domenica 29 maggio 2016

Italia in Libia: dalla distruzione alla costruzione.




E’ giunto il momento che io affidi a queste pagine alcune riflessioni sul dibattito che Geocrime Education Association ha avuto la forza e il piacere di organizzare con il prezioso sostegno, concretamente testimoniato con la sua stessa partecipazione, dell’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata il 25 maggio presso la prestigiosa sede del rettorato dell’Università Sapienza di Roma.
Un senso di ringraziamento tanto doveroso quanto più sentito è rivolto  ai relatori che hanno speso parte del rispettivo tempo al fine di fornire il proprio contributo di studiosi e la propria diretta esperienza  a quest’incontro alimentandone lo spirito costruttivo teso si alla conoscenza ma soprattutto alla consapevolezza di quale possibile futuro è auspicabile per la Libia e quale ruolo potrà assumere in tale quadro l’Italia.
In relazione alla valutazione del dibattito mi rimetto senz’altro alla registrazione integrale dei lavori disponibile, grazie alla sempre meritoria attività di testimonianza fornita da Radio Radicale che ringrazio da cittadino prima che da presidente di GEA, a questo link.
Assumendo ora il ruolo che più mi appartiene, e nel quale mi sento a maggior agio, quello di studioso e ricercatore di fenomeni criminali ho rilevato con piacere un sincero interesse e in parte un certo stupore in reazione al messaggio che ho voluto affidare al mio intervento in qualità di relatore: la criminalità organizzata e il terrorismo devono essere affrontati concettualmente e combattuti praticamente come un unico problema che affligge un sempre crescente numero di Paesi deboli, sull’orlo del disgregamento o già non più in grado di rispettare il patto sociale che ne determina l’essenza e relativa esistenza.
Dal dibattito generale, nazionale ed internazionale, emerge chiaramente un approccio ancora di tipo novecentesco a questi temi che si fonda sulla forse ingenua convinzione che i processi di pace debbano, non possano, avere un andamento verticale: dal più forte, la comunità internazionale, al più debole, il paese in crisi. Quest’approccio aveva un senso e capacità effettiva nel mondo del Ventesimo secolo ma oggi come dimostrano l’esperienza dell’Algeria degli Novanta, dell’Afganistan, dell’Iraq, della Siria e da ultimo dell’Egitto non regge più all’impatto con processi che quel mondo hanno cambiato. Henry Kissinger, nel suo libro, Ordine Mondiale, scrive che: “la nostra epoca è alla ricerca, a volte quasi disperata, di un’idea di un ordine mondiale. Il caos incombe minaccioso, accompagnandosi con un’interdipendenza senza precedenti: nella proliferazione delle armi di distruzione di massa, nella disintegrazione degli Stati, nell’impatto delle devastazioni ambientali, nel persistere delle pratiche genocide e nella diffusione delle nuove tecnologie, che rischiano di spingere il conflitto al di fuori del controllo o della comprensione dell’uomo”.
Ai consolidati e utili meccanismi internazionali devono essere associati nuovi approcci nell’affrontare crisi come quella libica. La pressione che su quel territorio esercitano istanze locali per natura frammentate e fortemente connotate da interessi criminali e di potere è tale da rompere con il tempo qualsiasi architettura istituzionale basata su accordi voluti dall’esterno. In sostanza o si ha la forza d’esercitare una tale violenza da costringere le parti in causa a sottostare agli eventuali impegni presi o si deve disinnescare quel meccanismo che ne alimenta la componente estrema che trova linfa vitale nel flusso di attività criminali e surrettiziamente insorgenti spesso a connotazione religiosa finalizzate esclusivamente all’acquisizione del potere.  
A causa delle contingenze storiche è evidente che il primo approccio da solo è oramai insufficiente e deve essere accompagnato e supportato da politiche internazionali che mortifichino la vitalità delle organizzazioni criminali-insorgenti-terroristiche. I temi del futuro in chiave di sicurezza vanno individuati negli squilibri demografici e climatici per i quali qualcosa è possibile fare, mentre per il contrasto al nuovo ibrido criminale che sostanzia i rapporti criminali e terroristici qualcosa è imperativo fare.
Nel concludere, affrontando questo tema e avendo ascoltato gli interventi dei signori relatori, non riesco a non tornare alla mente al processo unitario del nostro Paese ossia al rapporto nord - sud. Lo storico Pasquale Villari parlando di questo rapporto problematico, con specifico sguardo alle mafie, avvertì: se non sarete voi ad assimilare noi, saremo noi invadere voi; e mi sembra che le cronache quotidiane italiane parlino orami di una corruzione largamente diffusa eletta a costume. 
Una evoluzione in questo senso deve essere assolutamente evitata partendo dalla soluzione della questione libica affinché non rappresenti l’inizio di un processo di dimensioni continentali con riflessi anche geopolitici che investirebbero per logica il nostro Paese.

antonio de bonis
criminologo e presidente di Geocrime Education Association