mercoledì 14 maggio 2014

Mafia 0.0

Nel mondo poliziesco si dice che tre indizi fanno una prova, forse perché   il numero è perfetto anche in questo senso, ma una cosa è certa, se non fanno una prova di certo influenzano molto l’analisi critica di un fenomeno. Citando me stesso, in maniera politicamente scorretta, nel mio libro Mafie Potere e Geopolitica, sostengo ed argomento che le mafie non saranno mai sconfitte, come per altro la criminalità in genere ma che esse si generano, arrivano ad un acme, crollano e poi fisiologicamente riemergono in forme esteriori differenti e frutto della contemporaneità. 
Combattere le mafie è un tema estremamente dibattuto quotidianamente soprattutto nell’epoca in cui l’esercizio del diritto di parola si è svuotato del suo valore assoluto per essersi trasformato in un dovere di parola che genera una grande confusione. Si finisce in questo modo per parlare di fenomeni conosciuti per luoghi comuni e categorie concettuali preconfezionate a beneficio di un pubblico acritico e, per varie motivi, poco incline all’approfondimento. Ed è in virtù di questa superficialità che le mafie proliferano spesso indisturbate.
Ma la vera notizia, dal mio punto di vista, è che la mafia siciliana ha superato la fase finale dell’era corleonese, iniziata con le stragi del 1993/1994 ed è tornata alle origini ripartendo da punto zero ovvero dalle estorsioni ai proprietari terrieri, ai commercianti e persino, incredibile ma vero al furto di bestiame e all’assegnazione degli edifici di edilizia popolare.
Con la caduta dei corleonesi, l’intera struttura che sosteneva Cosa Nostra siciliana, sotto il profilo strettamente criminale, non ho intenzione di affrontare l’aspetto, pur esistente, di natura economica e politica, ha subito un contraccolpo che ha esaurito i suoi effetti a distanza di vent’anni; questo lungo processo ci consegna, una mafia siciliana (in verità già da tempo) che dopo aver toccato il fondo, ovvero aver perso la maggior parte della rete relazionale economica e politica a livello nazionale ed internazionale è costretta a ripartire da zero, o meglio da 0.0. Attenzione, io parlo della mafia siciliana che nell’epoca della dittatura corleonese raccoglieva quello che dall’alto cadeva, se non proprio le briciole, di certo la parte meno consistente dei grandi interessi criminali che il sistema mafioso corleonese generava.  
Ed ora mi spiego.
Nel gennaio dello scorso anno, la famiglia mafiosa di Gela (CL) è stata accusata di controllare, mafiosamente la guardiania di alcune ditte edili nonché l’assegnazione delle case di edilizia popolare in favore dei propri affiliati o estorcendo denaro per l’assegnazione a chi non ne aveva diritto. 
Nell’aprile dello scorso anno i Carabinieri hanno arrestato alcuni appartenenti alle mafiose di Montelepre  (PA) che avevano ripreso i contatti con le famiglie di New York al fine di ricostruire un legame evidentemente interrotto. Ma c’è di più: gli stessi personaggi si sono resi responsabili di furto di bestiame in danno di allevatori del circondario.
E ancora.
Nei giorni passati i Carabinieri di un paesino della provincia di Catania, Adrano, hanno arrestato due giovanotti perché ritenuti responsabili di una estorsione ai danni di 21 piccoli proprietari terrieri del circondario avvalendosi del metodo mafioso. I giovani picciotti appartengono al clan mafioso egemone nel paese, quello degli Scalisi, storica famiglia che da lungo tempo rappresenta il potere mafioso ad Adrano ed era collegata, ai tempi d’oro, al catanese Benedetto “Nitto” Santapaola e quindi nell’alveo della dittatura corleonese su Cosa Nostra Siciliana. 
E le famiglie palermitane, la nobiltà mafiosa dell’isola?
Sin dalla seconda metà dello scorso anno sono stati accertati tentativi di ricostituzione in forma aggregata di una struttura che fosse portatrice degli interessi delle famiglie delle province di Trapani, Agrigento e Palermo.  Dopo anni di sopravvivenza attraverso la commissione di reati di basso profilo e poco remunerativi, sebbene sempre in forza della capacità d’intimidazione solamente indebolitasi nel recente passato, le famiglie mafiose isolane hanno iniziato ad avvertire la necessità di riacquisire profitto e potere.  Il mafioso può  aspettare che passi la piena del fiume, ma non in eterno; e poi c’è da far fronte alle migliaia di appartenenti alle cosche arrestati e detenuti ed alle loro famiglie. A provvedere alle necessità di chi è in carcere deve essere, nella logica mafiosa, chi può farlo cioè chi è libero. Ma la situazione oggi, è mutata infatti sempre maggiori sono le denunce di chi subisce richieste estorsive così come scarsi sono gli introiti dovuti al traffico di sostanze stupefacenti dovendosi limitare al controllo dell’ultima parte della filiera di spaccio; per non parlare poi dei soldi pubblici per gli appalti che sono veramente ridotti al lumicino. Ed allora cosa fare? Ripartire da zero appunto, da un lato accumulando capitale primario da reinvestire in attività lucrose come il traffico di sostanze stupefacenti a livello internazionale, ma per rendersi nuovamente credibili come in passato c’è bisogno di relazioni forti e da qui il rientro in Sicilia di molti, soprattutto figli e nipoti, fuoriusciti sotto la dittatura corleonese.   
Quindi l’importanza delle notizie sopra riportate, dal punto di vista dell’analisi criminologica, attiene alla conferma che i fenomeni criminali mafiosi risentono logicamente delle contingenze storiche e con esse si confrontano sapendone trarre sempre il maggior beneficio. In Sicilia, dopo la stagione delle stragi, 1993-1994, la mafia siciliana, a mio parere già all'epoca non più sotto l’egemone controllo del gruppo di potere che faceva capo ai corleonesi, dovendosi rapportare ad un futuro del tutto imprevedibile ha messo in pratica il detto siciliano “chinati Junco che passa la china”. Le famiglie mafiose, soprattutto quelle con minori legami con i corleonesi di Salvatore Riina sono tornate a fiutare il vento e ripartire dalla considerazione che oramai non ci si potevano aspettare grandi opere, in relazione alle dissestate casse nazionali in cui inserirsi esercitando, come in passato, il potere mafioso, che la Sicilia è al di fuori delle grandi logiche del traffico internazionale degli stupefacenti, e  quindi, infine non essendoci all’orizzonte nessun grande business da sfruttare organicamente, hanno deciso di tornare alle origini. Tornare alle origini per la mafia vuol dire tornare alla terra, alla proprietà fondiaria da cui tutto è iniziato. Nell’Ottocento, la destrutturazione del latifondo, formalmente sancita con la Costituzione Siciliana del 1812, ha determinato per cause storiche, che non possiamo delineare in questo scritto per ragioni di spazio, la nascita della mafia siciliana. 
I proprietari fondiari, nobili e borghesi, affidavano a milizia private il controllo delle proprie terre composte in via esclusiva da criminali quanto mai necessari per fronteggiare le scorribande degli altri fuorilegge. In tal modo, i primi, spesso anche in accordo con i secondi,  offrivano i propri servigi  ai padroni che in sostanza erano costretti dalle circostanze ad accettare lo stato di cose subendo quindi un ricatto al quale non potevano sottrarsi se non essendo disposti a subire sicure rappresaglie.
Ecco perché oggi nell’anno 2014 a distanza di due secoli, in un paesino siciliano la mafia torna alle origini offrendo la propria protezione ai piccoli proprietari terrieri che, poiché lo Stato è, ancora oggi come allora, assente , il più delle volte tacciono. Attenzione, lo stato non è assente solamente fisicamente ma molto più pericolosamente attraverso il comportamento dei suoi rappresentanti di cui la quotidianità racconta le gesta.

Antonio de Bonis