venerdì 7 marzo 2014

NOI FUMMO I GATTOPARDI, I LEONI, CHI CI SOSTITUIRA’ SARANNO GLI SCIACALLETTI, LE IENE



La grandiosità, la sublimazione e l’eccellenza della letteratura risiedono nella forza espressiva di pensieri semplici che prescindendo dal contesto si librano intatti nel futuro. La frase nel titolo di Tomasi di Lampedusa ha una sua compiutezza evocativa immarcescibile nel tempo. Vale quanto un trattato di storia delle mafie; è incredibile. 
In essa si marca con naturalezza la scissura temporale pre e post unitaria che ha segnato la nascita delle mafie italiane nell’alveo di qui cambiamenti storici. La vecchia classe aristocratica e feudale dominante, per ultimi sotto i Borboni, afferrò immediatamente il vento di cambiamento che inesorabilmente avrebbe cambiato lo scenario nazionale e ad esso offrì la propria vela non tentando di resistervi ma sfruttandone l’abbrivio. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi dirà Tancredi, il nipote allo zio, il Gattopardo, giustificando la sua scelta di sposare la causa unitaria. 
Tuttavia, la nobiltà ed i piemontesi non furono gli unici attori del periodo giacché proprio dalle loro debolezze, o meglio dalle loro nefandezze, nascerà una borghesia tirannica che fungerà da catalizzatore d’interessi illeciti di tutto un sottobosco criminale, politico e finanziario, nel cui alveo vedranno la luce le mafie. Non è mia intenzione in questa sede ripercorrere i pur avvincenti passaggi storici dell’intero periodo, ma mi limiterò a parlare del risultato di questo processo, ovvero la nascita della endemica corruzione che pervade la vita italiana sin dalla sua unità. 
Erano passati solamente alcuni anni che già il 20 dicembre 1892, Napoleone Colajanni, figura eclettica e figlio di quel tempo, garibaldino e quindi deputato, denuncia in Parlamento gli imbrogli colossali della Banca Romana, un tempo banca dello Stato Pontificio, ed uno dei sei istituti bancari autorizzati a battere moneta in vece dello Stato. Lo scandalo, il primo della Repubblica italiana, fungerà da archetipo a tutti quelli che negli anni a seguire, senza fantasia, si moltiplicheranno; funzionari corrotti, istituti bancari che falsano i bilanci costituendo fondi in nero, addirittura emettendo banconote false alterate nottetempo negli scantinati della banca, sic! per sponsorizzare i governi ed altre simili simpatiche iniziative: 1892. La corruzione era già endemica, conclamata ma soprattutto diffusa. Un solo altro esempio. Il primo delitto eccellente della mafia siciliana è senz’altro quello del Marchese Emanuele Notarbartolo; si tratta di un omicidio preventivo, commesso al fine di evitare che il galantuomo tornasse a capo del Banco di Sicilia ostacolando gli affari tra mafia e politica. Notarbartolo aveva già denunciato i favoritismi nei confronti dei più importanti e famosi imprenditori siciliani, i Florio, criticato aspramente per le protezioni concesse al deputato Raffaele Palizzolo, un  uomo politico che aveva legami molto stretti con la mafia di Villabate. Si svolsero tre processi in tre differenti città. Tutti sapevano che mandante dell’omicidio era il Palizzolo che, nonostante tutto e tutti, venne assolto. Anche a seguito di questi eventi il governo Giolitti sarà costretto alla dimissioni; una tangentopoli d’epoca umbertina.
Come ho premesso non voglio in questa sede ripercorrere i fatti, e sono decine come questi appena accennati che tuttavia, e mi si faccia credito, rappresentano figurativamente lo stato della corruzione sin da quegli anni in questo paese.
Ci sono voluti cento anni di vita, su per giù, affinché il legislatore italiano riconoscesse l’esistenza delle mafie in Italia e ne codificasse nel codice penale il reato con l’art 416/bis; soprassiedo, per questione di tempo, ma soprattutto per la grande pena, sulle motivazioni di tanto ritardo per giungere all’anno 2012 in cui il governo ed il parlamento italiano sono stati costretti, ne forzati ne indotti, ma costretti dall’Unione europea a dotarsi di un testo legislativo organico sulla corruzione.   
L’Italia ha ratificato a giugno 2013 la Convenzione Penale sulla corruzione voluta dal Consiglio d’Europa sin dall’anno 2009; nel 2012 il governo italiano ha finalmente varato una serie di riforme anticorruzione in risposta alla profonda inquietudine emersa dai sondaggi sulla percezione del fenomeno, la legge 190 del 6 novembre 2012. 
Tuttavia, come rilevato dalla Commissione europea, la nuova legge lascia irrisolta una serie di problemi non di poco conto:
non modifica la disciplina della prescrizione;
non modifica la normativa penale sul falso in bilancio
Non modifica la normativa sull’auto riciclaggio. 
Inoltre, prosegue la relazione della Commissione al Parlamento ed al Consiglio d’Europa, “…il nuovo testo frammenta inoltre le disposizioni di diritto penale sulla concussione e la corruzione, rischiando di dare adito ad ambiguità nella pratica e di limitare ulteriormente la discrezionalità dell’azione penale. La legge prevede reati più specifici e circostanziati partendo dal testo di un singolo reato definito in termini più generali (per esempio la concussione e il nuovo reato di induzione indebita a dare o promettere utilità)…”.
Il Consiglio ha quindi raccomandato all’Italia di rivedere la normativa della prescrizione con la raccomandazione 2013/C217/11 del Consiglio, del 9 luglio 2013.
Insomma, sembra si sia giocato alle tre carte; carta vince carta perde.
La corruzione, scrivono Hinna e Marcantoni, nell’omonimo libro uscito nella collana Le Saggine per Donzelli nel 2013, è una “tassa iniqua” che costa, per difetto 1500 euro a cittadino italiano aggiungendo la loro formula per definire la corruzione C=M+D+A+B+CE+CL+SG. La vostra?
Un fatto è certo: la corruzione non è ancora percepita come un problema prioritario relegandolo, surrettiziamente, ad un fatto di mero malcostume nazionale. No, è molto di più, è un problema morale di etica civile, di percezione dell’essere membro di una comunità ma soprattutto di democrazia che viene inficiata dall’alterazione di regole basilari per lo sviluppo fondato su processi meritocratici e non clientelari.
Cambiare tutti affinché nulla cambi!

 Antonio De Bonis