venerdì 22 aprile 2016

Mafia Nigeriana: riti & delitti.


Su questa pagine abbiamo già affrontato il tema della mafia nigeriana ponendo, all’attenzione del lettore, alcune questioni di carattere sociologico e criminologico al fine di avvicinarsi a questo fenomeno  criminale di respiro internazionale che interessa che il nostro Paese ed ha le sue radici profonde in Nigeria. Per farlo abbiamo preso spunto dalla forte e datata presenza di organizzazioni criminali riconducibili alla mafia nigeriana proprio nella città di Palermo, anzi nel suo cuore, il quartiere Ballarò, sancta sanctorum della mafia in senso persino astratto. Rimandando a quelle riflessioni per l’approfondimento degli specifici dettagli, oggi ci spostiamo in Campania, e precisamente a Castel Volturno (CE), in un’altra area pervasa da fenomeni criminali di tipo mafioso a carattere camorristico. 

Tuttavia, come l’esperienza storica imporrebbe, non è di Camorra che parleremo, ma appunto di mafia nigeriana che qui agisce in totale autonomia essendosi guadagnata, negli anni, un ampio spazio territoriale sottratto, a seguito di una guerra tra criminali, proprio alla camorra casertana. Il 5 aprile, le forze di polizia hanno concluso un’operazione investigativa che ha consentito l’arresto di una decina di cittadini extracomunitari appartenenti alla mafia nigeriana, di etnia: nigeriana, ghanese e liberiana, poiché ritenuti appartenere ad un’organizzazione criminale transnazionale di tipo mafioso, operante in Campania ed altre regioni del territorio nazionale, dedita al traffico di droga, alla tratta degli esseri umani finalizzata allo sfruttamento della prostituzione, nonché altri reati contro la persona ed il patrimonio. 

La storia della mafia nigeriana è interessante sotto molteplici aspetti poiché, nel riproporre le matrici tipiche di ogni forma di criminalità di tipo mafioso, ci consegna alcune dinamiche peculiari del suo sviluppo. Sono comuni alle altre mafie: il vincolo associativo, la forza d’intimidazione e l’omertà che esse determinano nelle vittime, ma è anche comune ad altre organizzazioni criminali, l’essersi affrancate da una prima impronta sovversiva/insurrezionale per dedicarsi, con il passare del tempo, esclusivamente alle redditizie attività criminali.

Storicamente, infatti, la mafia nigeriana  ha la sua genesi nei movimenti di lotta universitari i secret cults nati contro l’oppressione coloniale ed i regimi fantoccio locali a supporto. L’evoluzione dei secret cults in mafia nigeriana è materia da criminologi più che da sociologi, ma la la comprensione di quest’involuzione verso mere forme criminali è connessa alla conoscenza dei fatti storici dell’intero continente africano propria di altre discipline. 

Per tornare ai recenti fatti di Castel Volturno, in questa sede, mi limito a segnalare alcune particolarità emerse dall’attività investigativa desunte dalle fonti aperte accessibili a chiunque. Il particolare che più di altri ha colpito la mia attenzione riguarda il rituale di affiliazione a quest’organizzazione di mafia nigeriana che lega i componenti all’organizzazione da un lato e vincola le vittime dall’altro.

I neofiti, scimmiottando la ritualità e i rituali mafiosi a noi già ampiamente noti, vengono indotti a bere un miscuglio di sangue di pecora, sgozzata per l’occasione, misto ai resti combusti della propria foto e di una raffigurante il simbolo dell’organizzazione, in questo caso specifico l’ascia nera dei Black Axe, una delle organizzazioni di mafia nigeriana più note a livello internazionale. Ovviamente non manca nemmeno la formula di rito da pronunciare per sancire la definitiva appartenenza al gruppo: “ …io qui comincio; ma senza una fine. Do il potere a me stesso e per usarlo solo per autodifesa, Ottagni, Senseni, Sampani …". Ottagni, Senseni, Sampani sono tre divinità della cultura Vudù, che si evocano per suggellare il giuramento e che si evicano quali guardiani della parola data.


Mentre le giovani ragazze nigeriane più o meno indotte al viaggio verso i paesi europei per essere  avviate alla prostituzione subiscono un ricatto psicologico basato sulla minaccia di ritorsione verso i parenti che restano in Nigeria, ed uno, che a noi occidentali può sembrare naïve ma che al contrario sulle ragazze esercita una forte pressione, legato ai famosi riti JU-JU, e non Vudù, come spesso superficialmente riportato, che ne condiziona psicologicamente il libero arbitrio influenzandone concretamente l’azione.

Questa criminalità agisce in forza del metodo mafioso che tuttavia ancora non è pienamente entrato a far parte della giurisprudenza in tema di mafie etniche sebbene il legislatore sin dall’anno 2008 abbia introdotto nell’ultimo comma dell’art. ex 416/bis del codice penale la locuzione … altre associazioni comunque localmente denominate...

Proprio il provvedimento cautelare che ha portato in carcere gli appartenenti al sodalizio mafioso nigeriano in argomento ha cura di sostenere la propria accusa di mafiosità mettendo in evidenza la forza d’intimidazione che deriva dal vincolo associativo e genera quel sentimento di succubanza psicologica noto come omertà. Il giudice nel delineare questi aspetti si richiama, su indicazione del pubblico ministero, ad un mio saggio sul tema uscito per Rassegna italiana di criminologia  relativo alla necessità di applicare per tempo la normativa antimafia anche alle organizzazioni criminali straniere che vanno sempre più chiaramente prendendo piede nel nostro Paese, e la mafia nigeriana è solo uno egli esempi a cui ricorrere, per contrastare sull’insorgere questi fenomeni prima ch’essi raggiungano un grado tale di resilienza criminale da renderne difficile, e quindi costoso in termini anche economici, l’effettivo contrasto.      

Cosa ne pensate? La mafia è questione italiana come gli spaghetti e il mandolino?