sabato 20 febbraio 2016

10 Dinari, il pizzo in Libia.


Mentre gli aerei americani hanno iniziato le operazioni mirate in territorio libico contro presunti appartenenti allo Stato Islamico colpendo, pare, il responsabile degli attentati terroristici alle infrastrutture turistiche tunisine dello scorso anno, Noureddine Chouchane, noi ci occupiamo di mafia in Libia. Visto che, in ogni caso, considerate le precedenti esperienze di questa politica di clinical strikes, l’unico risultato altamente probabile sarà quello di aumentare il numero dei fanatici destabilizzando ancor più il quadrante nordafricano. 
Il tema dei 10 dinari, invece appare molto più interessante in quanto si tratta del pizzo giornaliero, che una delle famiglie mafiose del distretto West Salami di Bengasi pretendeva dai commercianti che operavano nell’area di propria influenza con la solita scusa di garantire loro protezione. E non solo; i membri dell’organizzazione sono anche responsabili di rapimenti a fini di riscatto, omicidi e altri reati agendo in assoluta tranquillità non temendo alcuna forma di repressione tanto da poter organizzare tranquillamente posti di blocco stradali allo scopo di depredare i malcapitati che vi incappavano. Questa storia ha avuto un suo epilogo allorché un commerciante, all’ulteriore richiesta di denaro, si è ribellato ed è stato malmenato. I familiari raggiunti dai parenti di un’altra vittima a sangue freddo dell’organizzazione hanno deciso di mettere fine alla cosa si sono coalizzati ed hanno preso d’assalto il quartier generale dell’organizzazione. Ne è seguito un violento conflitto a fuoco con morti e feriti a cui ha posto fine la pseudo autorità di polizia che non potendo farne a meno ha deciso di intervenire. Alla fine della giornata i capi dell’organizzazione criminale sono fuggiti lasciandosi dietro un arsenale di armi varie.
Al di la degli aspetti, che sarebbero quasi folcloristici se non fossero marcatamente tragici, sono utili alcune considerazioni:
  • il tutto si è svolto in una delle città che conosciamo per essere una delle roccaforti dei movimenti islamici radicali, insorgenti e terroristici;
  • in questa città agiva in tutta tranquillità un’organizzazione criminale, tipicamente mafiosa in ragione del modus operandi e delle specificità operative, che aveva il totale controllo del territorio come dimostrano l’impunità e la capacità di organizzare posti di blocco stradali;
  • la polizia locale, come riferito dalle fonti interpellate in loco, non è mai intervenuta in precedenza, e probabilmente lo ha fatto per proteggere i criminali dall’assalto della gente disperata dall’ulteriore angheria, tra l’altro riuscendo a non catturare i capi dell’organizzazione.
Ebbene, quest’episodio racconta chiaramente due cose: la prima è che la percezione che all’esterno si ha della situazione libica è fuorviata e standardizzata su canali preconcetti che raccontano di governi, legittimi e non, di milizie, di brigate, di terroristi vari e tutt’al più di trafficanti di esseri umani; la seconda che i territori sono in mano ad organizzazioni che vengono protette nello svolgimento delle propri attività criminali quotidiane. Ora, visto che una forza di polizia come la intendiamo per riflesso noi in occidente non esiste appare evidente, e il caso trattato ne è un esempio, che questa protezione è assicurata dalle milizie di varia natura che operano negli stessi territori realizzando un’osmosi operativa basata sul reciproco interesse. Una milizia, una brigata o comunque la si voglia definire, non può al contempo occuparsi dei propri nemici diretti, altre milizie, brigate, spie e così via, e provvedere, allo stesso tempo, al controllo delle popolazioni e al loro sfruttamento; ecco allora la necessaria cointeressenza con le varie criminalità locali. Nulla di nuovo certo, lo abbiamo già visto, in Afghanistan, Iraq, Siria e prim’ancora nell’ex Yugoslavia. Ma sarebbe un bene riflettere sin d’ora sugli aspetti pratici, sociali e politico-economici che tutto questo comporta nella prospettiva della costruzione di un futuro per queste comunità. Che tipo di comunità sociale potrà essere organizzata partendo da una base costruita sul rapporto criminalità e potere. Anche la storia del nostro Paese potrebbe aiutarci in questa pre-visione. 


mercoledì 10 febbraio 2016

Tutti a cena, anzi no, solo i fondatori.


Si ritene che il colpevole torni sempre sul luogo del delitto; martedì 9 se n’è avuta un’ulteriore conferma a Roma. I Ministri degli Affari Esteri dei sei Paesi fondatori dell’Unione Europea, Italia, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi e Belgio, si sono ritrovati a cena nella città eterna dove tutto ha avuto inizio, per un incontro informale in relazione alle varie crisi che scuotono le fondamenta  dell’Unione. Ma come sappiamo in politica e diplomazia i simboli contano e in quest’occasione è abbastanza evidente la volontà di marcare o meglio di rimarcare un primato e quindi una visione primigenia sulla costruzione unitaria.
Il quadro clinico del malato europeo è abbastanza evidente e le cause anche: crisi economica e nuove politiche di potenza delle grandi potenze. L’impianto economico europeo scricchiola e il processo di convergenza politica, attraverso la lenta cessione di sovranità permane una chimera.
In sostanza: la crisi alimenta il malcontento e il divario nord-sud, la politica di potenza russa alimenta i timori dei Paesi ad est che convergono nel gruppo di Visegard per tutelarsi da possibili minacce , la crisi demografica e le diseguaglianze del continente africano premono sul fronte dei Paesi mediterranei e oltre. Infine, a rendere il quadro generale poco rassicurante per il futuro prossimo, ci si mette anche la politica di disengagement degli Stati Uniti che arretrando dal campo Mediorientale scoprono il fianco Sudorientale  dell’Europa.
L’Unione è sempre più chiaramente divisa in tre fronde: quella dei Paesi ex-Sovietici, l’area germanocentrica e quella mediterranea che a sua volta è affatto coesa come dimostrano le fallimentari politiche sull’immigrazione clandestina.
Sembra che il continente si avvii verso una situazione che richiama ,con un certa preoccupazione, il periodo antecedente la prima guerra mondiale con la differenza che oggi gli Stati Uniti stanno invertendo il senso di marcia protesi al controllo dei cieli e dello spazio lasciando quello dei territori ai trattati economici.

Quest’Unione Europea così sfilacciata è utile a tutti tranne che ai suoi Paesi Membri; a meno che la Germania non ritenga di poter fare a meno degli altri, la Francia di andare per conto proprio alla conquista di nuove colonie, e i Paesi dell’est di tutelarsi dall’Orso russo senza avere alla spalle la NATO. Che la perfida Albione faccia da ago della bilancia è possibile ma forse qualcosa dipenderà … dalla cena di Roma.


martedì 9 febbraio 2016

Atti di terrorismo: cos'è cambiato



Negli anni Settanta abbiamo imparato a convivere con forme decisamente radicali di rivendicazioni politiche attuate con atti di terrorismo domestico ed internazionale. Tralasciando quello interno, l'atto di forza che senz'altro ha caratterizzato quegli anni è stato il dirottamento aereo come mezzo di pressione finalizzato ad ottenere riconoscimento e legittimazione oltre che strumento di scambio di prigionieri.  Si trattava di azioni coordinate e prevalentemente attuate da gente che aveva ricevuto un qualche addestramento nei campi paramilitari che all'epoca fiorivano né più né meno di oggi. erano azioni corali che ovviamente comportavano il rischio della morte. 
Oggi il fenomeno si é evoluto, il rischio ha ceduto il passo alla certezza della morte e l'azione corale è stata sostituita dalla solitudine del martire. Ultima azione eclatante, non andata a segno, nel cielo somalo è stata compiuta da un self-made-kamikaze che si è fatto esplodere poco dopo il decollo dell'aereo di linea sul quale si era imbarcato. Cos'è cambiato rispetto agli anni Settanta? L'esasperazione che fornisce ai vari gruppi terroristi per pochi soldi carne da macello umana disposta a sacrificare la propria vita; qui poco, e forse nulla, c'entra la fede a fronte di masse di disperati senza futuro disposti a ad annientarsi. Questo è il vero tema su cui riflettere perchè nessun intervento militare avrà mai senso e potrà sostituirsi a politiche di sviluppo sensate.

venerdì 5 febbraio 2016

IRAQ=Somalia=LIBIA


Portare la stabilità attraverso l’esportazione della democrazia è il proposito che - negli ultimi decenni - è stato issato a vessillo degli eserciti impegnati laddove interessi nazionali e particolari spingevano per un intervento.
In Somalia ci si prova da almeno un trentennio con pessimi risultati. Non esiste uno Stato nazionale ma un governo di transizione e una confederazione di stati con un’assemblea parlamentare in scadenza di cui fanno parte i membri più influenti dei 4 maggiori clan somali più un’appendice rappresentata dal resto delle aggregazioni tribali in perenne contrasto. Da quale anno, con alti e bassi, il gruppo radicale islamico sunnita di matrice salafita al-Shaabab è attivo nel paese e gode buona salute. Nato dalle ceneri della guerra civile somala, dopo un’affiliazione ad al-Qaeda nel 2012, più di recente sembra muoversi in direzione del gruppo Stato Islamico. 
Nel suo territorio opera dal 2007 con mandato delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace la missione dell’Unione Africana AMISOM composta da contingenti del Kenia, dell’Etiopia, del Djibouti e del Burundi. 
Anche questa missione, come quelle internazionali nei contesti che ben conosciamo, ha, nei fatti, fallito il proprio obiettivo: nessuna pace, nessun processo democratico, nessuna sicurezza per le popolazioni.
Gli Shaabab hanno gioco facile a determinare l’instabilità del Paese finanziandosi attraverso le molteplici attività illecite che controllano adattandosi alle contingenze del momento. Quando le forze governative e AMISOM si impegnano riprendendo qualche territorio occupato dagli shaabab quest’ultimi non fanno altro che ritirarsi preparandosi a colpire attraverso le classiche tattiche di guerriglia e terrorismo. Questa semplice strategia funziona perchè le forze a difesa del governo e quelle internazionali vengono sottoposte a perdite di vite umane e costi economici nel tempo insostenibili  non solo in territorio somalo ma anche nei rispettivi Paesi che aderiscono alla missione AMISOM.
Lo scorso giugno, in un attentato sono stati uccisi 70 militari del Burundi, in settembre è toccato a 50 soldati ugandesi, mentre in gennaio un ennesimo attentato degli shaabab è costato la vita a 100 militari del Kenia costringendo il Paese a far rientrare il proprio.
Sorvolando le evidenti similitudini con la situazione afghana, irachena, siriana e yemenita, pensiamo al paventato intervento internazionale in Libia per farci un’idea del quadro generale in cui la missione sarebbe chiamata ad operare. Le stragi di militari africani dell’AMISOM a malapena sono state oggetto di lancio d’agenzia stampa perchè ovviamente all’occidente poco interessa, ma possiamo pensare che i diversi gruppi terroristici presenti in Libia potrebbero rinunciare ad una simile strategia? Un intervento in Libia deve prepararci a questo e altro: basta saperlo.
0°/30°


mercoledì 3 febbraio 2016

Hezbollah, il traffico di cocaina e la Siria.


il 1° febbraio la DEA, l’agenzia americana per la lotta al narcotraffico, ha dichiarato di aver concluso un’indagine che ha consentito l’arresto di alcuni membri di Hezbollah il “Partito di Dio”, poiché ritenuti responsabili di aver riciclato i proventi di un fiorente traffico di cocaina dai Paesi produttori verso gli States e l’Europa. Gli americani, che considerano ufficialmente Hezbollah un’organizzazione terroristica internazionale, hanno avviato, uno specifico progetto investigativo, denominato Cassandra, per monitorarne le attività di finanziamento spesso oggettivamente interconnesse ad attività criminali in tutto il mondo ad opera di una specifica struttura dell’organizzazione.

Quest’ultima indagine avrebbe accertato che i proventi di un traffico di cocaina dall’America verso l’Europa, dopo essere stati riciclati attraverso istituti di credito compiacenti, finanziavano i combattenti che sostengo il governo siriano di Bashar al-Assad.
Ancora una volta si registra l’evidente connessione che lega le classiche attività criminali, come quella del traffico di narcotici, ad attività d'insorgenza e terrorismo. Il caso di Hezbollah è particolare per la sua storia e rappresenta un modello paradigmatico per comprendere l’evoluzione di un’organizzazione da fenomeno d’insorgenza e terrorismo a partito di governo, anche grazie, non solo, ma senz’altro con un concreto apporto, alla capacità di tessere relazioni con la criminalità organizzata per sfruttarne le potenzialità in ordine all’acquisizione di finanziamenti.

martedì 2 febbraio 2016

Burkina Faso e la regionalizzazione di al-Qaeda nel Magreb islamico.


La lettura dell’attentato del 15 gennaio, rivendicata immediatamente da Al-Qaeda nel Magreb Islamico, è fin troppo semplice: destabilizzare la nascente fase di democratizzazione del Paese dopo 27 anni di dittatura di Blaise Campaoré. Primo inciso: AQMI rivendica azioni che compie direttamente a differenza dello Stato Islamico che si intesta la responsabilità di atti compiuti da altri spesso fine a se stessi senza al progetto concreto di natura strategica. Secondo chiarimento: quella di Campaoré era una dittatura basata sull’appoggio di varie reti clientelari d’interesse che a lui facevano riferimento; quella che ne è seguita non è certo una democrazia compiuta in senso occidentale ma una versione presentabile dello stesso sistema di alleanze per il governo del Paese, do ut des.
Ora, prima di entrare nel vivo dell’analisi dei fatti di cui trattiamo sono necessarie due brevissime premesse circa l’Africa Occidentale: la prima sul peso della storia e il suo riflesso sull’oggi, e la seconda sul ruolo dei traffici illeciti nell’area.
In questa regione, sin dai tempi del commercio degli schiavi, il rapporto tra i commerci - leciti ed illeciti - e il potere l è stato simbiotico; per secoli, ed ancora oggi, i governanti, al fine di assicurarsi l’appoggio dei potentati regionali e locali, hanno distribuito i proventi dello Stato ai principali notabili onde creare una rete di consenso che ne garantiva la permanenza al potere.
La seconda premessa riguarda gli effetti che l’aumento esponenziale dei traffici di sostanze stupefacente hanno avuto in tutta l’Africa occidentale. In passato si contrabbandava di tutto ma prevalentemente le merci sussidiate dai governanti di turno in favore della popolazione allo scopo di evitare sommovimenti di massa, insomma: panem et circenses. In linea generale, grazie al modus vivendi descritto appena sopra, i vari  sistemi statali funzionavano pressoché senza grandi scossoni finché alla fine degli anni Novanta sono venuti meno gli equilibri internazionali l’occidente  ha dichiarato la lotta senza quartiere al terrorismo islamico. Il mondo, in ragione dei fenomeni globalizzanti dei commerci, si è modificato e la criminalità da internazionale si è fatta transnazionale, ossia ha acquisito la capacità di attraversare con i propri traffici Stato dopo Stato e regione dopo regione. E l'Africa, quella occidentale in particolare, non é passata immune attraverso questi processi e dinamiche che hanno definitivamente stravolto il quadro generale dei rapporti di potere nella maggior parte dei Paesi centro-nord africani. La transnazionalizzazione dei traffici, leciti ed illeciti, insieme ad altre cause che vedremo in seguito ha favorito l’ingresso di tonnellate di stupefacenti, eroina dall’Afghanistan, prevalentemente via Kenya e cocaina dai Paesi andini pronte per essere trasferite al mercato europeo.
Sin dagli anni Settanta i traffici di droga hanno integrato quelli di sigarette ed armi di contrabbando a cui più di recente si è aggiunto quello di migranti. A determinare la nascita della rotta africana per quanto concerne il lucrosissimo traffico di cocaina dai Paesi produttori, Perù, Colombia e Bolivia, è intervenuta la chiusura da parte statunitense della rotta caraibica gestita per decenni dai cartelli colombiani che esportavano la droga via Florida negli States. A causa di questo mutamento ai colombiani è rimasta la produzione mentre il trasferimento della cocaina è diveniva appannaggio dei cartelli Messicani condannando quel Paese ad una sanguinosa guerra che registra ad oggi migliaia. Ma i colombiani, ovviamente, non potevano certo limitarsi al ruolo di meri produttori ed infatti ben presto per non lasciare la fetta di maggior guadagno derivante dal trasferimento della cocaina ai soli cartelli messicani, non potendo sostituirsi ad essi nella filiera verso il Nord America, hanno pensato bene di iniziare a trafficare la cocaina diretta in europa e in Asia, attraverso le coste dell'Africa occidentale giovandosi all'inizio dell'esperienza ed il  know how di appartenenti alla diaspora libanese presenti in sud America. 
Limitandoci a parlare del traffico di cocaina che più da vicino interessa i Paesi nord occidentali, a far data dai primi anni del secolo Ventunesimo, tonnellate di cocaina hanno iniziato ad essere sbarcate sulle coste atlantiche della Guinea e Guinea Bissau in particolare, e da li attraverso il Sahel verso le coste mediterranee per raggiungere l'Europa o i mercati orientali. Il traffico di cocaina ha modificato le strutture criminali locali alterandone gli equilibri semplicemente in virtù dei guadagni esponenziali che produceva. Da allora tutti hanno voluto prendere parte al bottino, governanti, colletti bianchi, criminali e, in generale come li chiamano da quelle parti i notabili, non escludendo ovviamente i capi tribali senza dei quali nulla è possibile muovere. Ed infatti questa è la dinamica criminale in tutta la regione: compra, vendi e guadagni. I venditori sud americani di cocaina non si caricano il rischio dell'arrivo a destinazione, ma solo dell'arrivo della merce nei porti africani; a quel punto il carico è venduto e quindi l'incasso è al sicuro. Sono le diverse organizzazioni criminali da quel punto in poi a spostare la merce secondo le rispettive capacità: meno passaggi maggior guadagno.
E' iniziato a scorrere un fiume verde di dollari impressionante che ovviamente ha suscitato gli appetiti di chiunque non avesse scrupoli, e da quelle parti è difficile averne. 
Ora, mentre tutto questo accadeva, nel 2011 gli occidentali, in particolare i francesi, in ragione del proprio interesse nazionale, hanno pensato bene di scompaginare ulteriormente gli equilibri già così labili facendo saltare la Libia e quindi provocando una reazione a catena che si è riverberata, come previsto, in tutto i Paesi del Sahel fornendo il pretesto per intervenire in loco al fine dichiarato di ristabilire la pace e portare sicurezza. Bella mossa per indebolire la politica italiana nell’area, ma soprattutto per insediarsi in quella che era facile prevedere sarebbe divenuta in prospettiva un’area geopolitica di assoluto interesse: l’Africa occidentale e il Sahel in generale. Nel frattempo nessuno degli attori locali è certamente rimasto alla finestra ad aspettare che altri, dall'esterno, stabilissero l'agenda delle priorità per cui sono nati i movimenti armati e insorgenti di ribelli Tuareg e Tobu,  e di altre confederazioni tribali, varie milizie, AQMI e ultimo sul proscenio lo Stato Islamico. 
Ora, nessuno ma proprio nessuno di questi attori locali è disposto a rinunciare alla propria fetta dei guadagni illeciti che nell'area rappresentano una fonte di guadagno e sostentamento capace di consentire la sopravvivenza alle milizie, alle organizzazioni criminali, all'insorgenza, al terrorismo e ai governi stessi.
Ecco spiegarsi il motivo per cui gli attentati nella capitale del Mali, e oggi in quella del Burkina Faso, siano strumentali semplicemente alla necessità di destabilizzare quel che resta di governi non certo rappresentativi delle popolazioni, ma semplice referenti dei governi esteri, al fine di porsi quali interlocutori privilegiati nella futura spartizione del potere locale.
Ricordiamo che AQMI nasce quale evoluzione del Gruppo Salafita per la Preghiera e il Combattimento, sorto nel 1998 durante la guerra civile algerina e in disaccordo con il Gruppo Islamico Armato ritenuto troppo estremista soprattutto in ragione delle stragi di civili. 
AQMI oggi rappresenta l’ultima evoluzione della dottrina di al-Quaeda poiché ha per obiettivo la regionalizzazione della lotta; per raggiungere questo obiettivo ha bisogno di indebolire gli Stati per penetrarne i gangli sostituendosi ad essi nella gestione dei rapporti con le comunità locali ottenendo il duplice risultato di avere accesso alle risorse lecite ed illecite da questi gestiti. In tale quadro, il Burkina Faso non poteva certo restare immune da questa strategia. 
L’intera Africa centro-nord è un enorme hub di traffici criminali e chi ne controlla i flussi controlla anche le popolazioni per cui la conclusione è banale: è solamente questione di denaro e potere. 
Ovviamente questa situazione ha risvolti geopolitici evidenti, come la pretestuosa presenza francese dimostra, che vanno ad intersecarsi con le faccende domestiche di chi abita quei territori alterandone le dinamiche sociali, e senz’altro poco hanno a che fare con il jihad di matrice fondamentalista islamica a cui tutto si vuole ricondurre quanto piuttosto all’uso strumentale della religione quale forza aggregante per coloro i quali, disperati, sono in cerca di qualsiasi cambiamento purché si cambi.


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