martedì 2 febbraio 2016

Burkina Faso e la regionalizzazione di al-Qaeda nel Magreb islamico.


La lettura dell’attentato del 15 gennaio, rivendicata immediatamente da Al-Qaeda nel Magreb Islamico, è fin troppo semplice: destabilizzare la nascente fase di democratizzazione del Paese dopo 27 anni di dittatura di Blaise Campaoré. Primo inciso: AQMI rivendica azioni che compie direttamente a differenza dello Stato Islamico che si intesta la responsabilità di atti compiuti da altri spesso fine a se stessi senza al progetto concreto di natura strategica. Secondo chiarimento: quella di Campaoré era una dittatura basata sull’appoggio di varie reti clientelari d’interesse che a lui facevano riferimento; quella che ne è seguita non è certo una democrazia compiuta in senso occidentale ma una versione presentabile dello stesso sistema di alleanze per il governo del Paese, do ut des.
Ora, prima di entrare nel vivo dell’analisi dei fatti di cui trattiamo sono necessarie due brevissime premesse circa l’Africa Occidentale: la prima sul peso della storia e il suo riflesso sull’oggi, e la seconda sul ruolo dei traffici illeciti nell’area.
In questa regione, sin dai tempi del commercio degli schiavi, il rapporto tra i commerci - leciti ed illeciti - e il potere l è stato simbiotico; per secoli, ed ancora oggi, i governanti, al fine di assicurarsi l’appoggio dei potentati regionali e locali, hanno distribuito i proventi dello Stato ai principali notabili onde creare una rete di consenso che ne garantiva la permanenza al potere.
La seconda premessa riguarda gli effetti che l’aumento esponenziale dei traffici di sostanze stupefacente hanno avuto in tutta l’Africa occidentale. In passato si contrabbandava di tutto ma prevalentemente le merci sussidiate dai governanti di turno in favore della popolazione allo scopo di evitare sommovimenti di massa, insomma: panem et circenses. In linea generale, grazie al modus vivendi descritto appena sopra, i vari  sistemi statali funzionavano pressoché senza grandi scossoni finché alla fine degli anni Novanta sono venuti meno gli equilibri internazionali l’occidente  ha dichiarato la lotta senza quartiere al terrorismo islamico. Il mondo, in ragione dei fenomeni globalizzanti dei commerci, si è modificato e la criminalità da internazionale si è fatta transnazionale, ossia ha acquisito la capacità di attraversare con i propri traffici Stato dopo Stato e regione dopo regione. E l'Africa, quella occidentale in particolare, non é passata immune attraverso questi processi e dinamiche che hanno definitivamente stravolto il quadro generale dei rapporti di potere nella maggior parte dei Paesi centro-nord africani. La transnazionalizzazione dei traffici, leciti ed illeciti, insieme ad altre cause che vedremo in seguito ha favorito l’ingresso di tonnellate di stupefacenti, eroina dall’Afghanistan, prevalentemente via Kenya e cocaina dai Paesi andini pronte per essere trasferite al mercato europeo.
Sin dagli anni Settanta i traffici di droga hanno integrato quelli di sigarette ed armi di contrabbando a cui più di recente si è aggiunto quello di migranti. A determinare la nascita della rotta africana per quanto concerne il lucrosissimo traffico di cocaina dai Paesi produttori, Perù, Colombia e Bolivia, è intervenuta la chiusura da parte statunitense della rotta caraibica gestita per decenni dai cartelli colombiani che esportavano la droga via Florida negli States. A causa di questo mutamento ai colombiani è rimasta la produzione mentre il trasferimento della cocaina è diveniva appannaggio dei cartelli Messicani condannando quel Paese ad una sanguinosa guerra che registra ad oggi migliaia. Ma i colombiani, ovviamente, non potevano certo limitarsi al ruolo di meri produttori ed infatti ben presto per non lasciare la fetta di maggior guadagno derivante dal trasferimento della cocaina ai soli cartelli messicani, non potendo sostituirsi ad essi nella filiera verso il Nord America, hanno pensato bene di iniziare a trafficare la cocaina diretta in europa e in Asia, attraverso le coste dell'Africa occidentale giovandosi all'inizio dell'esperienza ed il  know how di appartenenti alla diaspora libanese presenti in sud America. 
Limitandoci a parlare del traffico di cocaina che più da vicino interessa i Paesi nord occidentali, a far data dai primi anni del secolo Ventunesimo, tonnellate di cocaina hanno iniziato ad essere sbarcate sulle coste atlantiche della Guinea e Guinea Bissau in particolare, e da li attraverso il Sahel verso le coste mediterranee per raggiungere l'Europa o i mercati orientali. Il traffico di cocaina ha modificato le strutture criminali locali alterandone gli equilibri semplicemente in virtù dei guadagni esponenziali che produceva. Da allora tutti hanno voluto prendere parte al bottino, governanti, colletti bianchi, criminali e, in generale come li chiamano da quelle parti i notabili, non escludendo ovviamente i capi tribali senza dei quali nulla è possibile muovere. Ed infatti questa è la dinamica criminale in tutta la regione: compra, vendi e guadagni. I venditori sud americani di cocaina non si caricano il rischio dell'arrivo a destinazione, ma solo dell'arrivo della merce nei porti africani; a quel punto il carico è venduto e quindi l'incasso è al sicuro. Sono le diverse organizzazioni criminali da quel punto in poi a spostare la merce secondo le rispettive capacità: meno passaggi maggior guadagno.
E' iniziato a scorrere un fiume verde di dollari impressionante che ovviamente ha suscitato gli appetiti di chiunque non avesse scrupoli, e da quelle parti è difficile averne. 
Ora, mentre tutto questo accadeva, nel 2011 gli occidentali, in particolare i francesi, in ragione del proprio interesse nazionale, hanno pensato bene di scompaginare ulteriormente gli equilibri già così labili facendo saltare la Libia e quindi provocando una reazione a catena che si è riverberata, come previsto, in tutto i Paesi del Sahel fornendo il pretesto per intervenire in loco al fine dichiarato di ristabilire la pace e portare sicurezza. Bella mossa per indebolire la politica italiana nell’area, ma soprattutto per insediarsi in quella che era facile prevedere sarebbe divenuta in prospettiva un’area geopolitica di assoluto interesse: l’Africa occidentale e il Sahel in generale. Nel frattempo nessuno degli attori locali è certamente rimasto alla finestra ad aspettare che altri, dall'esterno, stabilissero l'agenda delle priorità per cui sono nati i movimenti armati e insorgenti di ribelli Tuareg e Tobu,  e di altre confederazioni tribali, varie milizie, AQMI e ultimo sul proscenio lo Stato Islamico. 
Ora, nessuno ma proprio nessuno di questi attori locali è disposto a rinunciare alla propria fetta dei guadagni illeciti che nell'area rappresentano una fonte di guadagno e sostentamento capace di consentire la sopravvivenza alle milizie, alle organizzazioni criminali, all'insorgenza, al terrorismo e ai governi stessi.
Ecco spiegarsi il motivo per cui gli attentati nella capitale del Mali, e oggi in quella del Burkina Faso, siano strumentali semplicemente alla necessità di destabilizzare quel che resta di governi non certo rappresentativi delle popolazioni, ma semplice referenti dei governi esteri, al fine di porsi quali interlocutori privilegiati nella futura spartizione del potere locale.
Ricordiamo che AQMI nasce quale evoluzione del Gruppo Salafita per la Preghiera e il Combattimento, sorto nel 1998 durante la guerra civile algerina e in disaccordo con il Gruppo Islamico Armato ritenuto troppo estremista soprattutto in ragione delle stragi di civili. 
AQMI oggi rappresenta l’ultima evoluzione della dottrina di al-Quaeda poiché ha per obiettivo la regionalizzazione della lotta; per raggiungere questo obiettivo ha bisogno di indebolire gli Stati per penetrarne i gangli sostituendosi ad essi nella gestione dei rapporti con le comunità locali ottenendo il duplice risultato di avere accesso alle risorse lecite ed illecite da questi gestiti. In tale quadro, il Burkina Faso non poteva certo restare immune da questa strategia. 
L’intera Africa centro-nord è un enorme hub di traffici criminali e chi ne controlla i flussi controlla anche le popolazioni per cui la conclusione è banale: è solamente questione di denaro e potere. 
Ovviamente questa situazione ha risvolti geopolitici evidenti, come la pretestuosa presenza francese dimostra, che vanno ad intersecarsi con le faccende domestiche di chi abita quei territori alterandone le dinamiche sociali, e senz’altro poco hanno a che fare con il jihad di matrice fondamentalista islamica a cui tutto si vuole ricondurre quanto piuttosto all’uso strumentale della religione quale forza aggregante per coloro i quali, disperati, sono in cerca di qualsiasi cambiamento purché si cambi.