giovedì 1 maggio 2014

Il Messico verso il futuro

Dovendo preparare una lezione nell’ambito del master di geopolitica di Oltreillimes, che illustrasse i traffici illeciti nell’area centrale del continente americano mi sono imbattuto nella reale difficoltà di condensare la molteplicità di piani d’analisi che questo tema offre, preferendone alcuni rispetto ad altri nella consapevolezza di mancare di completezza espositiva. Tuttavia, il tempo a disposizione non mi permette altra scelta e quindi, anche in questo scritto, che vuole rispecchiare questo intervento, resterò fedele alle scelte fatte.
Premesso ciò, ovviamente, come prediligo sempre fare, partirò dall’analisi geografica dell’area in questione convinto che altro modo non vi sia per porsi nella giusta ottica d’analisi di qualsiasi fenomeno di natura umanistica quand’anche criminale.
Il Messico pur appartenendo alla porzione australe del continente, per ragioni antropologiche a mio parere, condividendo la definizione dello studioso messicano di origini germaniche, Paul Kirkoff, fa parte di una specifica area  culturale quella Mesoamericana che comprende anche il Guatemala, l’Honduras, il Salvador ed il Belize. Questa prima definizione non è solo terminologica avendo avuto una parte decisiva nella formazione delle culture dei popoli di riferimento partendo dalle civiltà Maya ed Atzeche facendo in modo che anche oggi tutte queste realtà nazionali seppur differenti siano unite da un comune strato culturale profondo.
L’area mesoamericana oggi è alle prese con grandi sfide che ne determineranno il futuro prossimo e lontano; dopo essere state rinchiuse e confinate ad essere teatro anch’esse della Guerra Fredda tra U.S.A. e U.R.S.S. oggi, sebbene ancora fortemente influenzate dal vicino americano che ha sempre considerato queste terre come il giardino di casa propria, non certo per diletto ovviamente ma in ragione di precise esigenze geopolitiche, oggi dicevo, come mai in precedenza quest’area può approfittare di contingenze internazionali favorevoli per costruire una propria identità sovrana.
Queste contingenze sono di natura essenzialmente economica e politica: economica poiché, soprattutto i paesi asiatici, la Cina in primis, si rivolgono a questi territori per ampliare, da un lato lo spazio commerciale e dall’altro l’acquisizione di risorse primarie per il sostegno a lungo termine delle proprie economie e di natura politica poiché oggi gli Stati Uniti sono costretti dal sistema economico globalizzato a scegliere tra potere militare o economico, e tutti sappiamo quale hanno privilegiato, lasciando quindi un certo margine di manovra ai paesi dell’America centrale e latina.
Con questi presupposti tuttavia, non sarà facile per i Paesi dell’area ottenere risultati apprezzabili in termini di sviluppo a causa di molteplici problemi strutturali quali, primo fra tutti la presenza di forti strutture di criminalità organizzata locale e a carattere internazionale e transnazionale.  L’intero Continente americano è, seppur in forme diverse, afflitto dagli effetti che la produzione,  la distribuzione e il consumo delle sostanze stupefacenti genera, effetti che si riverberano quindi ovviamente sui paesi produttori, quelli del Triangolo del Nord, Colombia, Bolivia e Perù,  perché ivi operano organizzazioni criminali che sfruttano i contadini che altro non possono fare se non coltivare le piante di coca, sui Paesi centrali, Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua, in particolare, a causa del transito dei carichi di coca e su quelli del Nord, America e Canada, come su quelli del sud, Argentina e Brasile, a causa degli effetti che il consumo genera in termini di salute pubblica e quindi costi sanitari e di criminalità diffusa che vive di questi traffici.
Ed allora come potranno i paesi dell’America centrale, primo fra tutti per importanza il Messico proiettarsi nel futuro sicuri di cogliere le opportunità che oggi la storia offre loro di emancipazione? Tutto dipenderà da quale compromesso sarà raggiunto a livello locale, in ogni Paese con la criminalità organizzata. Sono categorico perché   realista e quindi assolutamente convinto che non verrà in alcun modo neanche tentato un contrasto diretto serio e definitivo contro le organizzazioni criminali che operano in quei territori essenzialmente per due motivi: uno economico giacché, soprattutto in tempi di crisi come questi nessuno stato può permettersi di rinunciare alla porzione, per alcuni molto consistente, di p.i.l. ed indotto creato dal narcotraffico e secondo semplicemente perché politicamente non conviene essendo più facile e proficuo trattare con i criminali invece che perdersi dietro politiche sterili e destinate a fallire di contrasto. Ovviamente, dal punto di vista etico non posso certo condividere questo stato di cose essendo anche convinto che ci siano molteplici azioni che si possono intraprendere per risolvere positivamente questo genere di problemi: primo fra tutti l’istruzione.
Dal mio punto di vista, tuttavia a parte le speranze, oggettivamente, le amministrazioni coinvolte cercheranno di stabilire accordi con la criminalità organizzata mettendo sul tavolo delle trattive la possibilità di futuri guadagni a patto di ridurre l’effetto della contrapposizione Stato-organizzazioni criminali e quest’ultime tra di esse allo scopo di rendere favorevole, per qualunque investitore spostare capitali nell’area.
Si tratta di un compromesso con il diavolo è senz’altro vero ma è quello che accade da sempre come la storia, a volerla approfondire, anche quella scritta dai vinti, ci insegna.  

Antonio De Bonis