lunedì 7 settembre 2015

Pasquale Villari: il costituzionalismo italiano incompiuto e la criminalità mafiosa.


Nel percorso di conoscenza che alcuni scelgono di intraprendere, si ha la fortuna, alle volte, d'imbattersi in conferme che ci forniscono ulteriore energia per il proseguo del Viaggio. Questo è il caso specifico dei miei attuali studi sulla Destra Storica in relazione alla produzione pubblicista di alcune eminenti figure protagoniste del processo Unitario.
La mia determinazione nel voler comprendere la profonda causa e soprattutto la persistenza dei fenomeni di criminalità mafiosa nel nostro Mezzogiorno mi riporta sempre più spesso, e con maggiore forza, allo studio del processo e degli esiti dell'Unità d'Italia.
Quest'intuizione, divenuta idea di lavoro da sviluppare, che le mafie italiane intanto esistono in quanto serventi a centri d'interesse e di potere terzi, trova sistematicamente conferme empiriche.
E' il caso recente di quanto ho rilevato in relazione a Pasquale Villari, figura di primo piano nella storia della formazione e vita del primo parlamento unitario Italiano. Nell'arco della sua vita professionale quale storico, filosofo e senatore del Regno, il Villari studia ed analizza gli esiti -da subito deludenti- della costruzione dell'Italia individuandone, come vedremo, le cause.

Quello che segue è un estratto dal libro: Pasquale Villari, Libertà o Anarchia, edito da Mimesis, Sisifo, nella collana: testi controcorrente, 2015 a cui sin d’ora rivolgo il merito di riproporre testi di questo genere assolutamente unici per lucidità d’analisi in relazione alla mancata nascita dell’Italia Unita, se non in una versione caricaturale di se stessa a tradimento degli ideali risorgimentali.
Si tratta di un passo di una delle Lettere Meridionali scritte dal Nostro ed indirizzate, nel marzo 1875, a Giacomo Dina, direttore del quotidiano «L’opinione», poi riprese in volume nel 1878 (Le lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in Italia).
La mia attenzione recente è dedicata, nell’ambito di una più ampia ricerca, alla storiografia dei fatti Unitari con particolare riferimento alla produzione storica e sociologica di quei personaggi, come il Nostro, che furono attori di primo piano nel processo d’unificazione e che immediatamente colsero, dopo la morte del conte di Cavour, la mala piaga che la politica e la relativa amministrazione dello Stato andava prendendo. 
Mi vado dedicando a questa ricerca ed analisi in quanto sempre più appare evidente che la permanenza dei fenomeni di criminalità organizzata di tipo mafioso in Italia ha la sua profonda radice, il suo nucleo, nel fallimento del processo costituzionalista a differenza di quanto avvenuto in altri paesi europei e, prima fra gli altri, l’Inghilterra che ne è stata la patria.
Pasquale Villari, fu rivoluzionario ne ’48, storico e filosofo, Senatore del Regno, professore di Storia e direttore della rinnovata Scuola Normale di Pisa e finanche ministro dell’Istruzione Pubblica.
Riconosciutane la fama a livello internazionale in vita se ne apprezzava l’onestà intellettuale del vero storico, ed è questa caratteristica ad interessare la mia lettura delle sue opere con riferimento agli scritti sulla Camorra e sulla mafia Siciliana, ma soprattutto sul ruolo del clientelismo, leggasi corruzione, quale piaga che ha minato lo svolgersi di un positivo processo costituzionalista e di conseguenza il rapporto tra il Mezzogiorno d’Italia ed il nord, suo malgrado conquistatore.
Scrive Villari, dopo avere reso merito ai parlamentari del nuovo Regno nella maggioranza dei casi uomini probi ed onesti:
(…) se dunque la sorgente dei mali, che così crudelmente ci travagliano e che tutti deplorano, non è negli uomini non è nella natura d’un regime (Monarchia Costituzionale n.d.r.) poco adatto a noi , dove mai risiede la sorgente di tante calamità (…)


E’ chiaro che lo storico ha eliminato il fattore umano ed il modello di organizzazione della società per preparaci, ovviamente, alla sua spiegazione di …tante calamità… tale era lo stato delle cose sin dall’epoca.
Ed allora il Villari ci avverte: (…) l’elemento conservatore (la destra storica n.d.r.) e quello rivoluzionario (la sinistra all’opposizione nei primi anni di regno unitario) furono sempre in lotta e non si equilibrarono (…) negli altri paesi questi due elementi sono venuti in urto attraverso secoli di sanguinose rivoluzioni e postisi in equilibrio per formare un popolo solo è derivata la storia (…).
E’ in questa lotta continua senza punto d’equilibrio il male atavico della nostra nazione poiché come aggiunge: (…) invece di due partiti che si combattono, s’illuminano, gareggiano e pigliano a vicenda il potere; noi abbiamo nella Camera e nel paese degli uomini e dei giornali, due partiti, uno dei quali è sempre al potere e sempre difende il Governo, un altro gli fa la guerra e lo attacca costantemente (…) ed aggiunge (…) onde il problema da risolvere non sembra più che sia: Come ordinare il Paese? Ma piuttosto: Come rafforzare il proprio partito… (…) da noi ogni ministro che sale al potere deve soddisfare una serie di amici e di nemici, che vengono a chiedere giustizia pei loro elettori. Una volta ammesso il sistema, non vi è ministro né deputato che possa salvarsi dalla marea che cresce da ogni lato (…) 
Cosa aggiungere? La marea ha travolto tutto.
La prima considerazione concerne la perseveranza nell’errore visto che questa fotografia rispecchia dopo 150 anni lo stato attuale delle cose in politica, la seconda, ci avvicina al punto nodale di questo mio scritto: questo mancato equilibrio tra governo/opposizione in cosa si traduce? 
La risposta, ovviamente la fornisce il Nostro: la demonizzazione dell’avversario in democrazia ha lo scopo di portare al voto popolare nella speranza di arrivare a prendere il potere. Stigmatizza il Villari: (…) I partiti hanno bisogno di voti; ma il paese ha bisogno di uomini ed il paese è al di sopra dei partiti (…).
Ecco come e perché nasce il clientelismo e la corruzione in Italia.
Stabilito ciò deve rispondersi ad un’ulteriore domanda: perché nel Mezzogiorno e non nel resto del Paese si sviluppano le mafie?
A questo risponde gran parte della letteratura sociale ed economica coeva e successiva al 1861, ma Villari lo fa in una frase: (…) si è fatta prima la rivoluzione politica e poi quella sociale (…) Rivoluzione che non si è mai fatta, o meglio voluta fare, neanche oggi, nella più gretta miopia politica.
Ancora una volta sono gli scrittori a rammentarci con vivide immagini lo svolgersi dei fatti in quegli anni. Federico De Roberto nei Viceré ci racconta di una famiglia aristocratica siciliana legata al latifondo che in concomitanza dell’inarrestabile vento nuovo europeo che spingeva all’unità dell’Italia si organizza inviando un proprio rappresentante al Parlamento Unitario con il precipuo scopo di fare i propri interessi senza soluzione di continuità con il mondo passato. Solo a volo d’uccello rammento Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa che molto deve all’opera del De Roberto ma che grazie al cinema ha avuto maggior successo con quella frase famosa: (…) cambiare tutto affinché nulla cambi (…) alla quale io preferisco di gran lunga la riflessione del Principe di Salina che, parlando ad alta voce con sé stesso dice: (…) noi eravamo i gattopardi quelli che verranno saranno gli sciacalli (…). 
Possiamo dare torto al Villari nella sua analisi, al de Roberto e al Tomasi nella loro? No, negheremmo la contemporaneità.
D’altro canto, sono proprio la Mafia siciliana, la Camorra campana e la ‘ndrangheta calabrese, ancora lì, tra noi e in salute, a confermare la radice del male di questo paese.
Appare evidente che queste valutazioni e tesi del Nostro meritano ulteriori approfondimenti ma senz'altro si può concludere che la strada da seguire è quella che ci riporta al mancato sviluppo ordinario ed armonico della nazione italiana. L'unità d'Italia ci ha consegnato una Patria ma non certo una nazione, e questo perché la rivoluzione politica non è stata anche sociale. 
E' questo il motivo che ha prodotto gli squilibri, favoriti ed alimentati nei decenni successivi e fino ai nostri giorni, che le forze illegali e criminali sfruttano per continuare a sopravvivere ad esclusivo e costante detrimento della società italiana rassegnatamente ridotta in questo stato.