domenica 19 giugno 2016

La nostra arma di difesa da criminali e terroristi: la consapevolezza.


Consapevolezza, questa è l’arma di cui oggi disponiamo quale concreto strumento di autodifesa nell’affrontare le minacce di un mondo sempre più ostile nel quale ci immergiamo per svolgere le azioni della nostra vita quotidiana.
Il mondo subisce un costante processo evolutivo che spesso ci trova impreparati poichè non siamo per indole propensi a seguirne il ritmo. Per intima natura viviamo nel nostro ecosistema quotidiano che costruiamo attraverso le nostre abitudini quale frutto dei cambiamenti esterni che tentiamo di governare. 

Questo processo, tuttavia, presenta un lato oscuro e pericoloso che non ci mette al riparo da eventi imprevedibili ai quali non siamo pronti a reagire poichè lontani dal nostro  rassicurante e comodo abito mentale. Questo lato oscuro è rappresentato, appunto, dagli effetti collaterali prodotti sulla pacifica convivenza dai processi evolutivi mondiali. Effetti collaterali che possono essere sintetizzati per chiarezza nei fenomeni sempre più diffusi di criminalità organizzata e terrorismo. Su queste pagine ho già rappresentato come il nostro vivere quotidiano sia oggi influenzato, in relazione allo stato attuale delle dinamiche geopolitiche internazionali, dalla I guerra mondiale permanente.

Tanto premesso, è utile riflettere sul fatto che, come dimostrato empiricamente dalle cronache quotidiane a qualsiasi latitudine, lo Stato quale entità alla quale devolviamo la nostra sicurezza non è in grado di proteggerci dalle minacce contemporanee sempre più diffuse. 
E’ in tale quadro che siamo chiamati a fare la nostra parte attraverso l’acquisizione di un abito mentale adattato agli effetti prodotti dai processi evolutivi del mondo contemporaneo. 
Questo abito mentale può essere acquisito senza ricorrere a tecniche specifiche, che comunque esistono e sono senz’altro fruibili ed utili,  ma semplicemente iniziando a prendere coscienza che chiunque può essere vittima di eventi irrazionali di natura criminale e terroristica.

Quando il terrorismo contemporaneo ha fatto il suo ingresso nella società occidentale degli anni Sessanta e in prevalenza collegato al conflitto arabo-israeliano, gli obbiettivi erano per lo più collegati direttamente ai centri di potere degli stati; con il tempo si è passati a target più soft come i dirottamenti aerei, facili da realizzare e paganti sotto il profilo dell’effetto voluto di destabilizzare gli stati in ragione della conseguente pressione su di essi della comunità civile. Da allora ad oggi gli obiettivi dei terroristi, così come le capacità dei criminali comuni, so cambiati evolvendosi; siamo passati ad attacchi che colpiscono le aree d’attesa degli aeroporti come conseguenza dei maggiori controlli agli imbarchi; è cambiato l’uso degli aeromobili che sono stati tramutati in missili teleguidati come nel caso delle Torri Gemelle; abbiamo migliorato la sicurezza negli alberghi a causa degli attentati partiti persino dalle spiagge dei resorts. Insomma ci adattiamo alle nuove minacce reagendo ad esse, ma questo non basta perchè criminali e terroristi troveranno sempre il modo per raggiungere i propri obiettivi.
Questa grafica sintetizza al massimo il ciclo di ogni attività criminale. 

La consapevolezza che il mondo che ci circonda è sempre più pericoloso funge da catalizzare per il processo di costruzione di una nuova attitudine che singolarmente possiamo acquisire. 
Anch’io posso essere coinvolto in un fatto di natura criminale o terroristica nella mia vita quotidiana è senz’altro il primo mattone di questa costruzione mentale. 

Questi primi due passi: consapevolezza della minaccia e accettazione della possibilità che  possa colpirci fungono da viatico per le ulteriori riflessioni sul tema che si focalizzeranno sulla gestione del nostro rapporto con queste minacce nella vita di ogni giorno.

martedì 14 giugno 2016

L'errata prospettiva d'analisi sui terroristi fatti in casa.


In pochi giorni, e in luoghi diversi, U.S.A. e Francia, siamo  costretti, con rammarico e disappunto, a registrare ed aggiungere altre vittime innocenti alla lista dei caduti civili in nome dello Stato Islamico.
Tuttavia, il quadro complessivo della vulgata mediatica induce ad alcune riflessioni.
La prima è che oramai è veramente difficile continuare ad assolvere le forze di polizia francesi per i fatti che in quel Paese accadono. 
Tralasciando la pessima organizzazione dell'evento calcistico, che ha messo in evidenza una pochezza analitica e previsionale alla luce di quanto va accadendo in Europa in termini di xenofobia (sembra di essere tornati all'ottocento continentale), era pronosticabile non la semplice possibilità ma la probabilità che  scontri violenti tra  tifoserie si sarebbero potuti verificare, mi soffermerei sull'omicidio di ieri senza parlare dei particolari di mera cronaca. 

Ma dico: non è ancora chiaro il normotipo ed il quadro complessivo del terrorista nato e cresciuto all'interno nelle società occidentali? Fino ad oggi si è trattato -sempre- di giovani maschi, disadattati, senza speranza nel futuro e con precedenti penali di piccola criminalità; è evidente la disperazione che muove le azioni di queste figure che altra soluzione ai propri demoni non riescono a concepire se non quella di annientare gli altri e sé stessi. 

Nel contempo è perfettamente in linea con il profilo psicologico di queste persone rivendicare l'adesione al gruppo Stato Islamico che risponde al naturale bisogno di appartenenza, dinamica psicologica tipica dei soggetti deboli e dell'essere umano in generale. Nell'appartenenza ci sentiamo qualcosa e qualcuno in questo mondo e diamo un senso alle nostre azioni: chi iscrivendosi alla massoneria, chi attraverso il tifo per la squadra del cuore, chi prestando giuramento rituale di fedeltà alle sette mafiose. E' umano poichè vuole dare a propri gesti soprattutto -estremi e disperati- un significato che non hanno. Solo distruzione, auto-annientamento e morte.

Dal canto suo è logico che il gruppo Stato Islamico sfrutti queste occasioni per riportarsi all'attenzione dei media, e quindi del mondo, perpetuando un'immagine virtuale di forza ed onnipotenza a costo zero che in realtà non ha affatto. 

Al contrario, non è in alcun modo ancora giustificabile e tollerabile l'incapacità d'elaborazione di pratiche di contrasto nei confronti di un nemico interno così evidente nei suoi connotati e altrettanto scontato nelle dinamiche. La Francia ha rinvigorito gli sforzi militari in Siria e Iraq contro lo Stato Islamico; questa scelta è chiaramente, spero, dettata dalla necessità strategica di fermare in loco i combattenti che in futuro potrebbero trasformarsi in reduci estremamente pericolosi poichè radicalizzati, addestrati e quindi muniti d'esperienza  pratica, (tema quest'ultimo da analizzare ed affrontare da tutti i Paesi europei in prospettiva) ben fatto, ma come si vede, non basta. 
Una buona notizia tuttavia va segnalata: lo Stato Islamico è debole se deve accontentarsi di rivendicare l'operato di poveri disperati in cerca di una identità perduta: evitiamo di crearne di nuovi e impariamo a contenere il fenomeno. 

domenica 12 giugno 2016

Da Falluja a Sirte: nulla di nuovo sul fronte Stato Islamico da oriente ad occidente.


Ebbene i primi ad arrivare a Sirte, e occuparla liberandola dalle così dette forze dello Stato Islamico, sono state le milizie che si riconoscono nell’operato del governo, voluto, creato e supportato dalla comunità internazionale, che ha la sua sede a Tripoli. 
Alcuni analisti prevedono che questa vittoria sullo Stato Islamico in Libia porti alla nascita di un esercito nazionale libico frutto dell’unione con le forze armate del generale Haftar acquartierate Tobruk: vedremo.

Personalmente ritengo che quest’eventualità sia direttamente connessa ad altri meccanismi che prescindono dalla pseudo vittoria di Sirte sullo Stato Islamico in Libia e siano direttamente connessi ad un eventuale accordo delle forze di Cirenaica e Tripolitania sulla gestione della Compagnia Nazionale Petrolifera e sull’Autorità d’Investimento Libica; partita che si gioca  al di fuori dei confini libici.

In relazione ai fatti sul campo di Sirte, lo Stato Islamico nasce in Iraq con una strategia ben precisa che ho in precedenza delineato anche su queste pagine sfruttando non la propria forza ma soprattutto le debolezze altrui. Che Lo Stato libico non esista è palese, che ci sia la gran voglia di separatismo tra le principali macro aree anche, e soprattutto che si sia intervenuti militarmente senza un progetto di costruzione di uno stato nel dopo Gheddafi è altrettanto chiaro. 
Che sia chiaro:non è che non si sapesse cosa sarebbe accaduto, al contrario si tratta di una strategia vecchia come il mondo: divide et impera. Nella contemporaneità è dalla guerra di liberazione afgana in poi che questo sia l'approccio geostrategico e politico scelto, non solo in occidente, quale evoluzione delle pratiche novecentesche già post-coloniali. I vari satrapi di cui ci si è serviti a lungo per controllare queste regioni sono stati abbattuti con lo scopo di indebolire quei territori nell’idea che tutto sommato nel mondo globalizzato è meglio avere tante piccole guerre piuttosto che rischiarne più d'una di grandi dimensioni deleterie per gli affari.

Ora è chiaro che a fare le spese di questa politica siano i vari Paesi interessati, ma c’è un effetto preoccupante effetto collaterale che deve essere individuato nelle diverse istanze d’insorgenza, come quella dello Stato Islamico, che nascono dal basso delle comunità locali allorquando queste non trovano gratificazione alle rispettive esigenze nella costruzione  politica nelle rispettive aree. 
Così nasce e si alimenta da un lato l’insorgenza e dall’altro, quale conseguenza tattica, il terrorismo internazionale.

La vittoria di Sirte sullo Stato Islamico in Libia non si può considerare neanche una una vittoria di Pirro ma semplicemente un episodio in una guerra che travalica le frontiere dall’Asia fino alle Colonne d’Ercole e che si combatte per logoramento. 
I miliziani del gruppo Stato Islamico da sempre combattono in questo modo:
  • infiltrazione della società target;
  • alleanze tattiche locali;
  • acquisizione del territorio urbano e delle vie di comunicazione;
  • consolidamento economico grazie alle attività criminali ed illegali in compartecipazione con la criminalità organizzata comune;
  • accoglimento di combattenti provenienti da altre organizzazioni insorgenti (che così fanno pratica e teoria al contempo in un campo di guerra) e in minor parte di foreign fighters;
  • sfruttamento degli appoggi interessati da parte di Paesi esteri che usano lo Stato Islamico per i propri interessi nazionali.
Sotto il profilo militare:
  • messa in sicurezza dei territori sotto il diretto controllo;
  • posizionamento di cariche esplosive nei principali siti urbani;
  • impiego della popolazione inerme quale scudo umano per un’eventuale ritirata;
  • limitazione del confronto in campo aperto con le forze di reazione e ricorso al sistematico ripiegamento.
Ecco cosa è accaduto anche a Sirte ieri, accade a Falluja in questi giorni, e senz'altro domani a Mosul o Raqqa.
Questa è la semplice tattica insorgente dello Stato Islamico, degli Shaabab somali, di Boko Haram nel nord-est della Nigeria, solo per citare quelli mediaticamente più visibili.

A questo punto quali dinamiche si innescheranno? Nulla di diverso da quanto l'analisi del comportamento dello Stato Islamico ci insegna: si ritira, lasciando sul campo centinaia di morti, per lo più civili, e migliaia di profughi, nell'attesa che le acque si calmino e le forze di reazioni si ritirino a loro volta tornando a lasciare libero il campo. I talebani afghani si sono nuovamente insediati in Afghanistan con la benedizione, pare ed è  notizia di ieri, del leader di al-Qaeda al Zawahiri. 

O si cambia registro o negli anni a venire questi fenomeni non saranno più gestibili  anche a causa delle dinamiche demografiche e  climatiche, con i relativi effetti della desertificazione di imponenti territori, che causeranno l'incremento di un processo migratorio figlio dell'antropologica necessità di sopravvivere.



sabato 11 giugno 2016

La sicurezza nazionale non è solo terrorismo e migranti.




Se qualcuno vi chiedesse quali sono le minacce che ad oggi possono rivelarsi le più pericolose per l’Italia, di certo la maggior parte non avrebbe difficoltà a rispondere “terrorismo islamico” o “questione migratoria”, ma forse a pochi verrebbe in mente che la sicurezza del nostro Paese passa anche attraverso aspetti decisamente più nascosti. Secondo la Relazione sulla sicurezza della Repubblica del 2015, presentata anche quest’anno a febbraio al Parlamento come previsto, le questioni degne di attenzione sono anche altre, a cominciare dal presidio del sistema Paese e dalla strumentalizzazione del disagio sociale.
Per quanto riguarda i primi due aspetti, ovvero terrorismo ed esodo migratorio, si è ampiamente trattato in altre occasioni e molto ancora se ne tratterà; in questa sede, invece, abbiamo scelto di concentrarci proprio sul presidio del sistema Paese e sulle strumentalizzazioni del disagio sociale, sicuramente all’apparenza meno impattanti rispetto ad alcune minacce come quelle legate al terrorismo e purtuttavia non meno pericolose per la nostra Homeland Security.
Ma cosa si intende per presidio del sistema Paese? Esso riguarda quello che è generalmente (e altrettanto vagamente) definito come la difesa dell’interesse nazionale, ovvero la tutela di tutti quegli asset,  investimenti e infrastrutture che risultano essenziali per la sicurezza dell’Italia e per il suo posizionamento sullo scacchiere internazionale. Nel Rapporto 2015 vengono messi in luce le priorità economico-finanziarie, le vulnerabilità del sistema bancario e finanziario, la competitività e lo spionaggio industriale, le problematiche riguardanti la sicurezza energetica (in particolare viene affrontato il problema delle fonti di approvvigionamento e delle reti infrastrutturali), le economie illegali e l’evasione fiscale e, in ultimo, la pervasione della criminalità organizzata nel tessuto socio-economico del sistema Paese.
Per quanto riguarda la strumentalizzazione del disagio sociale, il Rapporto lo definisce come “i fermenti antagonisti e le dinamiche proprie degli ambienti eversivi”. In particolare sono richiamate alcune azioni attribuibili a quella che viene definita  la sinistra antagonista: la campagna contro l’EXPO, la mobilitazione anticrisi (con particolare riferimento ai temi del welfare, del lavoro e della rivendicazioni dei diritti), l’emergenza abitativa, l’antieuropeismo, le proteste di stampo ambientalista (tra cui rientrano la questione della TAV e la problematica delle trivellazioni in mare) e infine la ripresa dell’attivismo antimilitarista. Vi è poli la problematica riguardante l’eversione anarco-insurrezionalista,  (FAI - Federazione Anarchica Informale e FRI - Fronte Rivoluzionario Internazionale), l’estremismo marxista-leninista  e la destra radicale.
Inoltre, l’intero Rapporto è disseminato di focus tematici (chiamati Box), veri e propri riquadri nei quali vengono approfonditi temi specifici, come per esempio le mafie nazionali, l’origine dell’IS, il Jihad, la pirateria, la crisi ucraina, il cyberspazio e molti altri. Per finire, vi è una sintesi degli scenari e delle tendenze probabili riguardo alla sicurezza nazionale alla luce di quanto emerge dal Rapporto stesso.
L’intelligence oggi ha sicuramente un atteggiamento molto più aperto e trasparente verso la società civile (ne sono testimonianza i recenti tentativi di sinergie con il mondo accademico) ed è anche grazie al nuovo Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica che abbiamo la possibilità di apprendere con maggiore facilità quali sono gli ambiti prioritari per l’interesse nazionale. Perché in fondo la sicurezza della nostra Repubblica dipende anche un po’ dalla consapevolezza dei suoi cittadini, dalla consapevolezza di ciascuno di noi. 
Pierfrancesco Miccio
Analista presso Geocrime Education Association 

giovedì 2 giugno 2016

Il canto degli Italiani


Emilio Morosini, 18 anni, Goffredo Mameli, 22 anni; patrioti italiani e prime vittime della nostra Repubblica. Certo di quella Romana del '49 eppure di repubblica nel senso che dopo un secolo abbiamo finalmente avuto la forza costituente di creare. L'Assemblea Costituente il momento più alto dello sforzo degli italiani teso a dar vita ad un Paese diverso, nato dalle ceneri di un periodo inglorioso sotto tutti i punti di vista, dei vinti e anche dei vincitori. Due ragazzi che sublimano la propria giovinezza rinunciando ad essa per un'idea, la loro ma anche la mia. 
Scriveva Giuseppe Mazzini al popolo di Roma al termine del breve periodo di vita, cinque mesi, della Repubblica Romana:
"...In nome di Dio e del popolo siate grande come i vostri padri. Oggi come allora, e più che allora, avete un mondo, il mondo italiano in custodia..."
Nell'odierna ricorrenza come non tornare a quei ragazzi che tra mille altri hanno creduto, prima e dopo, a quest'idea: l'italianità.
Nel secondo dopoguerra che cosa ha portato il benessere in Italia: i soldi del piano d'aiuti americano? Le politiche economiche illuminate? I piani della grande industria? Nient'affatto, queste sono mere contingenze: il benessere degli anni Cinquanta e Sessanta, che ancora oggi, nonostante tutto, e seppur con pallidi riflessi, esprime i suoi effetti positivi, è frutto dei sogni della gente, dell’unità popolare, del lavoro degli italiani, della voglia di riscatto e rinascita in un'epifania collettiva.
Questo Paese da molto tempo deve decidere in quale futuro sperare. Appunto sperare, ossia a cui tendere con energia positiva e vitale; lo scoramento generale ancora latente deve essere esorcizzato in nuova linfa rigeneratrice. Per far in modo che ciò accada non servono rivolte di piazza ma più sensatamente la ridefinizione di cosa vuol dire essere italiani, di cosa vuol dire essere portatori di una identità millenaria produttrice di cultura, di cosa vuol dire avere le capacità per risorgere ancora una volta in omaggio a quei ragazzi, ai ragazzi come Emilio Morosini e Goffredo Mameli.
Questo Paese, la nostra Patria, ha bisogno solo di tornare a guardare il presente con gli occhi di quei ragazzi o non avrà futuro.
Viva l'Italia!

antonio de bonis
Founder e Presidente  di  Geocrime Education Association

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