lunedì 3 novembre 2014

YEMEN, al-Qua‘ida, al-Houtni e il futuro del mondo arabo.


Dopo aver di recente occupato la capitale SANAA 30.000 ribelli, appartenenti alle tribù sciite yemenite che si riconoscono nell’azione del movimento insorgente di al-Houthi, hanno ultimato al presidente Abed Rabbo Mansour di formare un nuovo governo di ampia rappresentanza assicurando, in caso contrario, di essere pronti a qualsiasi soluzione alternativa.
La pressione esercitata dalle tribù sciite, sotto l’ombrello dell’insorgente milizia di al-Houthi, è giunta ad una fase cruciale poiché ha praticamente raggiunto lo scopo d’influenzare la vita politica del paese qualora, come sembra inevitabile, il presidente Mansour ne accolga la richiesta. Quest’ultimi, va detto, hanno comunque annunciato di voler continuare a combattere sia i militanti di al-Qaeda sia americani ed ebrei, secondo la litania ripetuta nelle piazze “Death to America, Death to Israel, Damn Jews and victory for Islam” ritornello che evoca i tempi della rivoluzione iraniana i cui epigoni sembrano agire a supporto di al-Houtni.
Lo scontro tra le fazioni sunnite e sciite ripete quanto accade in Siria ed Iraq definendo uno scenario di lotta senza quartiere tra differenti concezioni dell’Islam e della legge coranica con buona pace delle cosi dette primavere arabe.
Quindi, mettendo in giusta evidenza che la questione è confessionale ed  interna al mondo islamico va aggiunto che il ruolo decisivo in tutte queste dispute rivestito dalle tribù che sono le reali, vere e inconfutabili padrone del territorio. L’idea ottocentesca degli stati nazionali, esportata dal colonialismo inglese e francese, in questi territori ha fallito e non ha più ragione d’essere, figuriamoci come possa trovare albergo il concetto di alternanza democratica che si è rivelato effimero come ogni tentativo.
Un secolo di nazionalismo è servito all’occidente per contenere e controllare territori di cui si è servito; questa ovvia constatazione è, e resta tale, e deve essere assunta a viatico di una diversa politica di relazione con quel mondo. Che rapporto, ad esempio, vogliamo instaurare con lo Stato Islamico? Di tipo esclusivamente militare è assurdo anche perché insostenibile dal punto di vista economico, ma prima ancora dal punto di vista pragmatico e culturale. Vent’anni di guerre nell’area insegnano che il confronto militare non risolve le questioni sul tavolo delle diplomazie ma le acuisce creando sempre nuovi fronti di antagonismo. La transizione dall’epoca degli stati nazionali non passa attraverso l’imposizione del modello occidentale di democrazia calando dall’alto un sistema che si basa su di un percorso filosofico e culturale che gli arabi non hanno vissuto. Piuttosto passa per la mediazione di nuove e diverse forme di collaborazione utili quali base per le future relazioni anche commerciali dei prossimi decenni. Ritengo che oggi convenga lasciare che questi popoli si  organizzino secondo i propri modelli culturali dando vita ad una fase nuova di sviluppo nell’area senz’altro appetibile dal punto di vista delle relazioni commerciali per l’occidente. In tale modo non si alimenterebbe il radicalismo che in un mondo interconesso non avrebbe più il pretesto dell’occidente invasore e corruttore. Le primavere arabe sono il frutto di un’istanza partita dal basso, dal popolo, questa è la vera novità che deve essere assecondata. In Egitto il radicalismo dei fratelli musulmani giunto al potere è stato sconfitto e sgonfiato non appena le sue politiche si sono dimostrate non essere in linea con le esigenze della popolazione.
In sostanza gli sforzi di prevaricazione militare e culturale hanno fallito e quindi dovrebbe sarebbe un bene lasciare il passo alla più adeguata politica della comunicazione e condivisione.
Più che democrazia sarebbe il caso esportassimo idee il cui valore contrasterebbe efficacemente qualsiasi radicalismo di cui nessun popolo sente il bisogno ed a cui facilmente ricorre se non quado si ritiene prevaricato.