mercoledì 3 settembre 2014

Terre rare, corruzione e mafie, e ragion di stato


Hanno dei nomi assurdi, cacofonici ed impronunziabili, sono 17; o per meglio specificare Ittrio e Scandio + 15 altri elementi appartenenti alla famiglia dei lantanidi Promezio, Disprosio, Lutezio, Europio, Gadolinio e via di fantasia.
Non tutti ne conoscono l'esistenza ma, soprattutto in occidente, nel mondo del consumismo, tutti li utilizziamo quotidianamente. Sto parlando appunto delle terre rare, ossia di quei minerali che si trovano in natura e che hanno particolari caratteristiche chimiche indicate dalla IUPAC da renderli indispensabili per una serie incredibile di applicazioni nel mondo fantastico delle nuove tecnologie: hard disk, satelliti, laser, macchine fotografiche digitali, pale eoliche, lampade fluorescenti e tanto altro ancora d'interesse militare.
Il maggior produttore al mondo in termini di capacità estrattive è, a tutt'oggi, la Repubblica Popolare Cinese con circa il 45% dell'intera disponibilità. 

Ovviamente in questo ambito, nel contesto del mercato economico, la RPC detta legge ed agisce regolando il mercato internazionale sfruttando la posizione di rendita che i giacimenti, e ancor più la capacità estrattiva avanzata, le assicurano. La regolamentazione interna di questo know how e del prezzo oltre che essere fattori economici integrano anche uno specifico dossier di natura geopolitica al pari di quello del gas o della stessa capacita d'acquisto di debiti esteri.
In tale quadro, è evidente che il governo ha il predominante interesse di gestire -senza alcuna interferenza- questo dossier che rientra chiaramente nell'ottica della sicurezza nazionale. 
E fin qui tutto sembra rientrare nei canoni delle normali prerogative di ogni stato sovrano, ma andando più a fondo su questo interessante tema si scopre che il governo cinese ha un problema: la presunta ingerenza della criminalità organizzata che, corrompendo i funzionari pubblici deputati alla gestione delle miniere di terre rare, fa  concorrenza al potere centrale. Richiamo l’attenzione sulla formula dubitativa a cui ho fatto a bella posta ricorso: supposta. Che anche la Cina avesse problemi di criminalità era cosa nota e fisiologica ma che il governo cinese ne denunciasse la capacita di gestione di un'attività così importante era cosa meno attesa. Ancora più paradossale è la circostanza che ha portato alla scoperta dell'interesse criminale per questo business. Infatti, a livello centrale “… si sono resi accorti…” ad un certo punto che i conti non tornavano; nel 2010 le quote fissate per l'estrazione erano di 89.200 tonnellate ma ne risultarono estratte circa 119, come mai? Chi aveva disatteso le indicazioni governative?! Ovviamente chi altri se non la criminalità organizzata che nelle regioni di estrazione poteva contare sulla corruzione dei funzionari locali e quindi svolgere un'attività estrattiva illegale contrabbandando il prodotto. La questione ha costretto il governo centrale ad annunciare misure  contro la corruzione che, ancora ad oggi, non è dato sapere se e quanto siano state efficaci.
In che misura è possibile che la lettura dei fatti sia questa? Questa è la domanda per valutare appieno la notizia in sé.
Di certo sappiamo che si tratta di una questione molto delicata e, come detto - strategica - tanto da non poter essere trattata con leggerezza; sappiamo che un regime fortemente autoritario ha nell’esercizio del controllo capillare delle strutture amministrative il punto di forza; sappiamo ancora che la RPC è legata in materia di terre rare da accordi commerciali internazionali anche in ambito WTO che la vincolano al rispetto di contratti in essere; sappiamo che la politica economica del cap and trade favorisce la limitazione del bene in circolazione al fine di agire sul prezzo; ed infine sappiamo, e chi non ha ancora riflettuto su quest’aspetto è bene inizi a farlo,  i servizi di sicurezza cinesi sono tra i più efficienti al mondo e quindi non in grado di sottovalutare la questione terre rare.
Tutto questo premesso, possiamo ancora credere che la criminalità organizzata locale abbia potuto, anche se in accordo con funzionari corrotti, gestire l’estrazione dai siti minerari, la lavorazione della materia grezza, l’immissione sul mercato ed il trasferimento all’estero di tonnellate di questi minerali?
E’ ovvio che la criminalità organizzata ha svolto un ruolo ma non quello indicato nei termini ufficiali.
La criminalità anche in questo caso sembra essere stata ragionevolmente un attore servente agli interessi superiori - ed ovviamente inconfessabili pubblicamente - statali. Si tratta, della solita per noi italiani, della nota ragione superiore dello Stato (vds Macchiavelli). Inverosimile che il governo centrale fosse stato all’oscuro di quanto andava accadendo nelle aree estrattive, è più logico pensare che usasse la criminalità organizzata quale capro espiatorio su cui far ricadere l’ingente surplus produttivo eccedente la quantità convenuta a livello internazionale anche allo scopo di non farne cadere il prezzo strappato agli acquirenti.
In questo caso, e ancora una volta, è evidente che gli stati, tutti gli stati e nessuno escluso, hanno bisogno della criminalità organizzata a cui nessuna remora si oppone perdendo efficacia davanti al “superiore interesse dello Stato”; ma questa è una faccenda di etica morale a cui ciascuno approccia come meglio crede. A me interessa far comprendere che il rapporto stato criminalità organizzata non è mai, in nessun caso, aprioristicamente manicheo. Tutto dipende dalle circostanze.