lunedì 4 maggio 2015

Primavere arabe sicurezza e terrorismi prima e dopo


Mission Accomplished, 1° maggio 2003. 
George W. Bush, il presidente al quale un'America scossa dalla tragedia dell'11/9 affidò la vendetta nei confronti di un nemico imponderabile -il terrorismo fideistico-, con un discorso all'americana, per temi, stile ed ambientazione, dichiarava vinta la guerra: missione compiuta! Senz'altro era così per quella combattuta sul battelfield iracheno contro Saddam Hussein individuato come obiettivo primario (e molto di comodo). Fù la vittoria di una guerra classica tra forze contrapposte ed organizzate secondo i canoni degli eserciti moderni. Si, ma dopo? Il fallimento delle  politiche di state building in Iraq, e quelle di pacificazione da democrazia esportata ed imposta, è certificato dall'attuale gravissima situazione medio orientale e nord africana; per ora.
Gennaio 2014,  il direttore della National Intelligence, James R. Clapper, nel suo Statement for the record dichiara: "...instability in the Middle East and North Africa has accellerated the decentralization of the movement (terrorism) which is increasingly influenced by local and regional issues...". Tutto da rifare, tutto come nel 2001, il terrorismo di matrice radicale islamica è sempre più efficacie e insidioso nelle sue dinamiche, e rappresenta una minaccia ancor maggiore per gli interessi dell'occidente rispetto al passato.
Clapper  individua nell'instabilità delle società, dal Crescente fertile fino ai monti dell'Atlante, il volano per il diffondersi del terrorismo islamico influenzato da questioni locali. Quest'instabilità è la chiave di volta su cui -si fonda e si regge- l'impianto strategico, teorico e pragmatico, del jihad contemporaneo secondo i dettami dell'apologèta siriano Mustafa Setmariam Nasr, naturalizzato spagnolo, e senz'altro meglio conosciuto come Abu Mussal al-Suri. 
Tuttavia, nel suo discorso di poco più di un anno fa, Clapper non fa alcuna menzione  dello Stato Isalmico dell'Iraq e del Levante, come all'epoca si chiamava; si parlava di altri gruppi radicali, ma non dell'ISIS. Ad un anno di distanza è accaduto l'inaspettato, l'impossibile, il non ponderato, il non previsto, l'elemento sconosciuto che è sfuggito alle proiezioni analitiche.

E invece, ad un anno di distanza il fattore 'Stato Islamico' è determinante per comprendere -il prima ed il dopo- delle Primavere Arabe nonchè il grado d'insicurezza internazionale determinato dalla sua esistenza e vitalità operativa.
Nizam, la tanzim: sistema e non organizzazione. Questa la formula che sottende la nuova strategia jihadista. Nel suo pamphlet: "Appello alla resistenza globale Islamica" al-Suri specifica che: (...) in altre parole ci dovrebbe essere un sistema operativo, una sorta di protocollo, disponbilie a chiunque abbia voglia di partecipare al jihad globale sia da solo, sia assieme ad un gruppo di compagn fidati, al posto di un'organizzazione operativa (...). L'intero lavoro, inoltre racchiude quattro linee guida determinanti per la costruzione del nuovo jihad:

  • spontaneismo;
  • situazionismo;
  • decentramento;
  • autonomia.
Un cambiemento di prospettiva epocale rispetto al passato; una rivoluzione strategica che nasce dalla presa d'atto della sconfitta del binomio Bin Laden-Zawahiri e proietta nel futuro la lotta radicale islamica: nizam, la tanzim, appunto.
In particolare, ad interessarci in questo ambito, è il situazionismo di al-Suri che prevede lo sfruttamento delle situazioni di crisi in qualsiasi territorio islamico, già in atto o da produrre attraverso i destabilizzanti attentati terroristici. In altri termini, il jihad deve sfruttare i disagi locali delle popolazioni islamiche seducendole e ponendosi in alternativa alle esperienze nazionaliste, socialiste o monarchiche che dir si voglia. Qualcosa sul genere dell'esperienza sciita di Hezbollah in Libano, per intenderci.
La riflessione generale sulla pericolosità di questo nuovo modo d'intendere la guerra santa islamica qui lascia il passo alla sua pragmatica evoluzione in un teatro operativo a noi molto vicino il Magreb.
Per comprendere in che modo questo situazionismo possa essere sfruttato in chiave insorgente è utile partire da una riflessione di ordine sociologico e antropologico. Ci sono alcune costanti nella storia della comunità umana che si perpetuano inesorabilmente e, tra queste, alcune ne segnano sistematicamente la costante evoluzione; una però tra le tante ha mantenuto inalterato il potere di incidere sullo sviluppo delle singole comunità: le migrazioni. E’ questo l’elemento chiave che originerà, in poco tempo, un fiorente mercato di scambi commerciali leciti al pari di un altrettanto remunerativo traffico illegale di merci. In questo contesto, nascono le moderne reti di  contrabbandieri caratterizzate dai vincoli tribali. Le tribù rappresentano un forte elemento politico imprescindibile, anche in queste regioni, per chiunque abbia interesse alla gestione del potere. Senza l’appoggio delle tribù locali è impensabile fare alcunché e ottenere il consenso ed appoggio delle rispettive comunità. L’articolazione della tribù in clans e famiglie genera strutture organizzative articolate e ovviamente non sempre omogenee, ma tuttavia senz’altro vincolanti che estendono il proprio potere ed influenza su vasti  territori in regioni cosi scarsamente abitate. Chi altri se non gli appartenenti a queste organizzazioni primarie, dal punto di vista sociale ed antropologico, potrebbe avere altrettanta fortuna nel sopravvivere in territori spesso avversi che forgiano caratteri duri, fieri e poco inclini alla subordinazione esterna. Le tribù sono, sempre e ad ogni latitudine, le padrone della terra dove vivono; i governi degli stati nazionali hanno dovuto sistematicamente scendere a compromessi con esse al fine di acquisirne il consenso senza del quale sarebbe impossibile esercitare una qualsiasi forma inglobamento.
L'intero continente africano è storicamente attraversato da correnti migratorie e traffici di merci di contrabbando che generano un'economia caratterizzata dall'informalità più assoluta. Il deposto leader libico Muhammar Gheddafi ebbe a sostenere l'importanza del contrabbando nel continente, ed in Libia in particolare, quale forma di sostentamento imprescindibile per quelle popolazioni. Un dato è certo: il contrabbando permea la vita quotidiana di milioni di africani, grazie ad una rete  efficiènte di network criminali coinvolti in una pletora di traffici illeciti tra i quali emergono senz'altro il traffico di esseri umani, il contrabbando di sostanze stupefacenti, quello di armi, quello di sigarette, diamanti, idrocarburi, avorio, e di merci di susisstenza in generale. Le piste o le strade, su cui viaggiano le carovane o i mezzi di trasporto, ma soprattutto le organizzazioni tribali, sono gli elementi di quest'economia ancora primordiale e, di conseguenza, chi controlla questi fattori di fatto ne controlla gli esiti. Le organizzazioni criminali, che spesso si sovrappongono o confondono con le realtà tribali sono presenti in tutto il continente e gestiscono questi traffici sempre in accordo con le realtà statali; ovviamente il più delle volte si tratta di una relazione informale che nasce dalla diffusa corruzione che spesso è la prima causa (riprendendo a mente il concetto d'instabilità evocato da al-Suri) quale conzione per la penetrazione de jihad) delle rivolte che cicilicamente investono i Paesi africani.
In particolare, i Paesi del Magreb rappresentano, per ovvi motivi geografici, l'area di transito dei commerci, leciti ed illegali, che interessano l'Africa. Il colonialismo, nelle sue versioni militare ottocentesca ed economico finanziaria del secondo Novecento, non ha consentito che questi territori e popoli si affrancassero dalle conzioni di sottosviluppo che ancora oggi ne caratterizzano il vivere quotidiano. Quest'aspetto, facendo il paio con una demografia in positivo, costituisce una miscela esplosiva di estremo valore per i movimenti radicali pronti a sfruttane le potenzialità.
Fino all'esplosione delle c.d. Primavere arabe, con un'infelice accostamento a questioni di diversa natura (a Praga era in gioco la libertà di autoedeterminazione di un popolo, nel Magreb lo è la sopravvivenza stessa della popolazione), le reti criminali hanno svolto il loro compito nell'alveo delle proprie caratteristiche criminologiche. Certamente anche sulle organizzazioni criminali del Magreb i processi di globalizzazione hanno avuto un effetto dirompente mettendo quest'ultime in contatto diretto con i circuiti criminali internazionali accrescendone le potenzialità criminali. 
L'intera fascia del Shael-Sahara è attraversata dalle merci di contrabbando destinate verso il nord e, in senso contrario dai flussi di armi e di merci suddiarie. In Marocco, Tunisia, Algeria, Libia, fino al confine con l'Egitto, le reti criminali hanno pieno possesso delle rotte di transito; vuoi favorite dai governi, come nel caso di Gheddafi che tollerava i traffici illeciti di alcune tribù Tuareg, vuoi più spesso della facilità di corruzione dei funzionari pubblici per avegolare il movimento delle merci. In altri termini i commerci illeciti fioriscono generando un potenziale economico incredibile che arricchisce i capi locali, i network criminali, i funzionari statali ed ovviamente i potenti di turno.
Poi però qualcosa è cambiato, e non in meglio. Riprendiamo le fila del discorso ripartendo dalla Siria in cui l'esplosione della situazione interna ha svolto un ruolo decisivo nell'evoluzione dello Stato Islamico che, seguendo l'esperienza dello stesso regime di Assad, ha iniziato a stringere relazioni con i capi delle tribù locali coinvolte nelle attività di contrabbando ottenendone il sostegno in cambio dell'assicurazione che avrebbero potuto tranquillamente continuare a svolgere i propri traffici illeciti. Daltronde, lo stesso al-Suri, ancora lui, aveva incoraggiato questa pratica relazionale con la criminalità organizzata ritenuta indispensabile per il controllo del territorio, per il sostentamento economico e per costruire ulteriori capacità relazionali trasnazionali. La medesima situazione mutatis mutandis si è prodotta in Somalia, in Nigeria, nel Mali, in Libia, in Algeria ed in Tunisia, per citare i casi più noti. Gli Shaabab somali sfruttando i porti sull'oceao Indiano, in particolare quello di Chisimaio, hanno arricchito le proprie finanze con il contrabbando di carbone verso la penisola arabica, con quello dell'avorio delle zanne degli elefanti cacciati di frodo in Kenia o ancora riscuotendo il pizzo dai pirati somali nei territori sotto il loro controllo. In Nigeria Boko haram gestisce, nei territori sotto il suo diretto controllo, il contrabbando delle merci verso il nord ed ha dichiarato la propria affiliazione al califfato dello Stato Islamico.
La novità, in buona sostanza, è che in passato la criminalità organizzata che controllava i traffici illeciti nel continente agendo per il proprio tornaconto stringendo rapporti con le autorità statali che ne tolleravano le attività o, in molti casi, ne sfruttavano i commerci, mentre oggi, a causa della crescente pressione generata dall'insoddisfazione degli strati più poveri e numericamente significativi delle popolazioni africane, preferisce allearsi con i movimenti insorgenti che evidentemente danno maggiori garanzie per il futuro. La criminalità organizzata agisce, sotto il profilo criminologico, come una normale impresa economica e tende ad investire in relazioni paganti in prospettiva futura; ne consegue che la situazione nell'intera area è assolutamente esplosiva. In questo modo, per fare un esempio a noi più prossimo, hanno sempre agito le mafie nostrane che hanno sposato i propri interessi con quelli della politica ed economia vincenti. Come si può intuire quindi, data la riproducibilità in ambiti differenti, il Modello Sistemico Mafioso non è antropologicamente italiano; ma questa è un'altra storia.
Tornando al nostro tema la domanda è: in che misura questi nuovi rapporti hanno modificato questo scenario? Criminali ed insorgenti hanno trovato utile per entrambi stringere accordi data la convergenza dei reciproci interessi tanto che in alcuni casi addirittura tra questi soggetti non si registrano differenze di sorta rappresentando un unicum. Innanzi tutto il fine primario è economico;  per la criminalità organizzata si tratta di ricercare l'accumulazione primaria di capitale da reinvestire in ulteriori e più redditizie attività illegali, mentre per gli insorgenti di fund raising finalizzato alla propria affermazione e legittimazione anche politica. In tale quadro è fondamentale per entrambi acquisire  il controllo del territorio poichè per i criminali significa gestire le rotte dei traffici, mentre per gli insorgenti acquisire alla causa le popolazioni locali ricorrendo anche all'aministrazione e gestione delle attività primarie. Non a caso a quest'attività dedica ingenti risorse lo Stato Islamico nei territori del Califfato. Il controllo delle rotte commerciali in Africa, e nel Magreb in particolare, passa attraverso la gestione dei passaggi di confine tra i diversi Stati, sia attraverso la corruzione dei funzionari di dogana, sia tramite il controllo fisico dei passaggi non presidiati. 
Ed infatti, leggendo quest'ipotetica carta geografica informale degli interessi illeciti nel Magreb ci si rende subito conto dell'importanza delle aree di confine tra Libia ed Egitto, per la gestione dei migranti diretti in Libia provenienti dalla Penisola Arabica, e viceversa, del flusso di sigarette di contrabbando colà dirette; oppure i confini libico-algerino e libico-tunisino, che in Tripolitania ha uno snodo importante nel flusso delle merci laddove i tre confini s'incontrano. Chi controlla queste aree di transito controlla importanti gangli del contrabbando e conseguentemente ne trae un ingente guadagno economico. Bene, in Libia, oggi, i gruppi armati, di varia foggia, natura ed ispirazione, si combattono per il controllo di queste aree. Chi controlla o riesce ad avere le giuste relazioni con la criminalità organizzata locale, acquisisce di conseguenza anche potere politico in ragione del controllo territoriale che essa esercita. Di esempi se ne potrebbero riferire senz'altro alcuni, per tutti emblematico è quello delle milizie Zintan che avendo perso la battaglia con le forze di Misurata per il controllo dell'aereoporto di Tripoli, importante snodo commerciale, si sono rivolte a sud andando ad occupare i territori dell'area della città di Gadames (Oasi della Libia interna, a circa 500 km. a sud-ovest di Tripoli, 658 km. attraverso la nuova pista per Azizia, Bir Ghnem, Giosc, Tigi, Nalut, Sinauen, Bir Zograr, presso il punto ove convergono i tre confini della Libia, della Tunisia e dei Territori del Sud Algerino) cacciando fisicamente le tribù Tuareg, una volta supportate dal regime, per sostituirsi a queste nei traffici illeciti dell'intera area. 
Ancora, SHEBA e KUFRA sono le principali città libiche attraverso le quali si snodano i traffici illeciti dell'intero continente che interessano direttamente la Libia. Si tratta di due punti nevralgici nell'architettura della tratta degli esseri umani e sono in mano alle comunità locali costituite da consigli tribali di etnia berbera ed araba poco inclini al reciproco riconoscimento. Infatti, sin dal 2012, quindi poco dopo la caduta del regime, le città sono state teatro di violenti scontri armati tra le tribù locali, in particolare i Tubu e gli Awlad Sulayman, per l'affermazione della supremazia locale. Ben presto questi scontri dalla città di Sheba si sono spostati anche a quella di Kufra a dimostrazione che la posta in gioco coinvolge molteplici interessi e che i vecchi equilibri devono essere nuovamente negoziati. 
Quest'ultimo aspetto ci interessa anche molto da vicino poichè da queste città si snodano i flussi di migranti clandestini diretti verso le nostre coste. Di recente la Procura della Repubblica di Palermo ha emesso tre mandati di cattura internazionali a carico di personaggi coinvolti nei recenti naufragi di migranti al largo delle coste dell'isola di Lampedusa. Nel corso dell'indagine è stata captata una conversazione telefonica dalla quale emerge chiaramente il coinvolgimento della criminalità organizzata libica, ma anche e soprattutto, quello di un gruppo di miliziani il cui referente è compiaciuto dei milioni di dollari che si guadagnano facilmente con il traffico di esseri umani.
Didascalica quindi è questa telefonata che riassume il perverso e pericoloso intreccio che lega la criminalità organizzata comune alle milizie armate fuori controllo in Libia; alcune delle quali già chiaramente sostenitrici dello Stato Islamico.
Per concludere, rispondendo alla domanda di partenza, rispetto alla situazione ex-ante nella quale i regimi erano in grado di conterenere (e sfruttare) la criminalità organizzata, oggi così più non è. 
I grandi network criminali locali e transnanzionali sono alla ricerca di nuovi interlocutori affidabili per pianificare le attività criminali; ora, se le milizia armate, quand'anche sotto la bandiera nera dello Stato Islamico, saranno in grado di proprorsi quale interlocutore serio allora la criminalità ne sposerà la causa spostando l'ago della bilancia in un senso o nell'altro.

Pubblicato in Mediterranaffairs