venerdì 28 marzo 2014

LA NUOVA VESTE DEL QUOTIDIANO LA REPUBBLICA ED IL VECCHIO STILE MAFIOSO



Stamattina, non lo nego, mi sono fatto attrarre dalla pagina bianca d’apertura del quotidiano La Repubblica che prometteva un inizio. Bella e degna di plauso senz’altro la scelta editoriale di separare la notizia in sé dall’approfondimento. La scelta oramai, a mio parere, improcrastinabile di lasciare al web l’onere di aggiornarci sui fatti in quanto tali, delegando l’approfondimento alla carta stampata mi trova pienamente d’accordo.
Tuttavia, oltre che in questo cambiamento speravo anche, proprio in relazione all’annunciato desiderio del direttore di approfondimento tematico dei fatti di maggiore interesse, in un’evoluzione nell’approccio ad uno dei temi più vecchi e, nonostante tutto, ancora attuali in Italia: la lotta alle mafie. Con sincero disappunto, anche a proposito delle firme, mi sono imbattuto in un’intera pagina del quotidiano, per la precisione la 35, dedicata al nuovo volto del mafioso trapanese Matteo Messina Denaro. Una paginata di roba solo per parlare di voci sul conto della “primula rossa”. Inciso: veramente non se ne può più di queste locuzioni per descrivere tutti i criminali che non si riesce ad assicurare alle maglie della Giustizia, uno sforzo creativo si può anche sperare dal quotidiano più letto in Italia. Ma la questione capitale è che l’intera pagina è dedicata ad una ricostruzione trita e ritrita che, sostituendo il cognome di Messina Denaro con quello di Leggio, di Riina, di Provenzano, di Aglieri, e via via primuleggiando, è sempre uguale a se stessa. E gli approfondimenti che sono stati annunciati dove sono? Voglio essere ancora più chiaro e diretto e me ne dolgo, ripeto; questo genere di articoli confezionano una verità precostituita che serve ad orientare l’opinione del lettore in un determinato senso. Nel particolare, proprio non capisco come si possa ridurre a Matteo Messina Denaro la volontà e l’esecuzione degli attentati del 1993 a Milano, Firenze e Roma. In questo modo devo ritenere, ed è questo forse il messaggio che si vuole far passare, che una volta catturato il Messina Denaro potremo considerare chiuso quel periodo? No, mi dispiace, lo sforzo va fatto, l’approfondimento, oltre che annunciato va prodotto, altrimenti delle due una: o si è sodali o si è incapaci. Non è concepibile un’intera pagina per dire che la rivista Forbes considera Messina Denaro uno tra i criminali più ricchi del mondo e che la sua incolumità negli anni sarebbe garantita dall’archivio di Salvatore Riina. Su da bravi fate uno sforzo, provate un approfondimento dei fatti e la notizia del nuovo identikit lasciatela al web.
Antonio De Bonis

mercoledì 26 marzo 2014

Da una passione a un libro. Per diffondere e combattere la cultura mafiosa

Antonio De Bonis è, per così dire, un “figlio d’arte”. Nato e cresciuto insieme a chi ha fatto la storia dell’antimafia, si è formato secondo le proprie inclinazioni e passioni e ora dedica interamente le proprie energie a studiare e analizzare i fenomeni criminali e la criminalità organizzata.

Da quanto tempo lavora nel settore?
Mio padre, per un caso fortuito, scampò alla strage di Ciaculli. Trasferitosi a Roma iniziò a lavorare per la prima Commissione Parlamentare Antimafia che all’epoca aveva sede in quella meraviglia che è Sant’Ivo alla Sapienza. Io in quel cortile sono cresciuto insieme a quei personaggi che dell’antimafia hanno fatto la storia.

Come è arrivato a occuparsi di mafia?
Nel 1991 sono stato chiamato, proveniente dai reparti del Generale Dalla Chiesa, a far parte del ROS di Roma, vivendo la stagione tragica delle stragi mafiose.

La lotta alla criminalità organizzata degli ultimi anni è riuscita anche solo a scalfire i poteri mafiosi in Italia?
No, nel modo più assoluto. Ed è proprio questa consapevolezza che mi ha portato alla mia attuale attività di ricerca e studio analitico di questi fenomeni. La domanda di fondo è finanche banale: in virtù di quali meccanismi i fenomeni mafiosi mondiali persistono nei secoli? La risposta è altrettanto banale: le mafie sono funzionali a qualsiasi sistema di potere, sia esso democratico sia teocratico che totalitario.

È possibile estirpare la mentalità mafiosa da quelle regioni (in Italia come all’estero) che storicamente ne sono pervase?
Certo, a condizione che si comprenda che una cosa è il modello mafioso, in quanto fenomeno meramente criminale, altro è – e questo è il cuore del problema – il sistema mafioso. Il modello mafioso è generato da fenomeni esclusivamente criminali e in quanto tali agevolmente contrastabili; il sistema mafioso no, poiché è il risultato della continua convergenza di interessi illeciti delle mafie, di attori economici, finanziari e politici. Una volta compresa questa differenza è facile capire che il danno maggiore alla società è portato dal sistema mafioso che si perpetua autorigenerandosi. Basterebbe spezzare il legame che vincola i tre attori del sistema mafioso, riconducendo le mafie a mero fenomeno criminale e gli altri attori a componenti essenziali dello sviluppo sociale. Spezzare questo legame vuol dire alzare i costi, rispetto ai benefici, del coinvolgimento dell’economia, della finanza e della politica nel relazionarsi con la criminalità di tipo mafioso. Il terreno fertile nel quale si sviluppano questi rapporti è stato senz’altro quello della corruzione che oggi purtroppo a causa del contingente periodo di crisi si è tramutato in un fenomeno ancor più preoccupante che vede l’imprenditore economico e il politico ricercare i favori delle mafie, invertendo quello che era un consolidato rapporto di forze per lo meno fino a Tangentopoli.

È vero che, come disse Bufalino, «la mafia sarà sconfitta da un esercito di maestre»?
Sì, solo un grande siciliano, testimone vivente della essenza dei fenomeni culturali che in Sicilia in particolare, ma in forme diverse anche in Campania e in Calabria hanno visto svilupparsi il modello mafioso, poteva sintetizzare con tale efficacia la soluzione al male. Insegnare la legalità è l’arma più efficace contro qualsiasi sistema mafioso e in questo mi trovo perfettamente in linea con lo spirito dell’Associazione Libera di don Ciotti. Tanto ne sono consapevole che è in fase avanzata un mio progetto in questo senso che a breve coinvolgerà alcuni licei romani.

La criminalità organizzata internazionale può essere sconfitta?
No, poiché questa è da sempre un fenomeno alimentato dagli interessi dei singoli stati. Basti pensare al traffico di armi o di sostanze stupefacenti che ancora oggi rappresentano una non trascurabile voce che comunque anche se non ufficialmente incide sul prodotto interno lordo di molti stati, in pratica di quelli che se lo possono permettere. E mi rifaccio a due degli esempi riportati nel saggio ovvero l’area Mesoamericana e il Kosovo.

Ha già altre pubblicazioni sull’argomento al suo attivo?
Sì, un libro sulla narcoguerra in Messico e un saggio che sarà a breve pubblicato dalla Rivista Italiana di Criminologia, nel quale analizzo e sostengo la necessità di un adeguamento degli strumenti normativi, in particolare dell’art. 416 bis c.p. e del Concorso Esterno in Associazione Mafiosa.

Ha un altro libro nel cassetto?
Più d’uno tra saggi, corsi universitari e libri. In particolare una lettura storiografica dei fenomeni mafiosi italiani e di come questi contrariamente a quanto si pensi e si continui a ripetere da una parte degli addetti ai lavori, siano il prodotto e non la causa del sistema mafioso. Il progetto è ambizioso poiché contrasta la vulgata che riproduce continuamente il mito delle mafie. Questo progetto si avvarrà di uno studio comparato con le realtà internazionali al fine di rilevare o verificare la riproducibilità del sistema mafioso in quei territori che potenzialmente o già di fatto esprimono caratteristiche simili a quelle emerse in Italia sin dal periodo unitario.

Quante sono state pubblicate tramite il selfpublishing?
Questa è la prima pubblicazione.

Cosa pensa dell’editoria digitale? Ritiene che l’ebook costituisca una nuova opportunità per chi vuole scrivere un libro?
Tutto il bene possibile in relazione alla semplicità e direi democraticità del mezzo.

Scrivere un libro può diventare secondo lei un’attività alla portata di tutti?
Scrivere è una delle peculiarità del genere umano che, non a caso, ha consentito uno sviluppo esponenziale del Progresso, quindi tanto più e tanti più scrivono, tanto maggiori saranno le occasioni di conoscenza e confronto.

Molti talenti e tanti ottimi libri di qualsiasi genere vengono scoperti grazie al self-publishing. Può descrivere la sua esperienza?
Il processo dal basso, assolutamente in linea con i tempi che viviamo, può senz’altro innescare un processo virtuoso che nel mio caso è partito da una prima recensione positiva, della quale sono grato, di un talent scout. In altre parole invito chiunque abbia qualcosa da dire a farlo, anzi a scriverlo.
Biografia
Nasce a Palermo nel 1963, ma da sempre vive a Roma, dove è cresciuto e ha compiuto tutti i suoi studi fino alla laurea in Mediazione Linguistica e Culturale. Dopo la laurea, seguendo le sue inclinazioni ma soprattutto le sue passioni, ha frequentato un master in Criminologia e uno in Intelligence, Sicurezza e Aree di Crisi. È in servizio nell'Arma dei Carabinieri dal 1981 ma, per motivi di riservatezza e sicurezza si omettono il profilo biografico e l'attuale incarico.Come criminologo si occupa di studiare ed analizzare i fenomeni criminali e la criminalità nazionale, internazionale e transnazionale, svolgendo l’attività di ricercatore e studioso delle diverse forme, realtà, potenzialità e minacce che la criminalità organizzata presenta e rappresenterà nel futuro.
Intervista de il mio libro Feltrinelli gruppo l'Espresso in occasione dell'uscita dell'ebook "Mafie, Potere e Geopolitica"

domenica 23 marzo 2014

Cosa è la mafia oggi - Recensione a Mafie, Potere e Geopolitica

Nella "Settimana della legalità", che vede percorsi e iniziative in ricordo delle vittime della mafia, il libro di Antonio De Bonis, esperto in criminologia e criminalità organizzata nazionale, internazionale e transnazionale, è particolarmente illuminante sulle origini, le potenzialità, l'evoluzione effettiva dei poteri delle più note organizzazioni criminali italiane ed internazionali.

In Mafie, potere e geopolitica, troviamo un'ampia panoramica su nascita, evoluzione e consolidamento del crimine organizzato. De Bonis ci racconta come le Triadi, la Yakuza, la Mafia Turca, Cosa Nostra, Camorra e 'Ndrangheta (ma non solo loro) sfruttando i nuovi flussi migratori e commerciali prodotti dalla globalizzazione, hanno conquistato nel tempo un loro spazio di potere a livello mondiale.

Un potere che hanno acquisito sempre con lo stesso tipo di merce: droga, esseri umani, denaro, e con essi lo sfruttamento di sesso e manodopera. Il potere economico, da tempo prevalente su quello politico, ha creato oggi un terreno fertile per il crimine organizzato, che ora è un nuovo attore geopolitico talmente influente da essere persino sfruttato dalle governances internazionali per raggiungere i propri obiettivi, annullando qualsivoglia distinguo di tipo morale. Casi come quello del Kosovo, dimostrano che nonostante l'impegno dei governi, spesso più propagandato che concreto, nessuna di queste associazioni di tipo mafioso, storicamente attive sul pianeta è ancora stata annichilita, ma ha piuttosto consolidato ed esteso il proprio ambito di potere.
Un libro per comprendere le logiche del potere criminale e le sue potenzialità, ad opera di un autore che studia e analizza il fenomeno con un approccio sovranazionale diverso dal consueto.
Di: Redazione de I libri di ilmiolibro.it, Feltrinelli, gruppo l'Espresso.

venerdì 21 marzo 2014

Gli ignavi e le mafie

Il 3 dicembre 1874 il Consiglio dei Ministri, presieduto da Marco Minghetti, deliberò  la presentazione alla Camera di uno schema di legge per vari provvedimenti eccezionali di pubblica sicurezza atti a combattere il malandrinaggio; in data 3 luglio 1875 inizio' la propria attività la “Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia”, composta da nove membri: tre deputati, tre senatori e tre di nomina regia. La prima Commissione antimafia ante litteram.
Alessandro Avogadro Di Casanova La Commissione, fra l’altro, audì il Comandante Generale militare della Sicilia, Alessandro Avogadro di Casanova, affinché  illustrasse il servizio che fino ad allora aveva svolto dall’esercito per la repressione del malandrinaggio. Tra le molteplici cose interessanti, il generale, militare, ma uomo di cultura, dichiarò: “…in Sicilia a ogni questione di cose la stampa sostituisce un questione di persone...”.
Qualche giorno fa alcuni quotidiani hanno riportato chi più, chi molto meno, la notizia riguardante la richiesta, da parte dei familiari, della riapertura delle indagini relative all’omicidio del Procuratore Capo di Torino Bruno Caccia, avvenuto il 26 giugno 1983. La richiesta, fondata su una serie corposa di indicazioni e dati oggettivi, finalizzata all’avvio di una nuova fase investigativa, è ora pendente presso la Procura di Milano. In sostanza viene ipotizzato che il movente alla base dell’omicidio Caccia non sia, come afferma la versione ufficiale consegnata alla storia, da individuare nell’odio verso il magistrato nutrito dallo ‘ndranghetista Domenico Belfiore, ma piuttosto dalle indagini che il Procuratore Caccia stava svolgendo su attività di riciclaggio nei casinò piemontesi ad opera di Cosa Nostra siciliana con l’aiuto di colletti bianchi, banchieri e spioni. La notizia non ha suscitato alcuna reazione ne tanto meno discussione.
Al contrario da un paio di settimane circa la carta stampata e quella virtuale si occupano con pruriginoso interesse dei fatti della Dama Bianca.  
E questo e' il motivo per cui il mio incipit riporta l’episodio del Generale Avogadro di Casanova davanti alla Commissione parlamentare del 1875; i siciliani avevano, senz’altro loro malgrado, inventato una moderna tecnica di disinformazione, decisamente sofisticata, che tanto successo ha avuto nella storia non solo del Regno ma anche, e soprattutto repubblicana e  che ancora oggi ha epigoni in tutto il mondo.
L’episodio della Dama Bianca è di facile lettura dal punto di vista criminologico; qualcuno è disposto a perdere cinquantamila euro per colpire qualche nemico sfruttando la signorina che avvezza ad altri ambienti piuttosto che quelli delle patrie galere, senz’altro sarà prodiga di particolari con i magistrati che la interrogheranno. Per me la notizia e la storia finiscono qui, ma la pubblica opinione la pensa evidentemente in modo differente vista l’attenzione a questa storia dedica.
Ed il fatto che dopo trent’anni forse potremo capire perché e quali centri d’interesse mafioso erano stati messi in pericolo dal lavoro di un magistrato al punto di valere la propria stessa vita che interesse suscita?
Sento già obiettare: ma in fondo è una storia andata, chiusa, lontana, e poi a cosa serve capire a distanza di tanto tempo, oramai tutto è cambiato.
Ecco proprio questa è l’ignavia su cui le mafie, attenzione non la mafia che in se stessa non esiste come entità, fanno affidamento per perpetuare le proprie attività illecite. Non è affatto vero che tutto è cambiato, il tempo è passato, gli uomini, i personaggi, nel senso pirandelliano, sono cambiati ma la storia è sempre la stessa ed allora capire i fatti non è mai solo un esercizio da storici, ma soprattutto un dovere a beneficio di chi verrà.  

Antonio De Bonis

lunedì 17 marzo 2014

IL GRANDE INGANNO



Vengo sollecitato a commentare alcune dichiarazioni rese dallo scrittore italiano G. Saviano alla giornalista Carmen Aristegui in una intervista per la CNN, mio malgrado e con sincera riluttanza non mi sottraggo a quest’impegno.
 Non mi piace l’ipocrita e imperante politically correct dietro ii quale sono solite nascondersi le menti pavide e asservite e quindi dico sin da subito che trovo l’insieme delle affermazioni del bravo scrittore, prive di ragionata riflessione su un tema che, pure, dovrebbe essergli familiare.
Chi studia, indipendentemente dall’approccio culturale, i fenomeni criminali e mafiosi locali e internazionali conviene senz’altro su di un punto: una cosa è la criminalità, anche organizzata, altra cosa sono le mafie. In breve: le mafie sono il risultato, l’esito, di un processo relazionale tra molteplici attori tra i quali, senz’altro vanno inclusi, i criminali, i politici ed attori economici.
Quest’affermazione, apparentemente banale continua a essere non ignorata ma surrettiziamente messa in secondo piano rispetto al folclore del mito. Esempio: Salvatore Riina è stato per decenni definito il capo dei capi di Cosa nostra siciliana, eppure prima di lui c’erano stato Luciano Leggio ed ancor prima Michele Navarra ed ancor prima ... ok mi posso fermare, l’idea sono sicuro è arrivata. Il mito, questo è il fortunato strumento attraverso il quale da sempre si distrae l’opinione pubblica dal fulcro del problema che riguarda le mafie. Ora rimando ad altra sede anche solo i riferimenti alla genesi delle mafie storiche italiane ma si faccia, al momento atto di fiducia se affermo che mai sarebbero nate e avrebbero avuto tanta vitalità, ancora ai giorni nostri, se non avessero rappresentato uno strumento nelle mani di un coacervo d’interessi a cui ho fatto cenno: politici ed economici.
Parlare oggi in Messico di Quintero di Guzman, del più grande mafioso come l’uomo più ricco del mondo alludendo ancora al capo di tutti i capi dei capi tra i capi non rende per nulla giustizia alla ragione ma contribuisce ad alimentare la nebbia, quella nebbia nella quale i lupi attendono le proprie prede sicure del fatto loro.
Da lungo tempo le mafie messicane non trattano solo il traffico di stupefacenti, che senza dubbio da un trentennio è la maggiore voce di profitto. L’organizzazione criminale dei Cavalieri Templari da un paio d’anni circa ha avuto uno sviluppo impressionante riuscendo a controllare le attività nello stato di Michoacan, ad espandersi anche a quello di Guerrero, ma soprattutto a contrastare gli attacchi delle potenti organizzazioni rivali interessate al controllo delle vie di comunicazione dal sud verso il nord e, forse più che altro, del porto di Lázaro Cardenas. Questo porto da un paio d’anni è in pieno sviluppo commerciale tanto da rivaleggiare, stando al numero di container gestiti, con quello di Los Angeles. Si tratta della principale porta d’ingresso delle merci cinesi nel continente nonché di esportazione del ferro estratto nello stato verso la stessa Cina (commercio che sembrerebbe essere gestito proprio dai Cavalieri Templari). Ed ancora basti ricordare come il già potentissimo Cartello del Golfo sia nato anche grazie alle attività criminali del contrabbando dei vecchi mafiosi che controllavano la città di Matamoros ed il contrabbando, sin dai primi del ventesimo secolo. Per non parlare poi proprio dei Los Zetas, citati appunto da Saviano nella suddetta intervista, che gestiscono l'ormai fiorentissimo traffico di migranti dal Centro America verso gli States, disseminando il percorso de La Bestia di fosse comuni dove far sparire tutti coloro che non si sono sottomessi al loro dictat.
Le mafie in Messico rappresentano un dato storico che andrebbe conosciuto e studiato.
Il recente arresto di Joaquin "El Chapo" Guzman mi rammenta un film già visto molto da vicino, l’arresto nel febbraio del 1993 del capo indiscusso della mafia, Cosa Nostra Siciliana, Salvatore Riina.
L’ascesa del “Chapo” al vertice della Federazione di Sinaloa, come le cronache ci ricordano, è dovuta ad una scelta a tavolino presa anni addietro, dai boss dell’epoca, che condusse alla spartizione delle aree d’influenza nel Messico a favore delle maggiori organizzazioni criminali in relazione alla necessità di sostituire i cartelli colombiani di Medellin e Cali, distrutti dagli interventi congiunti delle forze colombiane e statunitensi, nella gestione del narcotraffico internazionale di cocaina. 
Guzman, El Chapo, beneficiò del ruolo di vertice della Federazione di Sinaloa di cui però non è mai stato il padrone; certo intorno a lui per varie ragioni si è creato il mito del Chapo. 
Da quel momento è nato il mito che aiuta a fare notizia, ma non certo a fare informazione. Salvatore Riina non era il capo dei capi ma era senz’altro un capo della Cosa Nostra Siciliana; a questi livelli considerati gli enormi interessi, economici e politici, in gioco è assurdo, semplicistico e senz’altro ingenuo pensare a un capo dei capi. Salvatore Riina è stato arrestato e la Cosa Nostra Siciliana ha subito avuto un ennesimo presunto “capo dei capi”; ridicolo esprimersi in questo modo e senz’altro favorevole alle stesse mafie che dietro quest’alone “mitologico” del capo dei capi, continuano a prosperare, nel nostro Paese sin dalla sua Unità.
El Chapo, se realmente è lui quello arrestato recentemente, in considerazione a una serie di rumors che stanno circolando in queste ora circa un presunto scambio di persona, probabilmente aveva fatto il suo tempo così come fu per Salvatore Riina. Queste organizzazioni criminali in ragione dei rapporti che stringono con il mondo della politica e dell’economia hanno un fisiologico bisogno di ricambio al vertice; è sempre successo ed è anche logico se ci riflettete. La figura del capo si logora con il tempo soprattutto in relazione al mutamento delle politiche dello stato in cui agisce. La politica ha la necessaria esigenza di tranquillizzare la pubblica opinione e gli investitori allo scopo di legittimare la propria autorità. I criminali, dal canto loro, sono consapevoli di dover mettere in conto la detenzione o la morte violenta e questo è un abito mentale che s’impara ad acquisire da subito in quel mondo.
Senz’altro in Messico è in corso un processo di rinnovamento che l’attuale amministrazione sembra, visti anche questi fatti di cronaca e cioè  l’arresto del Guzman e la fuga di Quintero, voler gestire in maniera assolutamente diversa rispetto al passato. Il Messico sta attraversando un periodo importante della sua storia, di quelli che segneranno non i prossimi anni, ma i prossimi decenni e questo processo coinvolge direttamente anche i vicini States intenti, dal canto loro, in un’ottica geopolitica a controllare il processo di rinnovamento messicano. Il futuro degli U.S.A. guarda, ancora una volta al suo sud più che verso Europa o Asia, tantomeno estrema. La popolazione ispanica oramai ha un peso politico interno che nei prossimi decenni è destinato ad aumentare ulteriormente. 
Evidentemente era arrivato il tempo del Chapo di farsi da parte; una semplice questione di opportunità. La Federazione di Sinaloa non ha un padrone ma ha tanti piccoli padroni; i rivali Los Zetas sono in rotta. Dal punto di vista criminologico, che è quello che più ci appartiene, appare chiaro che mentre i Los Zetas possono essere facilmente ridimensionati come sta accadendo con l’azione di contrasto di polizia anche secondo il modello americano che tende a colpire direttamente i vertici nella speranza che i livelli minori, privi di guida finiscano per perdere forza.
La Federazione di Sinaloa e' una organizzazione criminale nata nell'omonimo stato messicano fortemente radicata in altri stati della costa occidentale del paese che controlla il territorio nel quale opera attraverso il potere di intimidazione criminale che perviene dalla sua stessa violenza espressa attraverso la forza corruttrice dei governi locali, ma soprattutto facendo tutta una serie di attività sociali, agendo in alternativa allo stato federale centrale che è incapace, per diverse ragiono, di esercitare un controllo in queste regioni.
Tuttavia, senza nessuna ombra di dubbio, ci troviamo al cospetto di una organizzazione criminale che agisce seguendo il modello criminale mafioso, forte della capacità di generare resilienza che garantisce la sua vitalità e longevità criminale.
La resilienza, in poche parole e' la capacità di resistere sopravvivere e superare le ostilità degli agenti esterni che, nel caso della delinquenza, sono da individuarsi nel contrasto con lo Stato.
A differenza della Federazione di Sinaloa, l'organizzazione criminale dei Los Zetas ha una storia e una natura completamente differenti. Si tratta di un gruppo criminale che ha nella sua forza militare e nella ferocia delle sue azioni criminali il suo segno distintivo. Los Zetas furono chiamati i membri di una unità speciale delle Forze Aeree Militari regolari del Messico,  utilizzata nella repressione in Chiapas, che, una volta terminata la necessita per la quale era stata costituita, vendette i suoi servizi al Cartello criminale del  Golfo, che aveva l'egemonia del traffico di cocaina negli anni '90 nella Cordiglieraorientale del Messico.
La forza dei Los Zetas e' esclusivamente militare e il loro su potere di resilienza se  relaziona unicamente con la loro capacità  militare per far fronte agli avversari criminali e alle autorità  statali. La cronaca di questi anni in Messico ci ha consegnato 90.000 morti senza includere le persone scomparse e quelle della cui scomparsa nessuno si è informato. Oggi, in una realtà economica in crescita, come quella messicana, la cui amministrazione politica ha la necessità di presentare un paese attraente per i vari investitori stranieri che sono interessati  a rischiare i propri capitali nella zona, e' essenziale mostrare un paese quasi normale o perlomeno normalizzato. 
La azione di contrasto dello Stato messicano contro le due  organizzazioni criminali sta avendo effetto su entrambe, tuttavia, e qui  è' il punto centrale centro della nostra riflessione, con differenti risultati: più sensibili a questo contrasto i Los Zetas, e molto meno la Federazione di Sinaloa e questo perché, come sosteniamo, quest'ultima utilizza una struttura in accordo con il modello mafioso criminale che nel lungo periodo le permetterà la sopravvivenza con buona pace di coloro che ipocritamente continuano a parlare di sconfiggere la criminalità organizzata con modelli classici impiegati fino ad oggi che non hanno agito sulle società sottraendole all'influenza corruttrice della criminalità organizzata. 
Oggi, in Messico, il potere mafioso, che rammento ancora una volta ricorrendo ad una metafora è come un gorgo d’acqua in cui convergono con egual forza interessi criminali, politici ed economici, si sta adeguando ai cambiamenti epocali che sono sullo sfondo dell’attuale contingenza storica messicana allo scopo di organizzare gli affari per i prossimi anni. I singoli personaggi, anche di grande caratura criminale mediatica, sono solo pedine che in questo gioco sono tanto utili quanto sacrificabili. Per gente come “El Chapo” fa parte delle cose da mettere in conto, meglio passare alla storia come il “capo dei capi” ricco e rispettato, finché serve a qualcuno, che come un delinquente qualunque e quindi buon viso a cattivo gioco. Ora sotto a chi tocca.
In data 3 luglio 1875 inizia i lavori, la prima commissione d’inchiesta parlamentare, la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia. Tra i personaggi sentiti dalla Commissione uno dei primi, fu il Comandante generale militare della Sicilia Alessandro Avogadro di Casanova, Tenente Generale perché illustrasse il servizio che fino ad allora aveva svolto dall’esercito per la repressione del crime nell’Isola. Tante cose interessanti dirà l’Avogadro di Casanova ma qui una è più delle altre calzanti: “…in Sicilia  ad ogni questione di cose, la stampa sostituisce una questione di persone…” Non penso di dover aggiungere altro poiché chi ha gli strumenti per comprendere ha compreso e chi pur avendoli non lo vuole fare allora è in malafede. 
P.S. le mafie sono una cosa seria e per questo andrebbero trattate con rispetto.

Antonio de bonis

martedì 11 marzo 2014

LA CORRUZIONE ED IL GIOCO DELLE TRE CARTE


Ancora un magistrato, per carità va benissimo, persona degnissima Raffaele Cantone magistrato anti-camorra. Il fatto è che queste nomine francamente mi sembrano prevalentemente di facciata, fatte per fare bella figura difronte all’opinione pubblica e  per scaricare le colpe di eventuali fallimenti.
Se non altro oggi, e forse per un paio di giorni, si parlerà della corruzione anzi dell’Autorità nazionale AntiCorruzione e per la valutazione e la trasparenza delle amministrazioni pubbliche. 
Un nome che è senz’altro tutto un programma.
Un preambolo mi è d’obbligo: l’Italia ha aderito, firmandone il documento programmatico il 27 gennaio 1999, alla convenzione penale sulla corruzione del Consiglio d’Europa, ratificandola solamente a giugno 2013. Nel frattempo nell’anno 2012 il Governo italiano ha varato una serie di riforme anticorruzione, in risposta alla profonda inquietudine emersa dai sondaggi sulla percezione del fenomeno,  la nuova legge 190 del 6 novembre 2012.
A distanza di meno di un anno è intervenuta la Commissione europea stroncando la legge e le sue disposizioni, fatto salvo il cambiamento formale di approccio alla questione da repressivo a preventivo. Non solo, la Commissione europea, nel suo rapporto non si limita ad evidenziare i punti criticabili della legge ma ci fa anche la cortesia d’indicarci la strada per la soluzione. Premesso il fatto che inizia ad essere veramente deprimente il dover subire queste continue lezioni, la Commissione evidenzia come, fatta legge, siano stati inseriti anche gli inganni. Il gioco delle tre carte, appunto. Ma c’è ancora di peggio, ma si prendiamoci a pesci in faccia da noi stessi: il primo rapporto sull’attuazione della legge  190/2012, redatto dalla stessa A.N.A.C. è forse ancora più desolante e racconta di ritardi, svogliatezza politica e riottosità delle varie dirigenze nella pubblica amministrazione, ma anche di sotterfugi per evitare l’assunzione di responsabilità.
Ecco, io direi che al dott. Raffaele Cantone oltre agli auguri di rito va sin d’ora assicurata la solidarietà collettiva. 

Antonio De Bonis

venerdì 7 marzo 2014

NOI FUMMO I GATTOPARDI, I LEONI, CHI CI SOSTITUIRA’ SARANNO GLI SCIACALLETTI, LE IENE



La grandiosità, la sublimazione e l’eccellenza della letteratura risiedono nella forza espressiva di pensieri semplici che prescindendo dal contesto si librano intatti nel futuro. La frase nel titolo di Tomasi di Lampedusa ha una sua compiutezza evocativa immarcescibile nel tempo. Vale quanto un trattato di storia delle mafie; è incredibile. 
In essa si marca con naturalezza la scissura temporale pre e post unitaria che ha segnato la nascita delle mafie italiane nell’alveo di qui cambiamenti storici. La vecchia classe aristocratica e feudale dominante, per ultimi sotto i Borboni, afferrò immediatamente il vento di cambiamento che inesorabilmente avrebbe cambiato lo scenario nazionale e ad esso offrì la propria vela non tentando di resistervi ma sfruttandone l’abbrivio. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi dirà Tancredi, il nipote allo zio, il Gattopardo, giustificando la sua scelta di sposare la causa unitaria. 
Tuttavia, la nobiltà ed i piemontesi non furono gli unici attori del periodo giacché proprio dalle loro debolezze, o meglio dalle loro nefandezze, nascerà una borghesia tirannica che fungerà da catalizzatore d’interessi illeciti di tutto un sottobosco criminale, politico e finanziario, nel cui alveo vedranno la luce le mafie. Non è mia intenzione in questa sede ripercorrere i pur avvincenti passaggi storici dell’intero periodo, ma mi limiterò a parlare del risultato di questo processo, ovvero la nascita della endemica corruzione che pervade la vita italiana sin dalla sua unità. 
Erano passati solamente alcuni anni che già il 20 dicembre 1892, Napoleone Colajanni, figura eclettica e figlio di quel tempo, garibaldino e quindi deputato, denuncia in Parlamento gli imbrogli colossali della Banca Romana, un tempo banca dello Stato Pontificio, ed uno dei sei istituti bancari autorizzati a battere moneta in vece dello Stato. Lo scandalo, il primo della Repubblica italiana, fungerà da archetipo a tutti quelli che negli anni a seguire, senza fantasia, si moltiplicheranno; funzionari corrotti, istituti bancari che falsano i bilanci costituendo fondi in nero, addirittura emettendo banconote false alterate nottetempo negli scantinati della banca, sic! per sponsorizzare i governi ed altre simili simpatiche iniziative: 1892. La corruzione era già endemica, conclamata ma soprattutto diffusa. Un solo altro esempio. Il primo delitto eccellente della mafia siciliana è senz’altro quello del Marchese Emanuele Notarbartolo; si tratta di un omicidio preventivo, commesso al fine di evitare che il galantuomo tornasse a capo del Banco di Sicilia ostacolando gli affari tra mafia e politica. Notarbartolo aveva già denunciato i favoritismi nei confronti dei più importanti e famosi imprenditori siciliani, i Florio, criticato aspramente per le protezioni concesse al deputato Raffaele Palizzolo, un  uomo politico che aveva legami molto stretti con la mafia di Villabate. Si svolsero tre processi in tre differenti città. Tutti sapevano che mandante dell’omicidio era il Palizzolo che, nonostante tutto e tutti, venne assolto. Anche a seguito di questi eventi il governo Giolitti sarà costretto alla dimissioni; una tangentopoli d’epoca umbertina.
Come ho premesso non voglio in questa sede ripercorrere i fatti, e sono decine come questi appena accennati che tuttavia, e mi si faccia credito, rappresentano figurativamente lo stato della corruzione sin da quegli anni in questo paese.
Ci sono voluti cento anni di vita, su per giù, affinché il legislatore italiano riconoscesse l’esistenza delle mafie in Italia e ne codificasse nel codice penale il reato con l’art 416/bis; soprassiedo, per questione di tempo, ma soprattutto per la grande pena, sulle motivazioni di tanto ritardo per giungere all’anno 2012 in cui il governo ed il parlamento italiano sono stati costretti, ne forzati ne indotti, ma costretti dall’Unione europea a dotarsi di un testo legislativo organico sulla corruzione.   
L’Italia ha ratificato a giugno 2013 la Convenzione Penale sulla corruzione voluta dal Consiglio d’Europa sin dall’anno 2009; nel 2012 il governo italiano ha finalmente varato una serie di riforme anticorruzione in risposta alla profonda inquietudine emersa dai sondaggi sulla percezione del fenomeno, la legge 190 del 6 novembre 2012. 
Tuttavia, come rilevato dalla Commissione europea, la nuova legge lascia irrisolta una serie di problemi non di poco conto:
non modifica la disciplina della prescrizione;
non modifica la normativa penale sul falso in bilancio
Non modifica la normativa sull’auto riciclaggio. 
Inoltre, prosegue la relazione della Commissione al Parlamento ed al Consiglio d’Europa, “…il nuovo testo frammenta inoltre le disposizioni di diritto penale sulla concussione e la corruzione, rischiando di dare adito ad ambiguità nella pratica e di limitare ulteriormente la discrezionalità dell’azione penale. La legge prevede reati più specifici e circostanziati partendo dal testo di un singolo reato definito in termini più generali (per esempio la concussione e il nuovo reato di induzione indebita a dare o promettere utilità)…”.
Il Consiglio ha quindi raccomandato all’Italia di rivedere la normativa della prescrizione con la raccomandazione 2013/C217/11 del Consiglio, del 9 luglio 2013.
Insomma, sembra si sia giocato alle tre carte; carta vince carta perde.
La corruzione, scrivono Hinna e Marcantoni, nell’omonimo libro uscito nella collana Le Saggine per Donzelli nel 2013, è una “tassa iniqua” che costa, per difetto 1500 euro a cittadino italiano aggiungendo la loro formula per definire la corruzione C=M+D+A+B+CE+CL+SG. La vostra?
Un fatto è certo: la corruzione non è ancora percepita come un problema prioritario relegandolo, surrettiziamente, ad un fatto di mero malcostume nazionale. No, è molto di più, è un problema morale di etica civile, di percezione dell’essere membro di una comunità ma soprattutto di democrazia che viene inficiata dall’alterazione di regole basilari per lo sviluppo fondato su processi meritocratici e non clientelari.
Cambiare tutti affinché nulla cambi!

 Antonio De Bonis 

sabato 1 marzo 2014

EL CHAPO CAPITULATION


The recent arrest of Joaquin "El Chapo" Guzman reminds me of a scene  already seen very closely by me, the arrest in February of 1993, of the undisputed leader of the Mafia, Sicilian Cosa Nostra, Salvatore Riina.
For those who are not particularly well informed about the developments and history of the war between the criminal cartels in Mexico to control not only of the drugs' traffics, cocaine, but not only, it is good to remember that this war has left, to date, nearly 90,000 people killed (cipher to defect because do not count the missing persons and those whose was not even reporter the disappearance).
As I have already had occasion to point out, on this pages, the rise of El  Chapo at the top of the Sinaloa Federation is due to a choice made years ago, by the bosses at the time, that led to the division of spheres of influence in Mexico in favor of the biggest criminal organizations in relation to the upcoming need to replace the Colombian cartels of Medellin and Cali,
destroyed by the joint actions of Colombian and U.S. forces.
Guzman, El Chapo, benefited of the control of the Sinaloa Federation but he was never its master, some around him for various reasons has created the myth of El Chapo.
This is, in fact, returning ti tue incipit of this piece, a common feature of all the gangs and criminal organizations all of which the media are interested in.
Create the myth helps to make headlines but certainly not making information. Salvatore Riina was not the boss of bosses but it was certainly a head of the Sicilian Cosa Nostra; at  these levels, given the enormous interests economic and political, is absurd, simplistic and naive certainly think -  il capo dei capi - the boss of the bosses. Salvatore Riina was arrested and the Sicilian Cosa Nostra had suffered yet another alleged "boss of bosses"; ridiculous to speak in this way, and certainly in favor of the same mafia that behind this "mythological" boss of bosses, continue to thrive in our country since its units.
El Chapo, if really he is the one recently arrested, given a series of rumors that have been circulating about an alleged case of mistaken identity, had probably had its day as it was for Salvatore Riina. 

These criminal organizations, because of the relationships that bind with the politics and economics world, have a physiological need  changes at the top; it has always happened and it is also logical. The shape of the head wears out over time, especially in relation to the change of policy of the state in which it acts.  The governmental policies places the need to reassure public opinion and investors in order to legitimize their authority. Criminals, on the other hand, know they need to consider the imprisonment or violent death, and this is a habit of mind that you will learn to acquire immediately in that world.
Guzman was arrested, the official said, while he was alone in a hotel-sea view-with his wife. The most wanted man in Mexico by state and rivals? Large liver or extreme recklessness. In my point of view, such a subject, as in the case of any prime minister for exemple, can not afford this kind of privacy if not surrounded by an adeguate army to protect his person and the interests of he is guarantor.

We'll see: it will be interesting, for exemple, to note whether or not Joaquin Guzman will be extradited to the United States and what kind of reaction to his capture will be in the criminal world and in civil society. So far all considered and relating to the given the circumstances it seems more logical to infer that it was a surrender.
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