mercoledì 19 ottobre 2016

Dallo Stato Islamico al vecchio nemico russo: l'importante è che la gente abbia paura.

In questi giorni, come appare chiaro a chiunque frequenti i media, i social e l’informazione in generale, stiamo assistendo alla fine annunciata dello Stato Islamico persino in diretta streaming, grazie ad alcuni dei principali network della comunicazione e propaganda.

E’ un rituale che si ripete sempre uguale a se stesso: la fine del nemico, dal racconto del Cristo crocifisso, alle fotografie in bianco e nero dei briganti macabramente esposti al pubblico ludibrio a piazzale Loreto, al faccione smarrito di un Salvatore Riina, o ancora alla visita dentistica a Saddam Hussein consegnata alle televisioni mondiali quale trofeo della seconda guerra del golfo, per citare alcuni esempi oramai neanche più tanto recenti.

Ebbene oggi siamo pronti a farci raccontare la fine dello Stato Islamico attraverso la battaglia per la riconquista della città di Mosul.
Chiariamo subito che Mosul è una città strategica la cui importanza è datata ed ha a che fare con la Storia poiché, solo per restare ai tempi moderni, ha un ruolo centrale nelle dinamiche di politica estera della Turchia in funzione di contenimento dell’Iran e dei Paesi del Golfo Persico.
Questa digressione nasconde la vera ragione dell’esistenza stessa dello stato Islamico quale strumento di politica estera e relativi interessi di molte Nazioni. 

Non ci sarà nessuna battaglia campale ma al più una qualche resistenza di facciata affidata ad episodi di guerriglia: i combattenti del califfo oltre che verso Raqqa saranno già pronti a fuggire nell’attesa di prossimi ingaggi. 

Mosul oggi rappresenta l’inizio di un nuovo capitolo di una storia millenaria e dal mio punto di vista la domanda da porsi non è come finirà questo ennesimo capitolo ma piuttosto com’è iniziato. E sì perché a suggerirci alcune riflessioni, oltre ovviamente alla lettura geopolitica dei vari interessi e quindi delle dinamiche internazionali, dovrebbe intervenire la consapevolezza che se in passato queste guerre si combattevano esclusivamente con armi di tipo convenzionale oggi si combattono con le armi contemporanee fatte di carne ed ossa e mi riferisco alle popolazioni, in termini di migrazioni, interne ed esterne, di scudi umani, di lupi solitari che si fanno esplodere nelle nostre città o compiono stragi di vario genere e anche di foreign fighters o di reduci dai campi di battaglia pronti a seminare odio e morte una volta tornati nei paesi di provenienza. 

A Mosul non ci saranno vincitori, a Mosul abbiamo già perso tutti così come è stato per la città di Aleppo.  
Sconfitto lo Stato Islamico in Iraq e Siria, il bacino di utenza, il brodo di coltura, lo stagno melmoso dal quale attingere e formare nuovi terroristi, non saranno stati parimenti distrutti.
E’ forse anche per questo che in fondo è meglio un nemico novecentesco come la Russia, la Corea del Nord o la Cina, terzo rispetto al rapporto cittadino stato.

domenica 2 ottobre 2016

Il crollo degli Imperi.

Adrianopoli, 9 agosto 378 d.c., l’Imperatore Valente muore nell’omonima battaglia sostenuta contro i Goti per fronteggiare la rivolta e l’invasione dell’Impero. Da quel giorno l’Impero romano sarà altra cosa rispetto al passato: iniziano le invasioni barbariche.
Il cronista Ammiano Marcellino ci riporta  il tragico attraversamento del Danubio da parte dei Goti su qualsiasi mezzo di fortuna, spesso prede della corrente impetuosa del fiume che mieteva vittime innocenti tra quei migranti. 

Quelli che riuscirono nell’attraversamento del fiume furono vittime della rapacità dei governanti della provincia, Lupicino e Massimo, che sfruttarono in ogni modo i migranti accaparrandosi anche i fondi destinati dall’imperatore alla gestione dell’emergenza ai confini. 

I generali, custodi dei vari campi profughi di accoglienza nei quali i Goti erano stati confinati, vendevano a carissimo prezzo ai migranti goti le stesse derrate ad essi gratuitamente destinate tanto che questi furono costretti a vendere i figli come schiavi agli stessi soldati romani. 

Com’era già accaduto in passato si sarebbe potuto, e l’imperatore questo voleva, continuare nella politica d’integrazione delle tribù dei goti nell’impero, creando nuovi contribuenti e soldati, sempre utili soprattutto nel momento in cui  i Persiani spingevano da oriente.

Ma così non fu a causa dell’avidità dei funzionari locali e degli interessi di governatori e generali e alle popolazioni dei Goti altro non rimase che la ribellione, il saccheggio e la guerra.
Nel suo commentario al vangelo di Luca, il vescovo Ambrogio testimone diretto di quelle vicende, scrive: gli Unni sono insorti contro gli Alani, gli Alani contro i Goti, i Goti contro i Tifali e i Sarmati. Breve narrazione che rivela uno smottamento epocale alle soglie del V secolo in Europa. 


Rileggere questo passaggio della storia di un Impero e l’inizio della sua fine ripropone un canone oggi più che mai attuale: sostituite i nomi dei personaggi, degli Imperi e dei luoghi ed avrete le stesse dinamiche che oggi disegnano il quadro geopolitico internazionale in particolare per quanto riguarda da vicino l’Europa.
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