lunedì 17 marzo 2014

IL GRANDE INGANNO



Vengo sollecitato a commentare alcune dichiarazioni rese dallo scrittore italiano G. Saviano alla giornalista Carmen Aristegui in una intervista per la CNN, mio malgrado e con sincera riluttanza non mi sottraggo a quest’impegno.
 Non mi piace l’ipocrita e imperante politically correct dietro ii quale sono solite nascondersi le menti pavide e asservite e quindi dico sin da subito che trovo l’insieme delle affermazioni del bravo scrittore, prive di ragionata riflessione su un tema che, pure, dovrebbe essergli familiare.
Chi studia, indipendentemente dall’approccio culturale, i fenomeni criminali e mafiosi locali e internazionali conviene senz’altro su di un punto: una cosa è la criminalità, anche organizzata, altra cosa sono le mafie. In breve: le mafie sono il risultato, l’esito, di un processo relazionale tra molteplici attori tra i quali, senz’altro vanno inclusi, i criminali, i politici ed attori economici.
Quest’affermazione, apparentemente banale continua a essere non ignorata ma surrettiziamente messa in secondo piano rispetto al folclore del mito. Esempio: Salvatore Riina è stato per decenni definito il capo dei capi di Cosa nostra siciliana, eppure prima di lui c’erano stato Luciano Leggio ed ancor prima Michele Navarra ed ancor prima ... ok mi posso fermare, l’idea sono sicuro è arrivata. Il mito, questo è il fortunato strumento attraverso il quale da sempre si distrae l’opinione pubblica dal fulcro del problema che riguarda le mafie. Ora rimando ad altra sede anche solo i riferimenti alla genesi delle mafie storiche italiane ma si faccia, al momento atto di fiducia se affermo che mai sarebbero nate e avrebbero avuto tanta vitalità, ancora ai giorni nostri, se non avessero rappresentato uno strumento nelle mani di un coacervo d’interessi a cui ho fatto cenno: politici ed economici.
Parlare oggi in Messico di Quintero di Guzman, del più grande mafioso come l’uomo più ricco del mondo alludendo ancora al capo di tutti i capi dei capi tra i capi non rende per nulla giustizia alla ragione ma contribuisce ad alimentare la nebbia, quella nebbia nella quale i lupi attendono le proprie prede sicure del fatto loro.
Da lungo tempo le mafie messicane non trattano solo il traffico di stupefacenti, che senza dubbio da un trentennio è la maggiore voce di profitto. L’organizzazione criminale dei Cavalieri Templari da un paio d’anni circa ha avuto uno sviluppo impressionante riuscendo a controllare le attività nello stato di Michoacan, ad espandersi anche a quello di Guerrero, ma soprattutto a contrastare gli attacchi delle potenti organizzazioni rivali interessate al controllo delle vie di comunicazione dal sud verso il nord e, forse più che altro, del porto di Lázaro Cardenas. Questo porto da un paio d’anni è in pieno sviluppo commerciale tanto da rivaleggiare, stando al numero di container gestiti, con quello di Los Angeles. Si tratta della principale porta d’ingresso delle merci cinesi nel continente nonché di esportazione del ferro estratto nello stato verso la stessa Cina (commercio che sembrerebbe essere gestito proprio dai Cavalieri Templari). Ed ancora basti ricordare come il già potentissimo Cartello del Golfo sia nato anche grazie alle attività criminali del contrabbando dei vecchi mafiosi che controllavano la città di Matamoros ed il contrabbando, sin dai primi del ventesimo secolo. Per non parlare poi proprio dei Los Zetas, citati appunto da Saviano nella suddetta intervista, che gestiscono l'ormai fiorentissimo traffico di migranti dal Centro America verso gli States, disseminando il percorso de La Bestia di fosse comuni dove far sparire tutti coloro che non si sono sottomessi al loro dictat.
Le mafie in Messico rappresentano un dato storico che andrebbe conosciuto e studiato.
Il recente arresto di Joaquin "El Chapo" Guzman mi rammenta un film già visto molto da vicino, l’arresto nel febbraio del 1993 del capo indiscusso della mafia, Cosa Nostra Siciliana, Salvatore Riina.
L’ascesa del “Chapo” al vertice della Federazione di Sinaloa, come le cronache ci ricordano, è dovuta ad una scelta a tavolino presa anni addietro, dai boss dell’epoca, che condusse alla spartizione delle aree d’influenza nel Messico a favore delle maggiori organizzazioni criminali in relazione alla necessità di sostituire i cartelli colombiani di Medellin e Cali, distrutti dagli interventi congiunti delle forze colombiane e statunitensi, nella gestione del narcotraffico internazionale di cocaina. 
Guzman, El Chapo, beneficiò del ruolo di vertice della Federazione di Sinaloa di cui però non è mai stato il padrone; certo intorno a lui per varie ragioni si è creato il mito del Chapo. 
Da quel momento è nato il mito che aiuta a fare notizia, ma non certo a fare informazione. Salvatore Riina non era il capo dei capi ma era senz’altro un capo della Cosa Nostra Siciliana; a questi livelli considerati gli enormi interessi, economici e politici, in gioco è assurdo, semplicistico e senz’altro ingenuo pensare a un capo dei capi. Salvatore Riina è stato arrestato e la Cosa Nostra Siciliana ha subito avuto un ennesimo presunto “capo dei capi”; ridicolo esprimersi in questo modo e senz’altro favorevole alle stesse mafie che dietro quest’alone “mitologico” del capo dei capi, continuano a prosperare, nel nostro Paese sin dalla sua Unità.
El Chapo, se realmente è lui quello arrestato recentemente, in considerazione a una serie di rumors che stanno circolando in queste ora circa un presunto scambio di persona, probabilmente aveva fatto il suo tempo così come fu per Salvatore Riina. Queste organizzazioni criminali in ragione dei rapporti che stringono con il mondo della politica e dell’economia hanno un fisiologico bisogno di ricambio al vertice; è sempre successo ed è anche logico se ci riflettete. La figura del capo si logora con il tempo soprattutto in relazione al mutamento delle politiche dello stato in cui agisce. La politica ha la necessaria esigenza di tranquillizzare la pubblica opinione e gli investitori allo scopo di legittimare la propria autorità. I criminali, dal canto loro, sono consapevoli di dover mettere in conto la detenzione o la morte violenta e questo è un abito mentale che s’impara ad acquisire da subito in quel mondo.
Senz’altro in Messico è in corso un processo di rinnovamento che l’attuale amministrazione sembra, visti anche questi fatti di cronaca e cioè  l’arresto del Guzman e la fuga di Quintero, voler gestire in maniera assolutamente diversa rispetto al passato. Il Messico sta attraversando un periodo importante della sua storia, di quelli che segneranno non i prossimi anni, ma i prossimi decenni e questo processo coinvolge direttamente anche i vicini States intenti, dal canto loro, in un’ottica geopolitica a controllare il processo di rinnovamento messicano. Il futuro degli U.S.A. guarda, ancora una volta al suo sud più che verso Europa o Asia, tantomeno estrema. La popolazione ispanica oramai ha un peso politico interno che nei prossimi decenni è destinato ad aumentare ulteriormente. 
Evidentemente era arrivato il tempo del Chapo di farsi da parte; una semplice questione di opportunità. La Federazione di Sinaloa non ha un padrone ma ha tanti piccoli padroni; i rivali Los Zetas sono in rotta. Dal punto di vista criminologico, che è quello che più ci appartiene, appare chiaro che mentre i Los Zetas possono essere facilmente ridimensionati come sta accadendo con l’azione di contrasto di polizia anche secondo il modello americano che tende a colpire direttamente i vertici nella speranza che i livelli minori, privi di guida finiscano per perdere forza.
La Federazione di Sinaloa e' una organizzazione criminale nata nell'omonimo stato messicano fortemente radicata in altri stati della costa occidentale del paese che controlla il territorio nel quale opera attraverso il potere di intimidazione criminale che perviene dalla sua stessa violenza espressa attraverso la forza corruttrice dei governi locali, ma soprattutto facendo tutta una serie di attività sociali, agendo in alternativa allo stato federale centrale che è incapace, per diverse ragiono, di esercitare un controllo in queste regioni.
Tuttavia, senza nessuna ombra di dubbio, ci troviamo al cospetto di una organizzazione criminale che agisce seguendo il modello criminale mafioso, forte della capacità di generare resilienza che garantisce la sua vitalità e longevità criminale.
La resilienza, in poche parole e' la capacità di resistere sopravvivere e superare le ostilità degli agenti esterni che, nel caso della delinquenza, sono da individuarsi nel contrasto con lo Stato.
A differenza della Federazione di Sinaloa, l'organizzazione criminale dei Los Zetas ha una storia e una natura completamente differenti. Si tratta di un gruppo criminale che ha nella sua forza militare e nella ferocia delle sue azioni criminali il suo segno distintivo. Los Zetas furono chiamati i membri di una unità speciale delle Forze Aeree Militari regolari del Messico,  utilizzata nella repressione in Chiapas, che, una volta terminata la necessita per la quale era stata costituita, vendette i suoi servizi al Cartello criminale del  Golfo, che aveva l'egemonia del traffico di cocaina negli anni '90 nella Cordiglieraorientale del Messico.
La forza dei Los Zetas e' esclusivamente militare e il loro su potere di resilienza se  relaziona unicamente con la loro capacità  militare per far fronte agli avversari criminali e alle autorità  statali. La cronaca di questi anni in Messico ci ha consegnato 90.000 morti senza includere le persone scomparse e quelle della cui scomparsa nessuno si è informato. Oggi, in una realtà economica in crescita, come quella messicana, la cui amministrazione politica ha la necessità di presentare un paese attraente per i vari investitori stranieri che sono interessati  a rischiare i propri capitali nella zona, e' essenziale mostrare un paese quasi normale o perlomeno normalizzato. 
La azione di contrasto dello Stato messicano contro le due  organizzazioni criminali sta avendo effetto su entrambe, tuttavia, e qui  è' il punto centrale centro della nostra riflessione, con differenti risultati: più sensibili a questo contrasto i Los Zetas, e molto meno la Federazione di Sinaloa e questo perché, come sosteniamo, quest'ultima utilizza una struttura in accordo con il modello mafioso criminale che nel lungo periodo le permetterà la sopravvivenza con buona pace di coloro che ipocritamente continuano a parlare di sconfiggere la criminalità organizzata con modelli classici impiegati fino ad oggi che non hanno agito sulle società sottraendole all'influenza corruttrice della criminalità organizzata. 
Oggi, in Messico, il potere mafioso, che rammento ancora una volta ricorrendo ad una metafora è come un gorgo d’acqua in cui convergono con egual forza interessi criminali, politici ed economici, si sta adeguando ai cambiamenti epocali che sono sullo sfondo dell’attuale contingenza storica messicana allo scopo di organizzare gli affari per i prossimi anni. I singoli personaggi, anche di grande caratura criminale mediatica, sono solo pedine che in questo gioco sono tanto utili quanto sacrificabili. Per gente come “El Chapo” fa parte delle cose da mettere in conto, meglio passare alla storia come il “capo dei capi” ricco e rispettato, finché serve a qualcuno, che come un delinquente qualunque e quindi buon viso a cattivo gioco. Ora sotto a chi tocca.
In data 3 luglio 1875 inizia i lavori, la prima commissione d’inchiesta parlamentare, la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia. Tra i personaggi sentiti dalla Commissione uno dei primi, fu il Comandante generale militare della Sicilia Alessandro Avogadro di Casanova, Tenente Generale perché illustrasse il servizio che fino ad allora aveva svolto dall’esercito per la repressione del crime nell’Isola. Tante cose interessanti dirà l’Avogadro di Casanova ma qui una è più delle altre calzanti: “…in Sicilia  ad ogni questione di cose, la stampa sostituisce una questione di persone…” Non penso di dover aggiungere altro poiché chi ha gli strumenti per comprendere ha compreso e chi pur avendoli non lo vuole fare allora è in malafede. 
P.S. le mafie sono una cosa seria e per questo andrebbero trattate con rispetto.

Antonio de bonis