domenica 13 aprile 2014

TRAFFICI ILLECITI NEL MEDITERRANEO Intervento nel master di geopolitica LIMES - SIOI – OLTREILLIMES Roma, 11 aprile 2014

Con mio grande piacere ho raccolto l’opportunità d’intervenire nell’ambito delle attività del V Master di geopolitica “Caos e Poteri: equazioni dei mutamenti", organizzato da Limes, dalla Società italiana per l’organizzazione internazionale SIOI e dall’associazione culturale Oltreillimes, illustrando il tema dei traffici illeciti nell’area del Mediterraneo e delle relative conseguenze sulle società coinvolte.
L’argomento dal punto di vista criminologico, ovviamente a me più congeniale, è estremamente stimolante poiché permette una serie di riflessioni sia sull’aspetto direttamente criminoso legato ai singoli flussi di traffico illeciti: sfruttamento delle migrazioni, traffico di sostanze stupefacenti, merci contraffatte, tabacchi lavorati esteri ed altri, sia nell’ottica più criminologica attinente la comprensione dei modelli che alla realizzazione di queste attività sono strumentali.
La ghiotta opportunità, si è condensata nella trattazione di alcuni dei traffici illeciti citati, i più indicativi ma ha comunque consentito di sviluppare i temi più importanti, e a me cari, cioè quelli riguardanti le dinamiche contemporanee e i conseguenti effetti dell’attività delle diverse forme di criminalità locale, internazionale e transnazionale comune e di tipo mafioso. 
L’importanza dell’intero bacino del Mediterraneo è storicamente riconducibile alla sua funzione di anello di congiunzione marittimo dei flussi commerciali che ivi confluiscono e si dipartono da e verso il continente europeo, africano e asiatico nella sua propaggine occidentale e vicino e medio orientale; senza sottacere l’importanza dei flussi di merci illecite e migratori generati anche dal continente americano, prevalentemente nella sua porzione mesoamericana.
Quest’insieme di traffici illegali sfrutta per la maggior parte le normali rotte commerciali potendo giovarsi e sfruttando l’architrave di qualsiasi forma di contrabbando, ossia la corruzione. Quanto mai nell’era contemporanea e post-globale qualsiasi commercio, legale e non, di un certo rilievo si svolge a livello inter e transnazionale interessando quindi la sovranità di diversi stati espressa dalle rispettive frontiere. E’ ovvio che le merci illegali, e i migranti clandestini, devono superare queste barriere; per ottenere questo risultato le organizzazioni criminali internazionali strutturano e quindi possono, ma soprattutto devono, sfruttare una rete orizzontale di organizzazioni minori, più o meno direttamente dipendenti da essa per agevolare il flusso illegale. Premesso questo, immaginiamo quanto articolata, debba  necessariamente essere una struttura criminale che trasferisce tonnellate di cocaina dai paesi produttori, per la gran parte quelli del Triangulo del Norte centro americano -Colombia, Bolivia e sempre più Peru- oppure un’organizzazione cinese che trasferisce migliaia di migranti in tutti i continenti. 
Comprendere la dimensione in cui oggi, senz’altro a differenza del passato, diciamo per convenzione post caduta del Muro di Berlino, opera la criminalità organizzata prelude a definire con maggiore approssimazione a quale scala di grandezza di economia illegale dobbiamo riferirci parlando di profitti criminali. Nel mio intervento, oltre a tracciare la rete e l'articolazione di questi traffici nell’area del Mare Nostrum, ho inteso soffermarmi su un aspetto per me fondamentale e quindi decisivo per la definizione di un quadro unico d’insieme del fenomeno criminale ossia la capacità delle organizzazioni criminali di crescere solo a patto di  essere capaci di una preventiva accumulazione primaria di capitale illecito da mettere a profitto accedendo ad una rete relazionale che ne determina la successiva evoluzione entrando a far parte del vero e proprio sistema mafioso che comprende tre attori: la criminalità, l’economica e la politica. Un breve inciso sull’accumulazione primaria di cui ha trattato e teorizzato Karl Marx; la storia delle mafie nostrane conferma anche sul versante criminale questa necessità capitalista di una fonte primaria di capitale da poter in seguito mettere a profitto per un’attività imprenditoriale quand’anche illecita. Le leggi criminali sono anche economiche, finalizzate al profitto in ragione di scelte su costi e benefici, domanda e offerta, cause ed effetti. Quest’accumulazione primaria da mettere a profitto delinea il salto di qualità operato da organizzazioni criminali di spessore che passano dalla semplice messa a guadagno di una rendita di posizione alla messa a profitto e quindi all’acquisizione di plusvalenze. Questo processo, in ogni caso, si sposa con la necessaria ricerca di rapporti con attori esterni all’associazione che assume -in una sua determinata componente- la veste d’impresa mafiosa; componenti strumentali alla realizzazione delle citate plusvalenze, i facilitatori ovvero i colletti bianchi, professioni nei settori della finanza ed economia, nonché una attori politici ed amministrativi, anch’essi strumentali alla realizzazione degli scopi dell’impresa mafiosa. Quest’insieme di attività relazionali cristallizza una rete relazionale che nel tempo permette alle mafie l’acquisizione della caratteristica impermeabilità all’eventuale reazione della società civile.
Questi concetti, sommariamente espressi in queste righe sono oggetto di un approfondito studio che stiamo conducendo sul tema allo scopo di superare le stantie letture e teorie in tema di lotta alle mafie che non hanno portato ad alcun risultato positivo visto il perdurare in Italia delle mafie storiche da almeno 150 anni e, in prospettiva internazionale, fornire un quadro generale di best practises fruibili in qualsiasi contesto socio-economico-politico e quindi storico si presentino le condizioni per lo sviluppo di una criminalità avanzata di tipo mafioso.

Antonio De Bonis