lunedì 27 ottobre 2014

Bentornata vecchia mafia.


Rumori di fondo istituzionali, asettica ridondanza mediatica, antimafia e professionismo dell'antimafia fungono da cortina fumogena e asfissiante gas tossico deleteri per  la comprensione dei processi evolutivi della criminalità mafiosa in Italia. In tale desolante quadro la cosa migliore da fare, come quando a scuola l'equazione non riusciva, è ripartire dai passaggi semplici e chiari. 
Cosa accade alla mafia siciliana è un tema; cos’è dell’organizzazione di Cosa Nostra  e dei corleonesi, che hanno dettato l’agenda criminale della Sicilia, e non solo, per oltre trent’anni è altra storia.
Questi come organizzazione monolitica e indiscutibile non esistono più; oggi sono qualcosa di  diverso e la sua  struttura di vertice è impegnata con problemi lontani dalle piazze di criminalità e dalla strada essendo interessata a conservare i patrimoni accumulati negli anni d’oro attraverso una strategia che cerca punti di mediazione negli equilibri e nelle relazioni inconfessabili in un gioco che ha per scacchiera le aule dei tribunali nelle quali si svolgono in questo periodo decine di processi a Cosa Nostra.
In strada, nei quartieri palermitani, nei vecchi mandamenti, nei paesini storicamente di mafia della Sicilia occidentale le stanno cambiando. In passato ho parlato di mafia 0.0,  e del ruolo svolto dall'ambiente delle carceri in ragione del rango, del  rispetto e della considerazione che i boss reclusi hanno guadagnato con anni di malavita, nel dettare le strategie proiettando la propria volontà all’esterno spesso continuando a gestire indisturbati i propri affari illeciti. Questa è una ricorrenza comune a qualsiasi latitudine e tipologia di organizzazione criminale e deve essere sempre tenuta nella giusta considerazione per comprendere l’evoluzione della criminalità organizzata.
Per fare un esempio pratico parliamo di quanto avviene nell’ambiente criminale di uno dei quartieri di mafia palermitana: Brancaccio.
E’ notizia recente che un pentito, Antonino Zarcone, della famiglia di Bagheria, collaborando con i magistrati palermitani, stia disvelando le strategie e soprattutto gli antagonismi in seno all’organizzazione di Brancaccio ed ai suoi principali esponenti; si parla di linea morbida da parte di una fazione o dura di un’altra con conseguenti fibrillazioni ed adattamenti. 
Penso non vi sia necessità di evidenziare il fatto che le mafie, esattamente come avviene in qualsiasi società di capitali, scelgono le proprie strategie con conseguente cambio di assetto societario, del consiglio e dell’amministratore delegato, in ragione della speranza  di guadagno.
Il pentito di Bagheria sostiene che nel mandamento di Brancaccio, la “linea morbida” di Cesare Lupo si è scontrata con quella di Nino Sacco creando uno sconvolgimento nel triumvirato Sacco, Lupo e Giuseppe Faraone che ne reggeva le sorti agli ordini, di Giuseppe Arduino. Un'accusa che ha retto già al vaglio dei giudici di primo grado che hanno condannato Sacco a sedici anni di carcere. 
Arrestato nel 2009, Sacco dopo una parentesi di libertà prima di tornare in carcere nel 2011, avrebbe cercato di fare la voce grossa tentando finanche di annettere la famiglia di Villabate al mandamento di Brancaccio. 
Un'operazione rischiosa perché pretendere l’annessione di Villabate significava entrate in guerra in particolare con i “Lo Nigro di corso dei Mille”. Da chi Sacco potrebbe avere ricevuto l'autorizzazione -in carcere- per modificare gli equilibri e i confini geografici dei mandamenti non è ancora chiaro ma probabilmente la corrente dei Graviano è tutt’ora in grado di dettare le strategie mafiose dell’area. 
Quest’esempio mi porta a definire quella attuale come una situazione paragonabile alla fase storica della mafia siciliana dei primi anni del Novecento quando l’organizzazione isolana, risentendo degli strascichi storici della sua evoluzione post-unitaria, non si era ancora dedicata ai lucrosi affari che di li a poco avrebbero investito, anche grazie alle due guerre mondiali, l’intero Paese.

L’Italia di oggi, per la base mafiosa non presenta grandi opportunità di guadagno, senz’altro non paragonabili a quelle del passato, sigarette,  droghe ed appalti -la povertà del paese si riflette anche in questo fenomeno-. 
Ed allora cosa resta ai mafiosi di oggi?
Tornare a commettere quei reati che influiscono direttamente sulla vita delle persone poiché a differenza dei predetti li colpisce direttamente e personalmente primo fra tutti la richiesta del pizzo attraverso la quale la mafia ha iniziato la sua storia criminale.
Il pizzo,  è stato il primo strumento attraverso il quale le mafie, siciliana, calabrese e campana hanno conquistato il territorio e con il tempo le amicizie politiche
Negli ultimi anni in Sicilia e Campania in particolare, le amicizie politiche sono venute diminuendo per una serie di concause tra le quali emergono la crisi economica nazionale e quindi minori flussi di denaro pubblico su cui mettere le mani nonché una situazione politica generale decisamente più fluida che non permette posizionamenti tali da assicurare garanzie di sorta in prospettiva e che quindi non assicura eventuali investimenti.
In molti stanno a guardare aspettando una ripresa economica che tutti auspichiamo mentre le mafie mantenendo un basso ricostruiscono le reti relazionali partendo dal controllo del territorio nella sicurezza che in futuro potranno tornare a contare sulle amicizie di sempre politiche e finanziarie. 
Ben tornata vecchia mafia.