lunedì 17 febbraio 2014

Rituali, Mafie e Religione



Oggi, surfando la rete e in particolare i social network che mi mantengono informato sui fatti del mondo ed in contatto con amici e colleghi, mi sono imbattuto in un tweet di una signora che si diceva entusiasta ed eccitata poiché finalmente era stata ammessa al rango di dama di Malta e quindi avrebbe partecipato, da protagonista alla prevista cerimonia solenne d’investitura. 
Ora, la signora in questione si occupa di iniziative benefiche, è una libera professionista che oramai della vita conosce molto e dalla stessa ha avuto tanto. Proprio queste considerazioni mi hanno spinto a riflettere sul perché di tanto eccitamento per un simile evento. Senza dubbio si tratta di un riconoscimento formale, di entrare a far parte di una congrega di filantropi che dedicano parte del proprio tempo ed energie per una buona causa, ma la domanda che mi ha attanagliato riguarda la motivazione, il perché fosse così forte nella signora l'emozione e la gratificazione che la realizzazione di questo suo desiderio causava.
Ed allora questa domanda mi ha spinto, in un rapido susseguirsi di logiche concatenazioni relative al mondo dell’associazionismo, alla ricerca delle motivazioni profonde che generano e sostengono le relazioni tra riti, associazioni criminali e religiosità.
La risposta è senz’altro articolata ma tutto sommato di semplice formulazione afferendo la primordiale paura dell’uomo, connaturata al suo essere in contrapposizione o armonia con il mondo circostante, ed il suo relativo bisogno di rassicurazione, che hanno effetti significativi sul formarsi delle mafie. Ed è stato interessante, ancora, scoprire le modalità con cui questa inconscia e naturale paura, mediata dai rituali, operi ed abbia finito per essere uno degli elementi determinanti per il successo e la longevità della criminalità organizzata di tipo mafioso rappresentandone la chiave di volta esistenziale a smentita di quanti, soprattutto negli anni recenti relegano i rituali a fenomeni meramente di folclore. 
Nello spiegare le relazioni tra i riti, le associazioni criminali e la religiosità, dobbiamo immediatamente porre la nostra attenzione sulla profonda differenza esistente tra la religione e la religiosità; siamo in presenza di due dimensioni a se stanti che riverberano in modo assai diverso nei rapporti con l’associazionismo criminale. Partiamo dalla religione; in quest’ambito siamo in presenza e trattiamo di una sfera personale che attiene al singolo e alla coscienza di ciascun individuo criminale o meno. Sentire parlare un mafioso o uno ‘ndranghetista che si professa credente rispetto a una religione ben individuata in quella cristiano-cattolica non deve per nulla stupirci, anzi al contrario deve porci in un’ottica assolutamente neutra rispetto ad un tema delicato poiché afferente alla sfera intima e personale di ogni individuo. Si può essere criminali, assassini e religiosi. Dunque affermiamo, qui siamo in un ambito personale che afferisce alla sfera del singolo  in quanto tale e non già in quanto componente di un’associazione, di un clan, di una collettività, all'interiorità e che quindi differisce da caso a caso.
A noi, invece, interessa la religione giacché fenomeno religioso collettivo aggregante, e perché tale lo affronteremo partendo dalle constatazioni di studiosi dei fenomeni religiosi, esaminando la storia delle religioni attraverso la sociologia e l’etnologia,  più che dal punto di vista strettamente teologico che non riverbera sugli effetti collettivi e pratici di nostro interesse. Ci interessano quindi i fenomeni religiosi siccome collettivi e umani. Emile Durkeim elabora una definizione della religione basata sul sacro perché sistema compatto di credenze e di pratiche concernenti le cose sacre, riservate esclusivamente a chi è iniziato attraverso  credenze e pratiche ad un mondo che riunisce in una stessa comunità morale, chiamata ecclesia, tutti coloro che vi aderiscono. La religione, quindi, ha per fine l'amministrazione del sacro non potendosi definire essa stessa sacra. Sacro è quello che il clan, attraverso un transfer di potere, individua essere trascendente rispetto alla realtà che si manifesta attraverso un’opera di mediazione in un totem che, a sua volta, rappresenta il simbolo che si offre quale mediatore tra il sacro ed il profano, tra due mondi differenti, trascendente e sensibile. L’uomo, quando non ha i mezzi per comprendere fenomeni a lui estranei, ricorre in ragione di una connaturata e fisiologica necessità, al trascendente cui imputa l’inspiegabile, generando in questo il sacro comune, non a caso a tutte le società umane. Al sacro è affidato l’inspiegabile che, tuttavia, deve necessariamente materializzarsi in un transfert nel totem di modo che la comunità possa entrare in contatto con ciò che è non comprende. Questo transfert può avvenire attraverso persone, sciamani, divinatori e stregoni oppure  anche solamente per mezzo di simboli materiali da idolatrare; simboli che rappresentano, appunto il totem primordiale.  Il totem è il sacro che deve necessariamente mostrarsi, e quindi mutare nella sua essenza, divenendo egli stesso profano per essere apprezzato e vissuto dall’individuo nella sua sfera trascendente “…il Verbo si fece carne” (Gv 1,14). Questa mediazione si rende comprensibile nella quotidianità attraverso simboli, riti e miti che creano coesione tra i membri della comunità.
Ed è proprio questa esigenza di coesione di un collante forte, profondo, che spinge fin dall'inizio i mafiosi, gli 'ndranghetisti e i camorristi a far uso del sentimento di religiosità insito nelle genti del sud Italia.
Anche la violenza per essere legittimata ha bisogno di una sua sacralità che ne deve giustificare l’impiego; è una costante nella storia dell’uomo, si giustificano come necessarie guerre come le crociate, guerre per esportare la democrazia, guerre per la sopravvivenza, guerre in nome di un ideale e di un’ideologia. I criminali dell’Ottocento sono immersi, essendone l’espressione, nel popolino e nelle sue sofferenze e credenze ed è quindi ovvio che il sacro a cui si ricorre per giustificare la propria violenza deve necessariamente fare riferimento ad un bene superiore qual’è il riscatto di una condizione miserrima con cui tutto si può giustificare. Ci si fa strada nel mondo criminale in virtù delle proprie capacità personali di virile sopravvivenza e prevaricazione in un mondo in cui sempre attuale è il motto latino mors tua vita mea; si acquisisce il rispetto vigliacco proprio del debole e su di esso si fa forza per affermare la propria diversità e supremazia. Si è pronti, ora, per l’ulteriore passo verso un mondo criminale superiore in tanto in quanto riservato a pochi, ai più meritevoli, ad un’élite. Si stratifica nel tempo una tradizione, basata sulla sacralità della violenza che può, essa solamente, giustificare il comportamento e le azioni criminali e, nel frattempo creare un bacino di consenso inesauribile.
Il sud è terra contadina e il contadino è legato al fato ed alle fatalità della natura quindi può essere al contempo profondamente e sentitamente credente come agnostico e animista. Questo coacervo di credenze deditamente impiegato ha fornito uno strumento unico alle organizzazioni criminali che hanno saputo stratificare, in due secoli, un’etnografia criminale che, anche se oggi appare fuori dal tempo, di certo continua ad avere presa sui componenti e suoi pretendenti all’ingresso nelle mafie.

Antonio De Bonis