mercoledì 11 febbraio 2015

Quale guerra farà ed i califfati


Chi ha familiarità con le mie pagine è aduso al concetto di Prima Guerra Permanente e di sistema mondiale a-polare; entrambi, dal punto di vista geopolitico, rappresentano il portato delle dinamiche internazionali contemporanee prive dell'influenza determinante delle due ex superpotenze - USA e URSS - in grado di condizionare il panorama internazionale in via esclusiva.
Tuttavia, a questa visione della contemporaneità deve essere aggiunta un'ulteriore variante che trova il suo fondamento, in particolare ed ancora una volta, nella politica estera statunitense; a partire dagli anni Novanta il sostegno al movimento Arancione ucraino e alle rivendicazioni indipendentiste della provincia serba del Kosovo hanno fatto emergere l'intenzione americana d'indebolire contemporaneamente l'Unione Europea e la Russia sfruttando le rivendicazioni ucraine, kosovare e infine georgiane.
Il Kosovo, in particolare, rappresenta la chiave di volta che sorregge l'intera politica estera americana successiva alla stagione delle invasioni terrestri supportate dalle diverse coalizioni di volenterosi in Afghanistan ed Iraq. Ad imprimere una forte accellerazione al nuovo corso strategico ha concorso l'avvicinamento - in termini economici - della Germania alla Russia e di quest'ultima alla Cina.
Spingere l'accelleratore confinando la Russia su posizioni difensive costringendola in uno stato psicologico di accerchiamento rientra evidentemente in questa strategia.  
Dicevo del Kosovo come momento di svolta nelle relazioni internazionali riferendomi ovviamente alla sua proclamata indipendenza dalla Serbia nel 2008 fortemente sostenuta dagli Stati Uniti e riconosciuta da una parte, non tutti, i Paesi europei. La questione di legittimità di questa svolta indipendentista kosovara è stata portata all'attenzione della Corte  Internazionale di Giustizia che si è pronuniciata asserendo che l'autoproclamato stato kosovaro non violava alcuna norma internazionale. Questa decisione - al ribasso -, in mancanza di un trattato internazionale multilaterale sul tema, ha aperto la strada ai movimenti indipendensti creando così un precedente a cui fare appello. Tanto è vero che seguiranno l'annessione russa della Abkazia e dell'Ossezia e la  rinnovata volontà di costituirsi stato sovrano dei territori palestinesi.
In sostanza le volontà autonomiste che certo non mancano a livello mondiale sono divenute uno strumento di politica estera a cui ricorrere per indebolire o al contrario rafforzare posizioni strategiche nell'agone internazionale. 
La Crimea, ovviamente, non può essere estranea a questo meccanismo,  e infatti non lo è di certo visto che il presidente Putin ha rivendicato il diritto di quelle popolazioni all'autodeterminazione anche semplicemente a seguito di un referendum popolare.
Ma ancora più in là, ed è questo l'altro tema forte di questi mesi, con quale equità interpretativa e d'azione si negherà alle popolazioni che sostengono lo Stato Islamico o anche a quelle che vedono in Boko haram il male minore rispetto ad uno stato centrale corrotto, di creare un loro stato, leggasi califfato? 
L'era che si affaccia non promette molto di buono, ma oramai il vaso  Pandora è stato stupidamente o fors'anche scientmente scoperchiato.