martedì 14 giugno 2016

L'errata prospettiva d'analisi sui terroristi fatti in casa.


In pochi giorni, e in luoghi diversi, U.S.A. e Francia, siamo  costretti, con rammarico e disappunto, a registrare ed aggiungere altre vittime innocenti alla lista dei caduti civili in nome dello Stato Islamico.
Tuttavia, il quadro complessivo della vulgata mediatica induce ad alcune riflessioni.
La prima è che oramai è veramente difficile continuare ad assolvere le forze di polizia francesi per i fatti che in quel Paese accadono. 
Tralasciando la pessima organizzazione dell'evento calcistico, che ha messo in evidenza una pochezza analitica e previsionale alla luce di quanto va accadendo in Europa in termini di xenofobia (sembra di essere tornati all'ottocento continentale), era pronosticabile non la semplice possibilità ma la probabilità che  scontri violenti tra  tifoserie si sarebbero potuti verificare, mi soffermerei sull'omicidio di ieri senza parlare dei particolari di mera cronaca. 

Ma dico: non è ancora chiaro il normotipo ed il quadro complessivo del terrorista nato e cresciuto all'interno nelle società occidentali? Fino ad oggi si è trattato -sempre- di giovani maschi, disadattati, senza speranza nel futuro e con precedenti penali di piccola criminalità; è evidente la disperazione che muove le azioni di queste figure che altra soluzione ai propri demoni non riescono a concepire se non quella di annientare gli altri e sé stessi. 

Nel contempo è perfettamente in linea con il profilo psicologico di queste persone rivendicare l'adesione al gruppo Stato Islamico che risponde al naturale bisogno di appartenenza, dinamica psicologica tipica dei soggetti deboli e dell'essere umano in generale. Nell'appartenenza ci sentiamo qualcosa e qualcuno in questo mondo e diamo un senso alle nostre azioni: chi iscrivendosi alla massoneria, chi attraverso il tifo per la squadra del cuore, chi prestando giuramento rituale di fedeltà alle sette mafiose. E' umano poichè vuole dare a propri gesti soprattutto -estremi e disperati- un significato che non hanno. Solo distruzione, auto-annientamento e morte.

Dal canto suo è logico che il gruppo Stato Islamico sfrutti queste occasioni per riportarsi all'attenzione dei media, e quindi del mondo, perpetuando un'immagine virtuale di forza ed onnipotenza a costo zero che in realtà non ha affatto. 

Al contrario, non è in alcun modo ancora giustificabile e tollerabile l'incapacità d'elaborazione di pratiche di contrasto nei confronti di un nemico interno così evidente nei suoi connotati e altrettanto scontato nelle dinamiche. La Francia ha rinvigorito gli sforzi militari in Siria e Iraq contro lo Stato Islamico; questa scelta è chiaramente, spero, dettata dalla necessità strategica di fermare in loco i combattenti che in futuro potrebbero trasformarsi in reduci estremamente pericolosi poichè radicalizzati, addestrati e quindi muniti d'esperienza  pratica, (tema quest'ultimo da analizzare ed affrontare da tutti i Paesi europei in prospettiva) ben fatto, ma come si vede, non basta. 
Una buona notizia tuttavia va segnalata: lo Stato Islamico è debole se deve accontentarsi di rivendicare l'operato di poveri disperati in cerca di una identità perduta: evitiamo di crearne di nuovi e impariamo a contenere il fenomeno.