lunedì 17 aprile 2017

L'Italia conta eccome ma gli italiani non lo sanno. Dovrebbero.

Il nostro è un Paese incredibile e unico. L’Italia è ancora, e sarà sempre, il centro del mondo. Tutti ne sono consapevoli e si comportano di conseguenza tranne gli italiani. 

Quest’assunto era valido ieri, lo è ancora oggi, ma, cosa più importante, lo sarà ancor di più domani. 
La recente azione militare contro la base aerea di Shayrat in Siria è stata marcatamente realizzata ricorrendo alle infrastrutture militari statunitensi che operano dalla nostra penisola. La USS Porter e la USS Ross appartengono alla Sesta Flotta, con base a Gaeta in Lazio, che dipende dal Comando delle forze navali Usa in Europa presso Napoli Capodichino agli ordini dell’ammiraglio responsabile della Forza congiunta della Nato con quartier generale a Lago Patria (Napoli). Questo sul piano strategico, mentre l’apporto tattico è stato fornito dalle basi Usa in Sicilia: quella aeronavale di Sigonella e il centro di trasmissioni MUOS di Niscemi. 

Un passo indietro. 
L’amministrazione statunitense in carica sembra voler sostenere una politica di forza nel bacino del Mediterraneo e nel Medio Oriente articolato essenzialmente su 4 aree d’influenza così articolate: 
prima nel nord est della Siria affidata a forze locali asservite; 
seconda sempre in Siria, a nord di Aleppo, di pertinenza e responsabilità Turca; 
terza, a sud, diciamo nell’area delle alture del Golan sotto l’influenza di Giordania ed Israele;
quarta dalla costa siriana alla città di Homs. 

Orbene non penso siano necessari ulteriori aggiunte o articolate narrazioni e spiegazioni per comprendere quanto di per sé evidente. Tuttavia voglio precisare che se il sud è così militarizzato il nord est non è da meno, tanto quanto avveniva in piena guerra fredda, e mi limito a riportare alla memoria le testate nucleari strategiche finalizzate a contrastare l’eventuale invasione Russa della Germania. 

Un altro passo indietro. 
Napoli, gennaio 1962, VIII congresso della Democrazia Cristiana. Il segretario politico Aldo Moro, nel mettere le basi per le future collaborazioni politiche senza pregiudiziale alcuna, riguardo il fattore economico sciorina una serie di dati impressionanti se comparati all’oggi: 
“... nel decennio dal 1950 al ’60 l’Italia ha creato tre milioni e mezzo di posti di lavoro; i consumi dei privati sono cresciuti al 4 % annuo rispetto al modesto 0,5 riscontrato dall’unità alla seconda guerra mondiale; gli investimenti in abitazioni sono aumentati ad un saggio medio annuo del 13% e aggiunge...i nostri conti con l’estero sono più che pareggiati e si è costituita una ingentissima riserva d’oro e di valute pregiate...” Questi sono fatti, è il boom economico. 
Sottolineo, rimarco e sposo la considerazione dello statista legata a questi risultati: 
“... tutto ciò dà al nostro Paese una posizione di forza, di autonomia e di prestigio il cui significato va bene al di là del piano economico...”. 

Qual’è quell’orizzonte lontano che Aldo Moro non sottolinea ma delinea? 
Si chiama libertà, auto determinazione, coscienza dell’interesse nazionale e quindi capacità negoziale in sede politica e diplomatica. Ancora una volta Aldo Moro non pensa affatto, come qualcuno surrettiziamente insinuerà, di mettere in discussione l’atlantismo italiano, ma si tratta ciò nondimeno di affermare con chiarezza il proprio ruolo nel mondo. 

Un passo in avanti?
Questa determinazione all’orizzonte non la vedo; anzi non vedo neanche la linea dell’orizzonte. 
In effetti, la strage di via Fani a Roma del 1978, quei morti, e la scomparsa dell’onorevole Aldo Moro dovrebbe costituire più che ieri, soprattutto oggi un fermo monito alla coscienza di questo Paese affinché la barra possa tornare ad essere diretta verso un orizzonte, quantomeno.