennamenti nello smantellare il Sistema Italia

13 maggio 1993, attentato in via Fauro a Roma, si dice diretto all’icona mediatica della lotta alla mafia Maurizio Costanzo; non ci credono quelli che contano, Bettino Craxi per primo: tendo a non credere alla pista mafiosa. C’è dell’altro. e’ una bomba che ha l’obbiettivo di stabilizzare, non destabilizzare. Cioè: rafforzare il governo in carica di modo che svolga il compitino assegnato. 
L’attentato è rivendicato dalla Falange Armata.

Il dibattito parlamentare allunga i tempi, le privatizzazioni sono ferme, impantanate nella discussione parlamentare che una volta si chiamava dialettica democratica, ma che evidentemente non ha gli stessi tempi della capitalismo turbofinanziario che ha fretta.

E allora nella notte del 26/27 maggio 1993 un altro colpetto; strage di via dei Georgofili a Firenze. Rivendicazione da parte della Falange Armata. Il ministro degli interni, il democristiano Mancino parla di gente che rivendica gli attentati sempre in orario di ufficio. Strana questa Falange Armata.  Tuttavia il colpo ha sortito l’effetto: il Governo provvede nominando Romano Prodi, nuovamente, alla presidenza dell’IRI affidandogli anche i poteri di amministratore delegato mettendolo nelle condizioni di vendere/svendere il patrimonio industriale italiano. 
Non basta, e infatti il primo ministro Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, istituisce un comitato di consulenza garanzia che ha il compito entro un mese, che fretta e tempi nordici, di avviare le procedure  per la dismissione totale di Enel, Ina, Comit, Stet, Agip, e Credit, e che affida al futuro presidente della banca centrale Europea, Mario Draghi.
Il comitato svolge il compito assegnato e preparare il piano di cessioni da attuarsi entro l’anno. Perfetto, tutto a posto, tutto finito.

E invece no, affatto, in parlamento ancora quei mascalzoni della Prima Repubblica recalcitrano, non ci stanno a perdere potere. Evidentemente hanno ancora qualche residua freccia nell’arco da scoccare, credono. 
E pronta arriva la risposta.
27 luglio 1993 a Roma saltano in aria le basiliche: San Giorgio al Velabro e san Giovanni in Laterano, tradotto: la chiesa stia fuori dalla partita.
Rivendica sempre la Falange Armata.

Attentati questi che imprimono nuovo slancio al lavoro del governo per le dismissioni; in data 27 luglio 1993 viene abrogata la legge di riforma bancaria del 1936, voluta dal fascismo di Benito Mussolini sull’onda delle crisi derivate dalla Grande Depressione statunitense del ’29, che definì la Banca d'Italia “istituto di diritto pubblico” e le affidò definitivamente la funzione di emissione della moneta; gli azionisti privati vennero espropriati delle loro quote, che furono riservate a enti finanziari di rilevanza pubblica; alla Banca fu proibito lo sconto diretto agli operatori non bancari, sottolineando così la sua funzione di banca delle banche. Qualcosa di simile alla legge Glass Steagall voluta negli Stati Uniti nel 1933; la legge bancaria Glass-Steagall mirava a introdurre misure per contenere la speculazione da parte 7degli intermediari finanziari e prevenire le situazioni di panico bancario. Strana coincidenze di leggi fasciste e progressiste americane, ma restiamo a noi.

Siamo all’epilogo. 
Il 29 ottobre 1993, il consiglio di amministrazione del Credito italiano, una delle tre banche d’interesse nazionale unitamente al Banco di Roma e alla banca Commerciale italiana, approva la dismissione del 40% del suo pacchetto azionario in mano all’IRI di Prodi. 
Due giorni dopo il 31 ottobre 1993, ci diranno le indagini successive, era pronta ad esplodere un’auto bomba in via dei Gladiatori a Roma al passaggio dei tifosi che raggiungevano lo stadio Olimpico.
E’ finita, la strategia della tensione del 1992/1993 ha raggiunto lo scopo.

La Democrazia Cristiana si scioglie, Craxi è pronto per l’esilio e gli italiani sono contenti di essersi difatti di questi malandrini.

A ogni bomba corrisponde un provvedimento del governo finalizzato a distruggere l’Italia.
Attentati rivendicati dalla famigerata Falange Armata.


venerdì 12 gennaio 2018

Di quando l’Italia perse la sua ultima guerra 1992-1993: il malato immaginario e la cura

Mi rendo conto che parlare di questo argomento può apparire, agli occhi dei più, futile, inutile, un esercizio di ricostruzione storica di fatti oramai lontani nel tempo. Tuttavia, se è vero che l’Italia è un malato che versa in condizioni quantomeno gravi  e pericolosamente prossime al punto di irreversibilità, ebbene, allora è il caso di riprenderne in mano la cartella clinica e cercare ancora una volta di ricostruire l’evoluzione della devastante malattia che ne segna le sorti.

La Prima repubblica si infrange difronte alle responsabilità di una classe politica che, ritenendosi giustificata dall’essere classe di potere, si permetteva il lusso di aver organizzato un sistema tangentizio diffuso al punto di rientrare nella categoria della prassi condivisa. E’ chiaro che il colpo a questo sistema, rodato e consolidato, doveva per deduzione provenire dal suo esterno e lo strumento è stato chiaramente l’operato di una magistratura che, risvegliandosi da una decennale accidia, si è accorta che nel frattempo la corruzione, e non la concussione -per la quale il colpevole sarebbe stato solo il politico e non l’imprenditore che invece lucrava favori- era stata eletta a sistema. Tardi, molto tardi, tanto tardi al punto che l’intervento della giurisdizione non salverà il malato ma lo accompagnerà mestamente al camposanto.

A questo punto, sarebbe stato naturale che un sistema malato, salvato dall’infezione che ne minava il vigore, dopo un periodo di riabilitazione a base di supporto vitaminico, riprendesse, memore degli errori commessi e dello scampato pericolo, la via verso la guarigione. Sarebbe stato naturale qualora il presupposto fosse stato la salvezza  del malato, ma così non era, anzi in sostanza si è trattato di una forma di eutanasia politica, e qui sorge il domandone: a favore di chi? Certamente non della classe politica, accompagnata al camposanto con tutta la struttura che ne aveva consentito la sopravvivenza per un cinquantennio, e allora si potrebbe ipotizzare a favore del nuovo che avanzando ne aveva preso il posto. E’ possibile.

Ma esiste anche una terza opzione: che l’intero processo, avviatosi nei primi anni Novanta, sia stato il frutto di un’oculata strategia, senz’altro sovranazionale, che aveva necessità di giungere ad un obiettivo che passava anche, ma non esclusivamente, attraverso la ridefinizione del ruolo dell’Italia in ambito europeo e internazionale. Una strategia basata sulla necessità di rispondere a più esigenze: spazzare via una classe dirigente e di potere che avrebbe resistito, per naturale spirito di conservazione, al cambiamento auspicato; operare alcuni correttivi di politica economica in Italia al fine di farne collimare l’indirizzo con i desiderata; approfittarne per saccheggiarne il patrimonio, boccone più che succulento; ridimensionare la struttura democratica in previsione di uno svilimento dei capisaldi in tema di benessere sociale e diritti acquisiti. 
Un’operazione importante che è stata portata brillantemente a compimento.
Questo genere di operazioni una volta si realizzavano alla luce del sole, con il cambiamento radicale attraverso un’invasione militare, poi si è passati al metodo del colpo di stato, fino al più raffinato metodo del “malato immaginario”. Spiego: basta far credere al soggetto, nel nostro caso un’intero popolo, ,di essere malato e di avere bisogno di cure. E gli italiani ci hanno creduto; hanno creduto che il malato fosse il modello di stato e non i singoli, che organizzati tra loro, ne avevano svilito la funzione e minato le stesse basi etiche per interesse di parte.
I fatti:
12 marzo 1992, viene ucciso a Palermo l’on.le Salvo Lima, di padre in figlio notabili della DC in Sicilia con un forte peso  a livello nazionale: si aprono le ostilità;
17 aprile 1992, viene arrestato Mario Chiesa, avvio di mani pulite/tangentopoli;
23 maggio 1992, strage di Capaci, inizia la guerra, le menti raffinatissime temute dal giudice Falcone compiono il primo atto contro il blocco di potere consolidato in Italia;
19 luglio 1992, un altro colpetto, giusto per chiarire il livello di scontro;
Questo è il il 1992, l’anno in cui si manifestò con violenza lo scoppio della guerra, di solito gli schieramenti in questa fase si compongono coagulando secondo i propri interessi.
15 gennaio 1993, arrestato Salvatore Riina, quella mafia non serve più e potrebbe rappresentare un ostacolo;
13 maggio 1993, una bomba in Via Fauro a Roma, qualcuno ci fa carriera, altri ricevono il messaggio;
26 maggio 1993, strage di via dei Georgofili a Firenze, si fa sul serio muoiono degli innocenti;
27 luglio 1993, attentati alle basiliche romane di San Giorgio al Velabro e San Giovanni, e qui il messaggio mi pare chiaro a chi fosse diretto;
27 luglio 1993, strage di via Palestro a Milano, altri morti innocenti e altro messaggio;
31 ottobre 1993, attentato non realizzato in via dei Gladiatori, nei pressi dello stadio Olimpico di Roma in occasione di una partita del campionato italiano della serie A.

Perfetto: attentati, stragi, morti e messaggi, tutto questo per far sì che la vecchia classe politica si facesse da parte? Inverosimile, per raggiungere questo scopo era più che sufficiente il pool di mani pulite; e allora cerchiamo di alzare lo sguardo e individuare cosa accadeva a livello più alto, a livello europeo.
Sarei tentato di comparare i fatti che seguono sinotticamente con gli attentati sopra descritti per dimostrare con puntuale cadenza le evidenti correlazioni delle stragi con importanti appuntamenti di governo relativi al futuro assetto europeo dell’Italia, che hanno generato la tragica melodia che ha accompagnato la Prima Repubblica e il Paese alla sua ultima dimora, ma tutto sommato è un esercizio superfluo, poiché chiunque può farlo in autonomia, e visto che in questa sede a conta evidenziare i risultati.

E quindi nel periodo 1992-1993:
  • salta il pentapartito, vengono eliminati politicamente Giulio Andreotti e Bettino Craxi; il primo ci rimette il Quirinale, ambizione di una vita politica all’altezza, probabilmente perché contrario alle politiche di deindustrializzazione e alle privatizzazioni dei beni dello stato;
  • alla casa Bianca arriva Bill Clinton che agita le acque internazionali attraverso l’intervento in Somalia, nell’ex Jugoslavia, rimuove la legge Glass-Stegall;
  • la Cina entra nel WTO;
  • i governi Amato e Ciampi avviano e concludono le privatizzazioni e la deindustrializzazione del Paese sull’onda dell’imperante tsunami neoliberista;
  • nasce l’Unione Europea.

Questa è la sintesi, ma qualora volessimo avere un quadro chiaro di cosa abbiamo fatto basta semplicemente rifarsi e rileggere alcuni degli otto punti di altrettanti referendum abrogativi promossi dal Partito Radicale la cui consultazione si è svolta il 18 aprile 1993, lo stesso giorno in cui nel 1948 si tennero le prime elezioni politiche della neo Repubblica, dimostrando che questa gente è dotata anche di un certo grado di sarcasmo:
  • Abrogazione delle norme bancarie fasciste del 1938 che attribuivano al Tesoro, anziché ai consigli di amministrazione il potere di nomina dei vertici bancari;
  • Abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti;
  • Abrogazione del ministero per le Partecipazioni Statali;
  • Abrogazione della legge elettorale per far posto ad un sistema di tipo maggioritario.
E il malato immaginario se l’è bevuta, la pozione avvelenata, contento di quanto stava facendo.

Ora, tornando un attimo alle stragi, che sono una cosa seria in ragione dei morti innocenti che hanno causato, è ormai assodato che la manovalanza era mafiosa, poco chiaro ovviamente risultano ancora i mandanti in quanto, come sempre quando si tratta di fatti epocali di questa natura, i mandanti sono sempre molto eterogenei. Esistono molteplici livelli di responsabilità che spesso agiscono all’oscuro delle trame degli altri; ecco perché a definire i fatti per la loro essenza bisogna partire dall’esito ed ecco perché occorrono anni prima che la nebbia delle polveri si diradi e appaia il vincitore della guerra.
Tirando qualche somma con una bella riga rossa è certo che:
  • il biennio 92/93 ha cambiato il volto di questo Paese;
  • che nel 1992 con l’operazione mani pulite la Prima Repubblica comunque, e al netto di tutte le nefandezze delle quali si è macchiata la classe politica di riferimento, veniva cancellata;
  • che la nuova classe politica di natura tecnica ha provveduto rapidissimamente a smantellare 50 anni di intervento dello stato nell’economia e nella finanza, operando il sistematico spacchettamento dei gioielli industriali a partecipazione statale con la relativa privatizzazione favorendo, di fatto operatori stranieri che hanno provveduto a fare la spesa alla bottega Italia;
  • si sono messe le basi per il depauperamento delle acquisizione in tema di diritti sociali e del lavoro culminati negli anni Settanta con l’adozione dello Statuto dei lavoratori;
  • si sono messe le basi per lo svilimento della partecipazione alla vita democratica delle masse attraverso lo svilimento del principio di rappresentatività  parlamentare grazie a leggi elettorali calibrate a questo fine.   

E fin qui siamo ancora difronte a dati di fatto difficilmente interpretabili diversamente. 
Un ultimo aspetto deve essere sottolineato: il ruolo dello stato profondo. 
Operazioni di questa portata presuppongono alcuni elementi pregiudiziali:
  • una forte capacità di propaganda;
  • l’interesse di una élite interna allo stato preso di mira;
  • uno strumento operativo pratico per realizzare i fini auspicati.
Anche in questo caso possiamo dire che nel biennio 92/93 riscontriamo agevolmente l’attivismo di queste forze in quanto:
  • è evidente la capacità e forza della propaganda mediatica con cui è stata, anche giustamente, sebbene poco oculatamente, gestita la fase mani pulite;
  • è evidente chi abbia guadagnato dallo smantellamento dei beni di famiglia italiani;
  • l’attività dello strumento operativo che si è realizzata grazie alla nuova mafia che ha realizzato materialmente gli omicidi del 1992 e gli attentati del 1993;
  • l’attivismo determinante di una compagine criminale chiamatasi Falange Armata che ha rivendicato gli attentati del 1993 e che si intersecava, non sovrapponendosi con la mafia.
Ma sopratutto, e qui rivendico la mia pervicace attività di ricerca, l’attivismo decisivo di quella struttura eterogenea, trasversale con capacità auto-rigenerative che si chiama stato profondo, ossia un nocciolo duro fatto di poteri che agiscono all’interno delle struttura statali sfruttandone la copertura istituzionale per fini privatistici. 
Ma di questo avrò senz’altro modo di parlare più articolatamente.
Quindi, detto questo, oggi il vincitore si intravede chiaramente, molto più chiaramente si può identificare il perdente di quella stagione, di quella guerra: il malato immaginario. 


Stigmatizzo: nel 1992/1993 potenze finanziarie estere e nazionali hanno realizzato un Colpo contro lo Stato italiano sfruttando interessi interni ad esso grazie all’opera di opportunisti votatisi ad un atlantismo neoliberista che ha superato in cinismo persino il capitalismo, come per altro già aveva previsto lo stesso Carlo Marx nel Capitale, per trasformarsi in capitalismo finanziario in cui la componente umana ha perso qualsiasi valore, finanche residuale.  
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