giovedì 26 marzo 2015

Stato Islamico e criminalità organizzata: il Modello Sistemico Mafioso applicato al jihad.


A questo punto è giunto il tempo di fare ordine nel montante e ridondante flusso mediatico di notizie che non sempre la comunicazione trasforma in informazione.
Prima notizia, brutta: cosa va accadendo nel mondo contemporaneo è di estremo interesse nella sua dimensione globale, ma proprio a causa di  questa caratteristica il tema, ai più, appare distante dagli interessi quotidiani; non è affatto così, e lo sarà sempre meno nel futuro a noi prossimo.  
Seconda notizia, pessima: non siamo ancora preparati ad affrontarne le relative minacce poichè non ne comprendiamo la genesi, lo sviluppo e le dinamiche.
Terza notizia, incoraggiante: se ne parla.
Cercando di fare ordine partiamo dai profili generali. Il mondo contemporaneo è preda del caos e nessuno stato sovrano ha la forza di controllarne gli sviluppi globali.
Il Medio Oriente, con il collasso della Siria e dell’Iraq, è destabilizzato al punto che la situazione avrà senza meno ripercussioni ben oltre la Mesopotamia; la Libia e lo Yemen sono in preda al panico, il Libano e Israele vivono in perenne stato di guerra; le Primavere arabe non hanno apportato alcun vantaggio alle popolazioni disorganizzate che ne erano state le artefici, e che essendo state deluse possono cadere facilmente preda di movimenti d’insorgenza; Afghanistan e Pakistan possono sprofondare in un simile abisso in ogni momento; l’Europa ha la guerra ai suoi confini, e non è attrezzata per farvi fronte, anzi fa di tutto per stuzzicare il revanscismo sovietico; l’intera Africa è sotto costante pressioni sia dal suo interno, per mano delle rivolte endogene, sia dalla vorace fame di sfruttamento delle sue risorse da parte delle potenze internazionali; il Pacifico è tornato ad essere un oceano “di guerra” a causa degli interessi commerciali che scatenano appetiti di tutti i Paesi che vi si affacciano; l’Asia è sotto pressione da parte della Cina che è tornata a sentirsi minacciata dal Giappone e dalla Russia.
Questo è in sostanza il piano geopolitico a cui fanno riferimento le forze nazionali, sovranazionali ed imperiali.
Tuttavia, a produrre effetti per la sicurezza sociale è il livello inferiore delle relazioni internazionali, teatro delle tattiche messe in scena dai grandi attori. Gli interventi di questa natura, nei diversi teatri regionali di Cina, Russia, America, India, Pakistan, Iran, Turchia, Arabia Saudia, fra i principali, sono ovviamente funzionali alle rispettive priorità nazionali. 
In questo scenario poliedrico ha trovato acqua di coltura lo Stato Islamico che, superando la strategia di al-Quaeda, della quale è comunque diretta filiazione, si va affermando quale modello avanzato per un jihad contemporaneo combattuto con le stesse armi del nemico occidentale: il messaggio mass mediatico e lo sfruttamento delle crisi regionali.
Lo Stato Islamico, a differenza di al-Quaeda, ha creato un'idea di appartenenza seducente per i giovani, non a caso i destinatari privilegiati della sua comunicazione, coniugata con una riaffermazione dello spirito originario di un Islam unito come nel periodo aureo dei primi quattro califfi -ben guidati-. 
Sotto il profilo strategico è stato il siriano Abu Musab al-Suri (siriano naturalizzato spagnolo formatosi a Londra alla scuola ideologica del palestinese Abu Qatada prima di raggiungere i combattenti qaedisti in Afghanistan) a delineare le linee guida per un jihad basato non più su un'organizzazione rigida quanto articolato sulla costruzione di una rete flessibile. Ricorro, nel tentativo di una rappresentazione evocativa, alla metafora della tela del ragno che, quand'anche venisse meno un filo della trama non perderebbe il suo potenziale mortale dell'insieme. E' in quest'ottica che vanno letti gli attentati degli ultimi tempi realizzati da "singoli fili" di questa imponderabile ragnatela tessuta dallo Stato Islamico. 
Questi attentati -realizzati artigianalmente- rappresentano il primo passo verso la destabilizzazione di un territorio al fine di generarespinte locali d'insorgenza contando sulle specificità locali come avvenuto in Iraq e Siria ieri, oggi in Libia e forse in Tunisia, e probabilmente in queste ore anche nello Yemen. 
Corollario della seduzione esercitata dallo Stato Islamico è il crescente movimento dei foreign fighters, fenomeno ancora non ben definito, ma senza meno di estrema periclosità in relazione al potenziale effetto moltiplicatore delle adesioni.  
Infine, l'idea di questo nuovo Jihad, ben si presta ad essere sposata da realtà locali in ragione delle proprie specifiche esigenze per cui organizzazioni radicali islamiche locali rivendicano l'appartenenza al califfato di al-Baghdadi creando di fatto una "Dorsale Nera" che oggi si estende dall'Iraq del nord, alla Libia di Ansar al Shari’ah della provincia di Derna (dov'è nato un movimento jihadista giovanile), ma che si spinge alla Nigeria dei Boko haram ed alla Somalia degli Shaabab.
Questo è il quadro d'insieme del mondo che fa dal nostro, senz'altro limitato, punto di vista occidentale.
Tuttavia, la vera novità in senso assoluto, ancor più della descritta evoluzione del jihad, è che per la prima volta in senso assoluto terrorismo/insorgenza e criminalità organizzata condividono strategie ed interessi. 
Questo rapporto è il fulcro imprescindibile per comprendere le dinamiche jihadiste dello Stato Islamico poichè senza l'appoggio delle tribù, che esercitano il controllo dei territori nella maggior parte delle società islamiche, non è possibile il radicamento del califfato per come si è realizzato in Iraq, Siria ed ancora in parte in Libia. 
Il controllo del territorio genera -profitto- indispensabile per lo Stato Islamico che a sua volta concede alle realtà locali criminali la possibilità di continuare nelle proprie attività illecite.
E' in questa relazione e cointeressenza che deve essere individuato il pericolo maggiore posto dalla Stato Islamico e dai suoi epigoni poichè questa relazione genera relisilienza, ossia capacità di reazione e adattamento ad attacchi esterni, come dimostrato dal Modello Criminale Mafioso illustrato in precedenti scritti.
Se i territori cedono, allora nessun intervento esterno potrà porre rimedio ad una situazione di fatto come insegna l'eperienza italiana nelle regioni ad alto tasso di mafiosità. 
La domanda quindi è: perchè questi territori non dovrebbero cedere alle lusinghe dell'idea propugnata dallo Stato Islamico?