venerdì 2 gennaio 2015

La guerra negata.


Qualcuno non se n'é ancora accorto ma siamo in guerra. Bisogna pur dirlo: senza che sia stata consegnata alcuna dichiarazione ufficiale il "grande mostro" della finanza internazionale, gli speculatori che da tempo strappano lembi di carne a questo Paese (che continua a pensare di poter risolvere i propri problemi chiudendosi ulteriormente in sé ed in un agone politico asfittico e piccolo piccolo) hanno dichiarato una guerra senza quartiere a qulasiasi stato sia debole al punto di risultare appetibile per operazioni sui debiti sovrani. Ma questa guerra economica non riguarda solamente la finanza, che rappresenta più che altro uno strumento, quanto senz'altro i futuri assetti mondiali e quindi gli attori internazionali intenti a tutelare i propri interessi nazionali.
Solo poche riflessioni ci permettono di aprire nuovi scenari e probabilmente illuminare vie d'uscita al momento impensabili, chiarendo il concetto di guerra non dichiarata, e quindi per rendere la cosa meno apocalittica partirò dal discorso tenuto dal presidente russo il 4 dicembre all'Assemblea Federale in cui ha fatto riferimento alle radici della Madre Patria non più individuandole nella Rus', l'antica Ucraina del principato di Kiev, ma addirittura più in la nei secoli nella mitica città di Kherson sul mar Nero ripartendo quindi dalla Crimea. La storia insegna a non umiliare i vinti di oggi poichè questi saranno i vincitori del domani; tuttavia, pare proprio che le lezioni di storia non godano di molto seguito e siano sempre più numerosi gli assenti soprattutto giustificati. Ed allora la madre patria -la Santa Madre Russia- come un'orsa ferita difende il proprio territorio e mena zampate feroci spesso incurante degli effetti finanche per se stessa. Ed ecco che, dopo che la Nato ha creato il Kosovo, Putin, novello principe Vladimiro, ha pensato di riprendersi, nel 2008 l'accesso al mar Nero riportando nella diretta sfera d'influenza l'Abkazia (e i suoi porti) e l'Ossezia sottraendole ai georgiani e, recentemente, la Crimea con Sebastopoli importantissimo arsenale militare. 
I russi difendono la propria patria, la propria sovranità nazionale e il proprio spazio vitale.
Già da tempo é in corso un nuovo gioco dei confini -il limes- che nel periodo della guerra fredda era fondato sugli  accordi di Yalta e successive crisi, ma che era comunque definito. Oggi prima in Georgia e poi in Crimea, e recentemente nel Donbass, ed ancora domani sicuramente in Moldavia, la Russia marca il proprio territorio e lo fa con la solita leva (funziona perlomeno da quando  
Questo è il quadro geopolitico, ma la criminalità che c'entra? Beh, come i fatti contemporanei continuano a confermare, è uno strumento geopolitico molto efficace in questo periodo storico; in ogni area di crisi i fenomeni di criminalità organizzata rivestono un ruolo determinante poichè queste organizzazioni  hanno la gestione diretta dei territori e quindi delle risorse, lecite ed illecite e dispongono di reti fisiche e relazionali in grado di sostenere qualsiasi iniziativa di tipo insurrezionale. Oramai, nessuna forma d'insorgenza è disgiunta da cointeressenze con la criminalità locale.
La regione del Donbass per la Russia è fondamentale nello sforzo di creare un'area cuscinetto - la Nuova Russia- che comprenda i territori sud-orientali ucraini e, unendosi alla Crimea, inglobi il mar Nero secolare punto fermo nelle strategie geopolitiche russe.
Innanzi tutto va chiarito che la situazione sembra oramai consolidata: Mosca ha perso Kiev, sempre più -caduta- sotto l'influenza americana e della Nato, Kiev ha perso, la possibilità di svolgere il ruolo di pars inter partes che la Turchia si è costruita ad oriente. 
Sul campo accade esattamente quello che abbiamo già riscontrato con la formazione e sviluppo dello Stato Islamico in Iraq: mercenari, tanto russi che americani, criminali e militari impegnati nel sostenere l'insorgenza o nel contenerla. Abbiamo ancora in mente gli uomini verdi (per chi rammenta le immagini provenienti dall'area) senza emblemi di riconoscimento ma evidentemente soldati a sostegno dei separatisti coadiuvati da giovani reclutati tra la forza di lavoro delle miniere del Donbass da parte delle oligarchie minerarie. La regione è ricca di carbone che viene estratto legalmente ed illegalmente, ma in ogni caso con la vecchia tecnologia sovietica che se è vero non rappresenta l'avanguardia tecnologica per lo meno, dicono da quelle parti, durerà in eterno. L'unica fonte di reddito nel Donbass è il lavoro in miniera; se lavori legalmente hai qualche privilegio -la pensione da fame- se non hai le giuste conoscenze ti devi rivolgere alle organizzazioni criminali che ti impiegano nelle loro miniere ovviamente senza alcuna tutela. 
Le guerre contemporanee non sono certo più quelle campali o di posizione, ne di larga scala, e neanche più "umanitarie" di peacekeeping o peacebulding, ma semplicemente di destabilizzazione. Per ogni Stato, in politica estera più che guadagnare posizioni è fondamentale non perderne, ma ancor di più l'importante è indebolire chiunque rappresenti una minaccia e non è un caso se l'Europa, ancora non compiuta sotto il punto di vista della politica estera, sia l'unico soggetto a non essere attivo con una linea chiara d'azione. Tutte le potenze, grandi, medie o piccole, hanno una politica internazionale mentre i paesi europei unitariamente non esistono e singolarmente non hanno forza. 
Bel dilemma; stiamo li  fermi a guardare ma questo non vuol dire che la guerra non sia già in casa nostra a meno che si vogliano inquadrare gli attacchi economici quale una mera questione speculativa fine a se stessa. 
Energia e territori contano molto di più delle riserve auree, ma ancor di più ha valore l'affidabilità e la scomessa che su di un paese di può azzardare. E' un gioco semplice: su chi vale la pena scommettere? 
Si dice che il campione si vede già alla partenza ed allora su chi scommettere?