mercoledì 27 gennaio 2016

Messico criminale: a che punto siamo?


Il presidente della paventata rivoluzione copernicana nella lotta alla criminalità organizzata Enrique Peña Nieto, che nel momento del suo insediamento nel dicembre 2013 ha ereditato dal suo predecessore Felipe Calderón Hinojosa un Messico in balia di una delle più sanguinose guerre di criminalità che si ricordino con decine di migliaia di morti in un decennio, è arrivato alla resa dei conti. In sostanza, il numero dei morti ammazzati va diminuendo, ma la riforma più importante ossia la centralizzazione della responsabilità della pubblica sicurezza è in una fase di stallo parlamentare dalla quale difficilmente uscirà fino alle prossime elezioni presidenziali del 2018. Quindi, in soldoni, la situazione della criminalità organizzata dipende ancora dalle dinamiche interne alle stesse organizzazioni criminali poiché gli arresti importanti, che pure ci sono stati, non hanno in concreto fatto rientrare il problema a livelli fisiologici di ogni società capitalista.
Sotto il profilo criminale vero e proprio, nell’anno appena trascorso, la lotta serrata per la conquista delle migliori plazas, località strategiche per i vari traffici illeciti, si è espressa nel sanguinoso confronto che oppone il cartello di Sinaloa, quello del noto “Chapo” Guzman Loera, e quello dei Los Zetas; tuttavia, l’evoluzione e crescita del cartello di Jalisco Nuova Generazione rappresenta senz’altro la novità che è emersa quale elemento dirompente che va modificando i già molto precari equilibri criminali. Senza entrare nei dettagli storici, seppure ovviamente molto interessanti circa l’evoluzione dei tre cartelli, la cosa importante da sottolineare è che nella migliore tradizione del terzo incomodo o del divide et impera, gli ultimi arrivati hanno eroso gran parte dei territori dei rivali sottraendo ad entrambi traffici illeciti e quindi introiti e potere corruttivo. L’effetto prodotto è la parcellizzazione della lotta tra le varie organizzazioni criminali minori e locali al fine di assicurarsi i territori di diretto interesse a prescindere dalla fidelizzazione a questo o quest’altro cartello. Questa nuova fase potrebbe determinare la diminuzione degli scontri armati a livello locale, soprattutto nelle grandi città, a fronte di una distribuzione delle responsabilità dei diversi segmenti criminali foriera di un proficuo generale svolgimento delle attività illecite.
Il Messico è ancora il paese di transito verso il Nordamerica della cocaina prodotta nei Paesi andini, dell’eroina, delle metanfetamine e della marijuana prodotte in loco, così come dei flussi di migranti che dal sud profondo del continente tentano di raggiungere il sogno americano. 

Infine è opportuno sottolineare la confermata tendenza alla diminuzione della richiesta di cocaina negli States che, per le ovvie ragioni di mercato, si è tradotta nell’aumento della quantità disponibile sui mercati internazionali, europei ed asiatici. Questo scostamento tendenziale trova conferma nell’aumentato interesse e dinamismo delle organizzazioni criminali del Nordafrica saheliano che si riverbera nella lotta che coinvolge AQMI e lo Stato Islamico, come confermato dai recenti attentati in Burkina Faso e prim’ancora in Mali, ma questo lo vedremo nel prossimo intervento.

domenica 17 gennaio 2016

L'idea Stato Islamico guadagna proseliti: perché?



Terrorismo o insorgenza?
Entrambi, dobbiamo temere entrambi, poiché se è vero che in termini di prossimità, e quindi di percezione immediata, il terrorismo senz’altro può facilmente colpire ovunque, e quindi anche il nostro Paese, è altrettanto vero che è l’insorgenza che ne alimenta il fuoco. 
L’esperienza delle guerre post 11/9 insegna che vincere una guerra non sempre significa eliminarne la causa scatenante, come dimostrato dal caso dell’Afghanistan e dell’Iraq e recentemente della Libia. Morale: il terrorismo che giustamente ci fa paura ha delle chiare cause di natura politica. Banale al punto che questa evidenza è sistematicamente messa in secondo piano, sullo sfondo dei dibattiti sul radicalismo salafita, per non dover ammettere che le insorgenze e quindi i terrorismi pescano nel bacino dei diseredati senza alcuna prospettiva di miglioramento delle proprie condizioni di vita. Il 40% dei musulmani vive al di sotto della soglia di povertà valutata, non so come, ma tant’è, in due dollari al giorno. Ora, per inciso, vorrei ricordare che questa asimmetria non affligge soltanto il mondo musulmano, ma è sotto i nostri occhi il dato oggettivo che rivela chiaramente come l’intero genere umano sia vittima di un sistema di sperequazione istituzionalizzata, anche grazie ai fenomeni di globalizzazione, gestito dalle varie lobbies economiche, finanziarie e tecnologiche per cui aumenta sempre di più il divario tra ricchezza e povertà. E’ chiaro, spero alla maggior parte di noi, che laddove lo Stato nazionale indietreggia lascia lo spazio al χάος che qualcuno si prenderà la briga di gestire. E mi pare che questi siano i tempi. 
Lo Stato Islamico, rispetto e in opposizione speculare ad al-Qaeda, ha attivato un movimento centrifugo sostituendo al sistema il concetto di rete, come predicato da tempo alcuni teorici del jihad versione estremista, mettendo al centro il territorio. Anzi i territori, caricando ogni mujaheddin della responsabilità di attivare in loco un foco: forma d’insorgenza embrionale basata sulla penetrazione della società attraverso la ricerca del consenso per il tramite di quasi mezzo lecito ed illecito compresi ovviamente gli attentati terroristici. L’idea è quella di sfruttare le istanze legittime di popolazioni stremate per indebolire le organizzazioni statali; niente di più facile in aree geografiche dove il concetto di stato è aleatorio al punto da coincidere con quello di regime o tutt’al più di stato settario come nel caso iracheno. Se poi aggiungiamo a questo stato di cose la natura caotica degli equilibri internazionali in cerca di un nuovo ordine mondiale è facile comprendere come il successo dello Stato Islamico sia tutt’altro che inspiegabile. 
Il gruppo Stato Islamico si è preparato per tempo, dal 2006 circa, nell’attesa di sfruttare la prima opportunità e quando la Siria è implosa era li pronto ad inserirsi quale chiave di volta nell’impalcatura degli interessi delle potenze locali, regionali e mondiali. In sostanza, lo Stato Islamico c’è, e quand’anche venisse sconfitto militarmente non mancheranno certo epigoni pronti a raccoglierne l’eredità. 
Possiamo certamente riassumere il quadro generale parlando essenzialmente di tre piani distinti:
  • ricerca di un nuovo equilibrio mondiale;
  • fitna interna al mondo musulmano che prescinde dalla esclusiva questione religiosa per assumere i connotati molto più pragmatici della ricerca o mantenimento del potere locale e dell’influenza regionale;
  • istanze locali e localistiche che si innestano, sfruttandone il lato oscuro, nelle dinamiche esposte. 
Questa è la cornice internazionale - affatto rassicurante - che vede il nostro Paese direttamente coinvolto. 
In tale quadro geopolitico, per quanto più direttamente ci riguarda, vanno poste in evidenza alcune considerazioni:
  • l’Italia è chiaramente soggetta alle ripercussioni di quanto accade dal lontano Oriente al Mediterraneo fino all’Africa profonda;
  • l’Italia soffre un forte ridimensionamento del suo ruolo internazionale a causa della perdita dell’appoggio statunitense;
  • l’Italia, per evitare attacchi o attentati sul proprio territorio, non più contare sull’amicizia interessata di alcuni gruppi radicali, anche a connotazione terroristica, come ai tempi del c.d. Lodo Moro;
  • L’Italia è in un momento di crisi economica prolungata e conseguente debolezza istituzionale;
  • L’Italia deve riconsiderare il proprio ruolo internazionale.
Sulla base di questi presupposti possiamo individuare le radici, le dinamiche, e possibilmente le migliori strategie, per contenere, ripeto contenere, un fenomeno come quello del terrorismo radicalizzato con il quale ci misureremo per lungo tempo poiché in un mondo a-polare il gioco non sarà mai a somma zero.

By GEA - 0°/30°

giovedì 14 gennaio 2016

Lo Stato Islamico perderà la guerra, ma ha già vinto la battaglia più importante: dimostrare che si può fare.


Il primo maggio del 2003, un trionfale George W. Bush, Presidente americano che s’incaricò di vendicare la strage dell’11/9 addebitata al terrorismo radicale a matrice fideistica dalla portaerei Abraham Lincoln dichiarava: Missione compiuta!”.
Fu, quella contro l'Iraq del nemico Saddam, la vittoria di una guerra classica tra forze contrapposte e organizzate secondo i canoni degli eserciti moderni.  Benissimo, ben fatto, ma dopo?
Dopo il fallimento delle politiche di state building in Iraq e quelle di pacificazione da “democrazia esportata e imposta” in Afghanistan, è certificato dall'attuale situazione medio-orientale, nord-africana e anche nel quadrante asiatico si vanno sempre più agitando forze radicali insorgenti.
Ma quantomeno: lezione appresa? Affatto: “Siamo venuti, abbiamo visto, è morto!”, rivendicava, ancora, il segretario di Stato, signora Hillary Clinton, riferendosi all’ eliminazione del leader libico Muhammar Gheddafi nel contesto della campagna libica del 2011.
Tuttavia, va riconosciuto che l'analisi di quei fatti sin da subito si è orienta verso posizioni decisamente più obiettive e proprio grazie a quei militari che le guerre, tutto sommato, dovrebbero limitarsi a vincerle. Eppure è proprio grazie alle forze statunitensi impegnate nella campagna “Enduring Freedom” in Iraq del 2003 che dobbiamo le prime e decise critiche costruttive alle politiche che non hanno consentito di pacificare l’intero quadrante Medio Orientale.
Il Generale Raymond Odierno, per quattro anni in Iraq, giunto dal vertice dell’esercito statunitense è entrato in aperta polemica con la stessa Casa Bianca sul ritiro dal teatro di guerra iracheno che ha consentito prodotto le condizioni favorevoli all’ascesa dello Stato Islamico.
Tutto da rifare, quindi, tutto come nel 2001; il terrorismo di matrice radicale islamica è sempre più efficace e insidioso nelle sue dinamiche tanto da rappresentare una minaccia sempre più concreta per gli interessi dell'occidente e per la sicurezza interna e internazionale.
Nondimeno sono state campagne militari vittoriose sul campo: cosa non ha funzionato? Nulla: tutto è andato secondo i piani.
Eppure i militari statunitensi impegnati sul terreno insidioso della provincia sunnita di Al-Ambar, sono stati i primi a rendersi conto che le regole del gioco della guerra cambiavano sotto i loro occhi, dando vita ad un movimento interno alle forze armate, che si è sostanziato nella definizione di due linee dottrinarie di strategia: la prima di “controinsorgenza” e la seconda, più tecnologica, basata sulla “compensazione” finalizzata a rafforzare il vantaggio tecnologico statunitense in proiezione futura.
Un passo indietro è necessario, per inquadrare i fatti. Il generale statunitense David H. Petraeus, a capo della forze americane in Iraq dal febbraio 2007 al settembre 2008, sostenitore dell'Ambar Awakening, aveva colto e sfruttato a proprio vantaggio le potenzialità espresse sul territorio dalle tribù sunnite di quella provincia, indipendentemente da qualsiasi riflessione etica, connessa alle attività criminali in cui le tribù erano coinvolte e che ne rappresentano in gran parte la maggiore fonte di rendita, ma più spesso di semplice sopravvivenza. Nel suo “Rapporto Petraeus”, presentato al Congresso americano nel 2007 sulla situazione in Iraq, il generale, descrivendo la natura di quel conflitto, evidenziava, tra laltro, che: “… la fonte principale che alimenta il conflitto iracheno è la competizione tra le diverse comunità a carattere etnico e settario per il potere e le risorse…  terroristi autoctoni ed allogeni, insorgenti, milizie estremiste e criminali… tutti agiscono per alimentare questa competizione e la relativa violenza…[1]”.
Cosa era accaduto? La fine di Saddam Hussein aveva lasciato enormi vuoti di potere, i cui effetti negativi sulla stabilità interna del paese sono stati acuiti dagli errori strategici delle forze internazionali che decretarono lo scioglimento dell’esercito e dell’amministrazione irachena, esponendo la popolazione Sunnita della Provincia dell’Ambar, asse di sostegno del vecchio sistema di potere, all’influenza delle forze jihadiste ed alla vendetta della comunità Sciita, dalle milizie Sardiste e da quelle Curde, rendendo l’intera area assolutamente insicura e tutt’altro che pacificata.
I capi delle tribù locali, traditi dalle scelte occidentali e dalla politiche del nuovo governo a maggioranza Sciita, tollerarono l’avanzata delle forze radicali qaediste, che promettevano sicurezza e rappresentavano ai loro occhi un elemento di stabilità, permettendo la nascita di Al-Qaeda in Iraq sotto la direzione del defunto, Abu-Musab al-Zarqawi.
I qaedisti iracheni, una volta stabilitisi in quei territori applicano con estrema violenza la legge coranica, commettendo lo stesso errore dei Talebani in Afghanistan e ottenendo il risultato di alienarsi le simpatie delle comunità, dando vita ad un diffuso sentimento di rivalsa che spingerà gli influenti capi tribali ad accordarsi con i marines americani, dando vita al movimento del Risveglio dell’Ambar.
Com’è evidente, è sempre e solo una questione di alleanze dettate esclusivamente da istanze pragmatiche di opportunità finalizzate ad assicurare, soprattutto nelle culture tribali, la sopravvivenza propria e dei propri familiari, consanguinei e “fratelli”.
La strategia “win-win” (tutti soddisfatti) funziona: il radicalismo qaedista è ridimensionato a livelli fisiologici e molti degli affiliati finiscono per guadagnarsi un soggiorno a “Camp Bucca”[2], riducendo la presa jihadista su un territorio così importante per l’intero assetto Mediorientale.
Ma ecco che accade l’imponderabile, un disastro: le truppe americane si ritirano…
Questo è il momento decisivo che segnerà la nascita di quello che oggi conosciamo come “Stato Islamico”.
Nel contempo, i giovanotti radicali ristretti nel carcere di Camp Bucca, avendo tempo a disposizione, ragionano e riflettono sugli errori. Nasce lo Stato Islamico in Iraq.
In sostanza, cos’è accaduto e cosa abbiamo imparato?
Quei territori rispondono da secoli a leggi commerciali di cui sono i custodi le tribù locali mosse esclusivamente dal senso di appartenenza e tutela della propria comunità; pronti a scendere a compromesso con chiunque ne consenta l’operato, e pronti a rompere qualsiasi patto, o combattere apertamente, chi  ne intralcia gli affari, per lo più illeciti.
Lo Stato Islamico, più o meno dal 2006, fa tesoro degli errori nella gestione dell’alleanza con le tribù dell’Ambar, commessi da AQI, e modifica la propria strategia. Questa evoluzione va ben oltre l’opportunismo di riappropriarsi di un territorio, come dimostrato dall’evoluzione della stessa definizione di se stessi che i novelli qaedisti si danno: Stato Islamico in Iraq, poi in Iraq e nel Levante e, infine, Stato Islamico o Califfato.
Alla base di questo cambiamento ci sono due considerazioni, che denotano la speculare lontananza dalla matrice originaria propriamente qaedista; la prima: penetrare le società che si intende occupare con politiche di welfare (stile Hezbollah e Hamas) per assicurarsi il sostegno locale, la seconda: ripescare e riproporre la vecchia, ma sempre valida, teoria dei foci[3], invitando i fratelli combattenti alla levata delle armi attraverso la realizzazione di atti di terrorismo nei rispetti ambiti territoriali.
Lo Stato Islamico ha saputo sfruttare magistralmente e da protagonista le tensioni geopolitiche internazionale, partendo dagli eventi siriani, occupando il centro di un’area strategica per i futuri equilibri mondiali, divenendo contemporaneamente anche la pietra angolare al centro della fitna tra Sunniti e Sciiti, e quindi di assoluta rilevanza per l’impalcatura a sostegno del futuro ordine mondiale.
Lo Stato Islamico ha già vinto la sua battaglia, realizzando un nuovo modello di jihad, antitetico rispetto al fallimentare disegno di Bin-Laden, centrato sul controllo del territorio guadagnato attraverso il sostegno delle popolazioni; ma il sostegno costa e richiede denaro, molto denaro.
Al-Qaeda si finanziava attraverso i fondi provenienti dai paesi sostenitori, dalle donazioni private, dal patrimonio personale del suo leader, dai sequestri di persona e poco altro. L’intelligence americana è riuscita ad interrompere questi flussi di denaro, grazie alle rivelazioni dei membri dell’organizzazione catturati, e quindi prosciugando il fiume di denaro su cui contava e depauperandone il potere reale. Lo Stato Islamico non è sovvenzionato dall’esterno, non in questa fase, ma sfrutta e amministra le attività, lecite e illecite, le risorse del territorio sotto il suo diretto controllo, e gli Stati esteri poco possono farci; anzi sono in molti a contribuire alla sua salute economica attraverso la vendita di armi o l’acquisto del greggio venduto a prezzi concorrenziali.
Ma, come abbiamo visto, lo Stato Islamico senza l’appoggio del potere reale delle tribù della provincia di Al-Ambar, dove tutto è nato, non esisterebbe; infatti, senza aver dato garanzie circa la prosecuzione delle attività di contrabbando non avrebbe avuto da esse il via libera.
Lo Stato Islamico rappresenta l’esito perfetto delle dinamiche economiche e politiche internazionali che in questo periodo subiscono gli effetti di un mancato nuovo ordine mondiale: agisce come una vera e propria nazione (popolazione, territorio e struttura), ma non è riconosciuto come uno Stato, è bandito dalla comunità internazionale. Ma gran parte degli attori che ne fanno parte, direttamente o indirettamente, ne alimentano la vitalità anche attraverso le relazioni economiche non ufficiali; lo Stato Islamico agisce come una qualsiasi organizzazione mafiosa, ma supera questo concetto tendendo ad assumere caratteri statuali ed è, infine, un’organizzazione a carattere religioso, ma non è unitariamente riconosciuta.
Il concetto dirimente che differenzia un’associazione criminale da una mafiosa è che quest’ultima ricorre, per realizzare i propri fini (l’arricchimento illecito) alla forza d’intimidazione che deriva dal suo vincolo associativo. Le mafie proiettano questa forza intimidatrice su di un territorio che controllano, e questo lo Stato Islamico lo fa egregiamente. Le mafie hanno relazioni internazionali, e anche questo risulta evidente nel caso dello Stato Islamico. Le mafie hanno necessariamente rapporti con gli altri poteri che sono presenti nel medesimo territorio: politico, economico e religioso… e anche qui ci siamo. Lo Stato Islamico, senza l’appoggio del potere reale delle tribù della provincia di Al-Ambar, dove tutto è nato, non esisterebbe; infatti, senza aver dato garanzie circa la prosecuzione delle attività di contrabbando, non avrebbe avuto da esse il via libera.
In conclusione: quale lezione trarre dai fatti del 2003 in poi?
Vincere la guerra non è mai una soluzione, ma sempre un passaggio che deve essere gestito con idee chiare. Aver tradito la fiducia delle popolazione dell’Ambar, li ha consegnati al nascente Stato Islamico, che si è ben guardato da commettere due volte il medesimo errore.
I militari fanno il proprio lavoro, e lo fanno così bene che alle volte riescono anche a travalicare i propri compiti esclusivi fornendo chiavi interpretative a futura memoria. Sappiamo che ogni guerra viene affrontata e letta attraverso il bagaglio delle esperienze fatte in precedenza: questo non basta mai e tanto meno oggi. I fautori nella linea di sviluppo di una nuova teoria di “controinsorgenza” (COIN), chiamati sarcasticamente, nei palazzi che contano negli U.S.A., Coindinistas, avevano letto chiaramente la situazione in Iraq e si erano da subito resi conto del cambiamento epocale del fenomeno radicale e terroristico a matrice islamica perorando una diversa strategia in loco: permanenza per non consegnare Al-Ambar all’insorgenza.
Purtroppo così non è stato, ed oggi abbiamo un Stato Islamico che, se quand’anche venisse annichilito, ha comunque raggiunto lo scopo di mostrare ai suoi epigoni che si può fare. In tutte le aree di crisi mondiali la teoria dei foci può funzionare, come per altro rimarcato da tempo da Abu Mus’ab al-Suri, al secolo Mustafa Setmarian Nasar, ideologo e voce ascoltata nel mondo jihadista sunnita, attraverso la semplice formula: “nizam, la tanzim” (network, non sistema).
by Geocrime Education Association



  1.  Ancora, nel rapporto, parlando della minaccia che la criminalità può costituire in determinati teatri anche di guerra, si fa più volte riferimento alle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) che sono divenute un ibrido, convertendosi al narcotraffico, ma lasciando alterata la struttura militare tipica di una milizia di guerriglieri.
  2.  Centro di detenzione dell’esercito statunitense in Iraq.
  3.  Teoria rivoluzionaria basata sull’avanguardismo di piccole unità addestrate ed in grado aprire fuochi locali sfruttando il malcontento popolare contro un regime per aprire la strada ad una insurrezione generale.

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