venerdì 28 luglio 2017

L’Italia in tensione.

Ancora segnali: va montando pericolosamente una marea spuria d’interessi che avvertono esattamente come gli sciacalli il corpo del Paese trasformarsi in un cadavere alla mercé dei convitati. 

Per capire quello che accade nel nostro Paese dobbiamo ancora oggi partire dalla considerazione che noi, più degli altri Paesi occidentali, subiamo (per motivi geopolitici e geoeconomici) gli effetti dei cambiamenti d’amministrazione negli Stati Uniti; questo è un fatto oggettivo che si arguisce riflettendo sui mutamenti delle relazioni ed equilibri internazionali che, per quanto ci riguarda, interessano la sfera europea e mediorientale.

In tale quadro, e ciò premesso, registriamo che in pochi giorni l’amministrazione francese ci ha mollato impunitamente tre ceffoni in pieno viso e affatto indolori: il dossier TIM, vale a dire il futuro della trasmissione dati in Italia; il dossier Libia, vale a dire le fonti energetiche e la strumentale questione migranti; la nazionalizzazione della partecipata di Fincantieri, vale a dire una grossa quota di mercato del settore che avevamo guadagnato salvando la loro decotta azienda.
Non mi dilungo sul tema  della nostra attuale forza di mediazione internazionale.
La politica interna: qui fate voi, ma in ogni caso, così come stanno le cose, nonostante le prossime elezioni, nessuno sarà in grado di ribaltare una situazione oramai fortemente stabilizzata a favore di un capitalismo finanziario internazionalizzato che dei nostri interessi patrii poco se ne importa.

In questi frangenti in Italia si mette automaticamente in moto la medesima e asfittica dinamica del tutti contro tutti, ma soprattuto tutti contro gli italiani. 

Ogni centro di potere, quei pochi e pressoché ininfluenti a livello internazionale, coagulo d’interessi privati, si agita chiamando alle armi scagnozzi pubblici e mercenari delegando loro trattative pericolose e soprattutto incomprensibili ai più. 
Ancora una volta bisogna annusare l’aria, mettere insieme fatti, notizie, libri, rapporti, articoli, storie, e riflettere per trovare le connessioni e intuire cosa accade, potrà accadere e accadrà.

Questo Paese di periodi simili ne ha già vissuti molti e in ogni occasione ha perso qualcosa della sua anima sacrificando alla tavola di pochi il benessere dei più.
I segnali interni sono evidenti: una crisi politica sclerotizzata in discussioni risibili; una situazione economica deflazionistica; il dialogo tra Tizio e Caio  - affinché Sempronio intenda  - tramite i messaggi che vengono affidati alle parole di vecchie cariatidi di una criminalità che non c’è più (per come essi la rappresentavano) e alle iniziative tempestivamente ineccepibili della magistratura.

Conosciamo questo spartito, lo abbiamo studiato a fondo: è la parte profonda dello Stato che come sempre annusa per tempo l’aria e ne controlla il cambiamento.

Ma un tempo quello Stato Profondo aveva una ben radicata anima forgiata sin dagli albori dello Stato Unitario e passata alla prova del Fascismo e della Repubblica: ma l’attuale incarnazione dello Stato Profondo riuscirà a mantenere in vita il corpo esausto di questo Paese per poter continuare a rubarne l’anima vendendola per denaro ed effimero potere?


Insomma in ogni caso non scorgo paladini dell'interesse nazionale all'orizzonte; e allora se a nessuno interessa il futuro di questo Paese chiudiamo i battenti e diamo ragione a chi come Jean Jaques Rousseau sosteneva che è difficilissimo insegnare alla gente ad essere libera.


lunedì 17 luglio 2017

1978 - l’Affaire Moro e degli uomini della scorta.


Pretesto: …la macchina della scorta aveva entrambe le portiere del lato destro aperte; una persona ferma sul lato destro, angolo posteriore ad una ventina di metri da Pistolesi indossava un passamontagna con una striscia rossa al centro …

(Paolo Pistolesi gestiva con il padre un’edicola di giornali, alle ore 9.00  vide passare a forte velocità le auto della scorta dell’onorevole Aldo Moro)

L’Affaire Moro e degli uomini della scorta è di enorme importanza nella temperie contemporanea che l’Italia vive. 

L’analisi di questo passaggio ancora non storico, tanto pesa sulle dinamiche interne al Paese, è decisiva e deve essere squadernata sul tavolo della politica contemporanea. Questo passaggio non sarà certo a somma zero comportando morti e feriti sotto il profilo politico e sociale. 

E’ questo Paese disposto disposto a superare l’analisi di tre momenti fondamentali della sua storia:

1.        processo unitario;

2.        fase armistiziale;

3.        Affaire Moro e degli uomini della scorta?

Non è più possibile navigare a vista: pena la dissoluzione completa.

Processi, commissioni d’inchiesta, pubblicistica: 39 anni e una domanda: perchè un solo componente a volto coperto?

Ma in fondo neanche questa è la domanda sarà dirimente, ce n’è perlomeno qualcun’altra. 

L’Affaire Moro e degli uomini della scorta, a quarant’anni dalla sua messa in scena, perchè di questo si trattò: di una tragicomica messa in scena, rappresenta un’occasione, l’opportunità di scoprire questo Paese, comprenderlo e ricomporne la natura che l’Affaire Moro e gli uomini della scorta ha messo in diamantina evidenza. 

Tragico per le ovvie conseguenze fisiche sulle persone quanto per quelle morali che hanno influito sui familiari, ma anche sui testimoni diretti, come sui protagonisti  stessi, costretti ad un continuo aggiustamento delle rispettive verità dovendo vilipendere la propria coscienza e la propria intelligenza.



Comico per come si svolse l’agguato, per l’inefficienza degli operatori brigatisti e delle rispettive armi che si inceppavano, si perdevano per strada, neanche capaci dell’unico compito affidatogli: fermare le auto di scorta tra le due auto sistemate a bella posta per celare i professionisti, quelli si all’altezza, nonostante tutto, del compito assegnato. 

Comico per l’andirivieni delle stesse autovetture usate per l’agguato nei giorni precedenti nella stessa zona o per il sorriso, riferito da un testimone, scambiato con il conducente della Fiat 130 mentre con a bordo il sequestrato si allontana dal luogo della messa in scena. 

Ancora comico per i brigatisti che fanno colazione nei pressi del teatro dell’agguato: ma d’altro canto perchè rinunciare ad un corroborante caffè nell’immediatezza dell’azione: siamo pur sempre italiani.

E’ comico il tutto, e quindi diviene per ciò stesso ancor più tragico quanto avvenne quella mattina in Italia. 

Come rendere omaggio a quei morti, a tutte le persone che in ogni caso vittime o carnefici furono coinvolte in quei fatti: questa è l’unica domanda a cui bisogna rispondere, prim’ancora che alle altre.

Ebbene, l’omaggio a quegli italiani sarebbe anche l’omaggio agli italiani come categoria sociale storica.

L’Affaire Moro e degli uomini della scorta, deve, e noi lo faremo con tutti i nostri limiti, mettere in risalto il ruolo del Sommerso della Repubblica, della profondità dello Stato che ha alimentato, e continua ad alimentare, una vasta area della società italiana disinteressata ai valori costituzionali certificati nella Carta che è stata il frutto dell’unico momento di condivisione nazionale di una visione di questo Paese fondata su quello che non si sarebbe più voluto per le generazioni future:  il fascismo. Senza però, e questo è il tumore che cresceva, ammettere che il fascismo era stato il frutto dell’ennesima misconoscenza storica. 

Quindi, perchè uno solo dei componenti del gruppo di fuoco che operò in via Fani aveva il viso nascosto alla scena? Un attore si mette in mostra, e i brigatisti lo fecero prima e dopo i fatti. Perchè uno non sentì il bisogno di mostrarsi: perchè preferì il Sommerso della Repubblica?

domenica 2 luglio 2017

Dov'é lo Stato?


Il piacere di chi storico non è, ma fa ricerca storica, risiede nell’assoluta libertà d’azione che, pur mantenendo il giusto rigore nella ricerca, può cedere al lusso di smarcarsi temporaneamente dall’oggetto primario della ricerca stessa. In altre parole, girovagare per le letture lasciandosi andare per seguire pensieri e idee che nascono strada facendo.
Questo ben inteso è un limite, forse.

E allora può capitare che, cercando di comprendere il contesto che ha favorito lo sviluppo della così detta strategia della tensione in Italia, ci si imbatta in un testo come questo: 
“… un tempo, la borghesia si permetteva di fare del liberalismo, difendeva le libertà democratico-borghesi e, in tal modo, si creava una popolarità. Oggi del liberalismo non è rimasta traccia: non vi è più "libertà individuale” e i diritti della persona sono riconosciuti solo a chi ha il capitale, mentre tutti gli altri cittadini sono considerati come grezzo materiale umano, buono soltanto per essere sfruttato …”.

Interessante, e allora si può capire e indulgere benevolmente con se stessi se uno si lascia trasportare dal testo per approfondire. E già, perchè l’argomento appare subito, a prima lettura utile per capire la nostra attuale condizione di uomini sociali, economici e politici, di cittadini, in relazione ai soggetti espressi: la borghesia, il liberalismo, la popolarità (o populismo), la libertà individuale, i diritti della persona, il capitale, i cittadini quale materiale buono per essere sfruttato

Ma non basta:
“… viene calpestato il principio dell'uguaglianza dei diritti degli uomini e delle nazioni: esso è sostituito dal principio dei pieni diritti solo per la minoranza degli sfruttatori e dalla mancanza di diritti per la maggioranza sfruttata dei cittadini …”.

Giuseppe Mazzini; ricordo uno dei primi volumi di un certo valore di cui ho memoria: Diritti e Doveri dell’uomo, nel quale il fautore di una Repubblica Italiana argomentava proprio sulle libertà dell’individuo nello Stato al pari dei suoi doveri verso lo Stato. La Nazione e le sue libertà nei confronti delle altre consorelle, nulla a che vedere con l’avvilente sudditanza comunitaria di cui siamo oggi vittima, vedasi tema Migranti, ma un rapporto paritario in considerazione del valore oggettivo di cui si è portatori. 

Ovviamente mi lascio andare oltre e penso alla borghesia italiana che del Risorgimento è stata l’anima, e quindi proseguo nella lettura:
“… prima la borghesia era considerata la guida della nazione: essa difendeva i diritti e l'indipendenza della nazione e li poneva “al di sopra di tutto”. Ora non vi è più traccia del "principio nazionale”, oggi la borghesia vende i diritti e l'indipendenza della nazione per dei dollari …”
No, ovviamente non può essere il rivoluzionario genovese a lanciare quest’allarme. 

Un allarme a cui bisogna necessariamente prestare la massima attenzione perchè calato nella situazione attuale, tanto nella nostra società nazionale quanto in quella europea e direi anche genericamente occidentale. 
Svilimento dei principi di libertà, delle diverse libertà, dei concetti di Stato e di Nazione. Siamo senz’altro alle prese con un reazionario, conservatore, nostalgico e, direbbero in molti, anche fascista.

Brani tratti dall’ultimo discorso ufficiale nell’ambito dei lavori del XIX Congresso del PCUS pronunciato il 14 ottobre 1952 da Ио́сиф Виссарио́нович Джугашви́ли detto STALIN, l’ultimo del grande Padre e il primo dal 1945; insomma un Congresso di quelli importanti, di quelli in cui i partiti nel Novecento delineavano linee programmatiche ad opera per lo più di Statisti

E’ il discorso che aprirà la strada al fenomeno della distensione del quale si farà paladino il suo successore Nikita Krusciov chiamando i dirigenti comunisti dell’Internazionale a conquistare i cuori delle masse non con le armi ma con la propaganda abbandonando l’idea del colpo di mano. Insomma seguendo la via italiana al comunismo, ma questa è un’altra storia davvero, che mi riporterebbe al tema della strategia italiana della tensione.
In sostanza quel reazionario di Stalin nel 1952 ridicolizzava le classi borghesi che andavano rinunciando alla propria ragione d’essere nella società, non é possibile, non è credibile, non è giustificabile oggi meravigliarsi del divario, del solco che separa ricchezza dalla povertà.
E allora forse iniziano a chiarirsi anche le dinamiche sociali che hanno determinato l’avvilente situazione sociale nella quale viviamo sempre meno consapevolmente. Sempre a sinistra, Marx nel suo Il Capitale aveva anticipato l’evoluzione attuale del capitalismo verso una finanziarizzazione iperbolica completamente scevra da ancoraggi legati al valore sociale della produzione in termini di redistribuzione sotto varie forme. 

Da ragazzo sentivo parlare del SIM, lo Stato Imperialista delle Multinazionali; da abbattere. Come spesso accade a teorie giuste seguono pratiche sbagliate, e persino Stalin, come abbiamo visto, lo aveva già preconizzato: lo Stato non si abbatte si costruisce e sostiene dandogli una forma condivisa e condivisibile. 

Non aver dato allo Stato nazionale una consistenza propriamente democratica, a partire dall’eliminazione dei partiti come forma organizzativa, per noi culminata con il Colpo allo Stato della stagione 92-94, ha svuotato lo Stato della sua essenza rappresentativa che ne era la linfa vitale. Ed eccoci qui.
Avevo iniziato la mia ricerca partendo dalla strategia della tensione, e come spesso accade, mi sono imbattuto in un tema apparentemente incongruente, il discorso di Stalin; ma così non è, perchè quella tensione sociale che si ricercava con le bombe, e i morti a partire da ben prima del 1969, in fondo è stata sfruttata per eliminare con il tempo lo Stato nazionale in Italia.

E infatti oggi rispetto allo Stato Imperialista delle Multinazionali abbiamo la sua mutazione genetica, per dirla con Luciano Gallino in Finanzcapitalismo, un bel libro che consiglio a tutti di leggere per capire cosa siamo e cosa saremo se non si cambia tendenza: “… le Mega-macchine sociali: così sono state definite le grandi organizzazioni gerarchiche che usano masse di esseri umani come componenti o servo-unità …”.
Io ho aggiunto un ulteriore tassello, e ora posso tornare alle mie ricerche.


Ps. la sinistra aveva gli strumenti teorici per capire, ma non l’ha fatto, e non importa perché, la destra doveva capire, e non l’ha fatto, e non importa perchè.
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