venerdì 5 febbraio 2016

IRAQ=Somalia=LIBIA


Portare la stabilità attraverso l’esportazione della democrazia è il proposito che - negli ultimi decenni - è stato issato a vessillo degli eserciti impegnati laddove interessi nazionali e particolari spingevano per un intervento.
In Somalia ci si prova da almeno un trentennio con pessimi risultati. Non esiste uno Stato nazionale ma un governo di transizione e una confederazione di stati con un’assemblea parlamentare in scadenza di cui fanno parte i membri più influenti dei 4 maggiori clan somali più un’appendice rappresentata dal resto delle aggregazioni tribali in perenne contrasto. Da quale anno, con alti e bassi, il gruppo radicale islamico sunnita di matrice salafita al-Shaabab è attivo nel paese e gode buona salute. Nato dalle ceneri della guerra civile somala, dopo un’affiliazione ad al-Qaeda nel 2012, più di recente sembra muoversi in direzione del gruppo Stato Islamico. 
Nel suo territorio opera dal 2007 con mandato delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace la missione dell’Unione Africana AMISOM composta da contingenti del Kenia, dell’Etiopia, del Djibouti e del Burundi. 
Anche questa missione, come quelle internazionali nei contesti che ben conosciamo, ha, nei fatti, fallito il proprio obiettivo: nessuna pace, nessun processo democratico, nessuna sicurezza per le popolazioni.
Gli Shaabab hanno gioco facile a determinare l’instabilità del Paese finanziandosi attraverso le molteplici attività illecite che controllano adattandosi alle contingenze del momento. Quando le forze governative e AMISOM si impegnano riprendendo qualche territorio occupato dagli shaabab quest’ultimi non fanno altro che ritirarsi preparandosi a colpire attraverso le classiche tattiche di guerriglia e terrorismo. Questa semplice strategia funziona perchè le forze a difesa del governo e quelle internazionali vengono sottoposte a perdite di vite umane e costi economici nel tempo insostenibili  non solo in territorio somalo ma anche nei rispettivi Paesi che aderiscono alla missione AMISOM.
Lo scorso giugno, in un attentato sono stati uccisi 70 militari del Burundi, in settembre è toccato a 50 soldati ugandesi, mentre in gennaio un ennesimo attentato degli shaabab è costato la vita a 100 militari del Kenia costringendo il Paese a far rientrare il proprio.
Sorvolando le evidenti similitudini con la situazione afghana, irachena, siriana e yemenita, pensiamo al paventato intervento internazionale in Libia per farci un’idea del quadro generale in cui la missione sarebbe chiamata ad operare. Le stragi di militari africani dell’AMISOM a malapena sono state oggetto di lancio d’agenzia stampa perchè ovviamente all’occidente poco interessa, ma possiamo pensare che i diversi gruppi terroristici presenti in Libia potrebbero rinunciare ad una simile strategia? Un intervento in Libia deve prepararci a questo e altro: basta saperlo.
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