martedì 1 aprile 2014

Quale organizzazione criminale può pianificare e gestire l’importazione di 1.300 chili di cocaina?


Per chi segue gli sviluppi della criminalità internazionale la risposta è quasi ovvia, purtroppo forse anche scontata e quindi banale: la ‘ndrangheta. 
Nei primi giorni del settembre scorso, a bordo di un aereo della compagnia Air France, giunto nell'aeroporto parigino Charles de Gaulle proveniente da quello di Maiquetia a Caracas, capitale del Venezuela, le unità del servizio antidroga francese hanno sequestrato una trentina di valige contenenti la quantità record, per un unico sequestro, in Francia di 1.3 tonnellate di cocaina. 
Bene, dicevamo la ‘ndrangheta; in effetti, le autorità francesi a tal proposito hanno, insieme a tre cittadini britannici, fermato anche tre italiani, due napoletani e un calabrese, quest’ultimo sembrerebbe aver avuto la supervisione dell’operazione di sdoganamento della merce per conto della summenzionata associazione  criminale italiana. Ma fin qui tutto sembra essere abbastanza chiaro e rientrare in una cronaca ripetitiva di sequestri di droga fatta salva l’eccezionalità della quantità di droga contrabbandata.
Ciò che dal punto di vista di chi scrive assume una diversa importanza attiene alla gestione del carico in partenza. 
Mi spiego: conseguentemente al sequestro francese, e sicuramente nell’ambito di una cooperazione internazionale di polizia, sono state arrestate una ventina di persone a vario titolo impiegate presso lo scalo venezuelano compreso il responsabile del desk Air France. Ma non è ancora questo particolare ad attrarre l’attenzione; la circostanza molto più interessante è che tra questi vi fossero alcuni militari. E allora la domanda circa come sia possibile trasportare fino in aeroporto, far passare la dogana e imbarcare una trentina di valige cariche di cocaina assume un valore analitico. La risposta ci è stata data dalle stesse autorità venezuelane poiché queste hanno riferito che il carico non è passato dai normali controlli di dogana ma da un’area franca cui i militari hanno accesso. Gli stessi, grazie allo status particolare di cui godono nel paese, sarebbero entrati in aeroporto e raggiunta sotto bordo la stiva dell’aeromobile hanno proceduto, con l’ausilio del personale civile corrotto e connivente, alla sistemazione del carico.
Si badi sistemazione del carico tutt’altro che agevole poiché 1.300 chili da stipare nella stiva di un aeromobile devo essere sistemati con la massima cura. Ad ogni modo il coinvolgimento dei militari in aeroporto è chiaro ma ancora viene da chiedersi come questi avessero la disponibilità di un simile carico del valore di circa 200 milioni di euro. Molto difficile anche per una mente ingenua pensare che i militari incaricati del trasporto siano i reali proprietari dello stupefacente. Più probabile, viste le necessarie coperture per organizzare e gestire un simile affare che a essere coinvolti fossero anche personaggi di rango superiore. 
Questi erano i fatti del recente passato in seguito ho avuto modo di tornare in argomento per dare conto degli altri sviluppi sull’intero affaire grazie anche all’attività informativa svolta dalla stampa venezuelana e internazionale che del caso si è interessata molto e con approfondimenti puntuali e di valore –a differenza di quanto verificatosi in Italia-. In particolare è emerso in tutta la sua evidenza che l’aeroporto di Maiquetia di Caracas è gestito per quanto concerne la sicurezza dalla Guardia Nazionale venezuelana e che un qualunque passeggero in transito, arrivo o partenza è sottoposto a controlli rigidissimi che non lasciano scampo finanche ad un chilo di caffè da gustarsi, quale souvenir una volta tornati a casa. La Guardia Nazionale, con una forza di circa 100.000 effettivi, è l’organizzazione militare che in sostanza controlla la sicurezza nazionale in tutti i suoi aspetti; l’organo politico deve quindi necessariamente avere con quest’apparato militare un rapporto saldo ed equilibrato basato su reciproci interessi che necessariamente non possono divergere. 
E’ ovvio che la movimentazione di un tale carico di cocaina non è cosa facile e che questo non sarebbe mai stato imbarcato se non con la complicità diretta della manovalanza aeroportuale ma soprattutto organizzativa di gerarchie militari con responsabilità di alto livello; ricordiamo si tratta di una operazione da 200 milioni di euro.
Il sistema escogitato per far viaggiare i carichi si è rivelato tutto sommato semplice: in partenza erano trattenuti i bagagli dei passeggeri e sostituiti con altrettanti riempiti di cocaina che poi erano prelevati all’aeroporto parigino di destinazione dai referenti dell’organizzazione acquirente. Ovviamente, dal canto loro, i passeggeri, una volta atterrati e resisi conto che il proprio bagaglio non li aveva seguiti, presentavano reclamo. Ed è questa ripetuta circostanza che sembra aver messo in allarme le autorità francesi, anche se, in effetti, parrebbe più logico esserci alle spalle un’attività di polizia decisamente più articolata e che preveda anche la collaborazione tra diversi paesi europei.
Questa considerazione ci riporta a riflettere su chi fosse il destinatario del carico sequestrato. Anche in questo caso gli analisti di settore concordano nell’individuare la ‘ndrangheta quale acquirente del flusso di cocaina proveniente dal Venezuela, come per altro già accaduto in passato a conferma di un rapporto fiduciario già consolidato nel tempo. In effetti, quest’affermazione difficilmente può essere confutata dato il ruolo mondiale di brokeraggio acquisito dalla ‘ndrangheta. Tuttavia la circostanza che, come scoperto dalle forze italiane e francesi coinvolte nell’operazione di polizia, la città di destinazione finale del carico fosse Napoli potrebbe aprire ulteriori nuovi ed interessanti scenari circa i rapporti tra le organizzazioni mafiose italiane che vedrebbero la ‘ndrangheta quale referente unico nazionale per tutte le mafie ed organizzazioni criminali che volessero partecipare con una quota, quella che una volta era chiamata la stecca dai contrabbandieri di sigarette, ai grandi trasferimenti di cocaina dal Centro America.
Dal punto di vista analitico inoltre restano ancora da verificare e valutare le ripercussioni che la perdita del carico necessariamente comporterà sia in Venezuela per l’organizzazione del Cartel De Los Soles, che vede tra le proprie fila militari della Guardia nazionale, quanto, e soprattutto per il destinatario del carico. Chi pagherà e soprattutto in che modo ancora oggi non è chiaro; questo scrivevo nell’ottobre scorso.
Poi è accaduto che recentemente a Caracas siano stati arrestati tre alti ufficiali della Guardia Nazionale poiché ritenuti, essere colpevoli di aver favorito il tentativo di esportazione dei ventiquattro chili di cocaina, in partenza sempre dall’aeroporto di Caracas e sequestrati a Fiumicino alla “dama bianca” Federica Gagliardi, nota alle cronache per altre circostanze delle quali è inutile riferire. Le pagine del quotidiano venezuelano El Nacional svelano il sistema grazie al quale lo stupefacente avrebbe superato i controlli grazie al semplice passaggio del bagaglio dalle mani della Gagliardi a quelle di alcuni dipendenti dello scalo, anch’essi arrestati, che avrebbero provveduto all’occultamento dei ventiquattro chili di stupefacente. Tutto semplice e filmato. Continua il periodico venezuelano asserendo che si tratta della medesima organizzazione che aveva predisposto il contrabbando del carico sequestrato in Francia e di cui ho riferito, indicando El Chino quale contatto della Gagliardi per il traffico in questione con l’organizzazione madre. Vedremo cosa stabiliranno le indagini italiane in merito per valutare l’accuratezza delle notizie provenienti da parte venezuelana. A me interessa rilevare la stranezza del ripetersi di sequestri sulla medesima rotta anche se di proporzioni incomparabili. Tuttavia, è chiaro il ruolo assunto dal Venezuela nel sistema del narcotraffico internazionale anche a causa della travagliata e confusa situazione politica interna, e delle caratteristiche peculiari del paese su cui è inutile soffermarsi. Va invece rammentato a noi stessi che questo paese è stato la culla affaristico-mafiosa di una delle famiglie mafiose storiche sin dagli anni sessanta, quella dei Caruana Cuntrera, in affari con tutte le principali mafie internazionali che in loco ha costruito un impero del quale sicuramente molto è emerso ma senz’altro non tutto e ancor di più non relativamente al periodo attuale. Mi permetto di sottolineare, a favore anche degli inveterati lettori di gossip, che a mio parere la “dama bianca” ha pagato per qualcun altro che, diversamente da lei, non era sacrificabile, ma si sa, gli errori in questi ambienti si pagano e molto cari, spesso anche con la vita, chissà che il suo arresto non sia il saldo per la perdita della tonnellata di cocaina  a seguito del sequestro in Francia del settembre dello scorso anno; se così fosse caso sarebbe stata anche fortunata. Ad ogni modo questa storia non è ancora finita, sicuramente non è finita qui e non finirà così.
Antonio De Bonis