venerdì 28 febbraio 2014

Perché El Chapo si è arreso?



Il recente arresto di Joaquin "El Chapo" Guzman mi rammenta un film già visto molto da vicino, l’arresto nel febbraio del 1993 del capo indiscusso della mafia, Cosa Nostra Siciliana, Salvatore Riina.
Per chi non è particolarmente informato circa gli sviluppi e la storia della guerra tra i cartelli criminali in Messico per il controllo non solo dei traffici di sostanze stupefacenti, certo cocaina ma non solo, è bene ricordare che questa guerra ha lasciato, a oggi, circa 90.000 morti ammazzati (cifra per difetto in ragione della circostanza che non si contano le persone scomparse e quelle di cui non è stata neanche denunciata la sparizione).
Come ho già avuto modo di far rilevare, l’ascesa del Chapo al vertice della Federazione di Sinaloa è dovuta ad una scelta a tavolino presa anni addietro, dai boss dell’epoca, che condusse alla spartizione delle aree d’influenza nel Messico a favore delle maggiori organizzazioni criminali in relazione alla necessità di sostituire i cartelli colombiani di Medellin e Cali, distrutti dagli interventi congiunti delle forze colombiane e statunitensi, nella gestione del narcotraffico internazionale di cocaina. 
Guzman, El Chapo, beneficiò del controllo della Federazione di Sinaloa di cui è stato al vertice, ma di cui non è mai stato il padrone; certo intorno a lui per varie ragioni si è creato il mito del Chapo. Questa è, appunto, tornando all’incipit di questo pezzo, una caratteristica che accomuna tutte le mafie e tutte le organizzazioni criminali di cui i media s’interessano. Creare il mito aiuta a fare notizia ma non certo a fare informazione. Salvatore Riina non era il capo dei capi ma era senz’altro un capo della Cosa Nostra Siciliana; a questi livelli considerati gli enormi interessi, economici e politici in gioco è assurdo, semplicistico e senz’altro ingenuo pensare a un capo dei capi. Salvatore Riina è stato arrestato e la Cosa Nostra Siciliana ha subito avuto un ennesimo presunto “capo dei capi”; ridicolo esprimersi in questo modo e senz’altro favorevole alle stesse mafie che dietro quest’alone “mitologico” del capo dei capi, continuano a prosperare, nel nostro Paese sin dalla sua Unità.
El Chapo, se realmente è lui quello arrestato recentemente, in considerazione a una serie di rumors che stanno circolando in queste ora circa un presunto scambio di persona, probabilmente aveva fatto il suo tempo così come fu per Salvatore Riina. Queste organizzazioni criminali in ragione dei rapporti che stringono con il mondo della politica e dell’economia hanno un fisiologico bisogno di ricambio al vertice; è sempre successo ed è anche logico. La figura del capo si logora con il tempo soprattutto in relazione al mutamento delle politiche dello stato in cui agisce. La politica ha la necessaria esigenza di tranquillizzare la pubblica opinione e gli investitori allo scopo di legittimare la propria autorità. I criminali, dal canto loro, sono consapevoli di dover mettere in conto la detenzione o la morte violenta e questo è un abito mentale che s’impara ad acquisire da subito in quel mondo.
Il Guzman è stato arrestato, racconta la versione ufficiale, mentre si trovava da solo in un albergo -vista mare- con moglie. L’uomo più ricercato in Messico dallo stato e dai rivali? Grande fegato o estrema incoscienza. Secondo il mio avviso, un personaggio del genere, come un primo ministro, non può permettersi questo tipo di privacy, se non circondato da un piccolo esercito a tutela sua personale ma soprattutto degli interessi di cui è garante con la propria organizzazione.
Vedremo: sarà interessante costatare se Joaquin Guzman sarà estradato o meno verso gli Stati Uniti e quale sarà la reazione alla sua cattura nel mondo criminale e nella società civile.

Saranno le evidenze logiche a indirizzarci nella giusta direzione; allo stato delle cose sembra più logico pensare che sia stata una resa concordata.

mercoledì 26 febbraio 2014

La Corruzione e l'Italia del Sistema Mafioso

Il mio professore di antropologia culturale all’università, Gualtiero Harrison, trattando dello spirito dell’uomo, assegnava alla sua capacità di confronto il valore aggiunto che ne ha determinato la sua evoluzione. Il confronto come paritetica possibilità di scambio intellettuale; dove c’è una relazione dialogica tra individui c’è necessariamente crescita. Questa relazione deve essere paritaria, ossia le idee devono essere espresse ed agire in un ambiente di pari opportunità per innescare il processo virtuoso che determinerà gioco forza un passo in avanti sul sentiero della conoscenza.
Io, da parte mia ci ho sempre creduto e ne sono ancora convinto; ne sono tanto convinto che non comprendo, proprio non comprendo, come l’attuale situazione critica del nostro paese in particolare non venga letta ed affrontata partendo prioritariamente dal ristabilimento di regole in cui sia il confronto paritario ad informare qualsiasi rapporto  di natura sociale ed economico. Laddove non c’è un giusto scambio culturale non può esserci sviluppo e quindi crescita: è semplicemente fisiologico. Attenzione a non pensare che per culturale debbano intendersi filosofiche questioni di natura trascendentale; qui si tratta di idee, di buone pratiche, di libera, ma soprattutto di giusta, concorrenza. Ora che ci penso, in effetti parlando di concorrenza è luogo comune dire libera, difficilmente si aggiunge giusta: sarà un caso.
L’affastellarsi di ragionamenti di natura economica e finanziaria degli ultimi anni non ha mai dato spazio ad un’attenta e sincera riflessione sul male preponderante di questa società: la corruzione. Sto affrontando questo tema nella preparazione del mio prossimo libro sul modello mafioso al fine di dimostrare l’evidenza empirica di come la società italiana viva nella più diffusa corruzione sin dalla sua unità politica ed amministrativa allorché nascevano, si nel Mezzogiorno, le mafie che, con il tempo, non solo hanno “conquistato” un terzo del territorio nazionale, ma soprattutto hanno diffuso la politica della corruzione quale strumento di relazione economica privilegiato. Attenzione perché questo è decisivo per la comprensione della nostra storia passata, recente, ma sopratutto del nostro presente: le mafie si compongono sempre di tre entità, quella criminale, quella politica e quella finanziaria. Si tratta sempre, e senz’altro, come dimostrerò nel mio scritto, sin dall’Unità d’Italia del convergere d’interessi specifici di attori, inseriti nei gangli del potere, che del connubio con le mafie hanno fatto un proprio asset al quale non sono disposti a rinunciare e per il quale sono disposti anche ad entrare in conflitto con lo Stato generando una lotta intestina dalle tinte sempre -grigie-.  
Questo sistema si basa ed ha un solo collante: la corruzione. E quindi mi meraviglia, anzi mi allibisce che non ci sia una primaria attenzione al tema finanche dopo quanto recentemente dichiarato in sede europea dalla Commissione Europea a tal proposito. Piccolo inciso, veramente inizia a diventare penoso essere continuamente ripresi dalla -mamma- Europa che dopo i compiti a casa in economia ora deve anche darci lezioni di morale; proprio a chi, fino a prova del contrario, la civiltà l’ha esportata, ma oggi tant’è!
Dicevo, la corruzione,  la Commissione Europea in data 3 febbraio corrente anno, ha pubblicato un rapportino di 16 cartelle sulla situazione in Italia alla lotta alla corruzione. 
Io come d’abitudine, prima di parlarne, l’ho persino letto, e non è stato piacevole affatto. In sostanza ci si dice siete moralmente pessimi in quanto consentite al dilagante fenomeno della corruzione di prosperare ad ogni livello partendo dai vertici politici ai quali assicurate l’impunità. La legge 190 del 2012 che avrebbe dovuto, tra l’altro, recepire una chiara indicazione sempre europea, attenzione concordata anche con noi, sull’inasprimento della lotta alla corruzione, in sostanza è una specie di gioco delle tre carte: confondere le idee per cambiare il meno possibile, ma proprio il meno, meno, meno. Patetica, la relazione europea, seppur nelle forme garbata, è una chiara e motivata bocciatura a questa emblematica iniziativa legislativa parlamentare.
Vi risparmio volentieri i dettagli di cui ognuno sarebbe bene prendesse visione per comprendere quanto da scolaretti gli italiani vengano trattati, o meglio, riescano a dare modo di essere trattati: altro che sorrisini Merkel- Sarkozy.
La corruzione, che non è solamente mafiosa ne tantomeno investe solo la pubblica amministrazione, ma anche pesantemente il settore privato, genera un circolo vizioso che depaupera  la linfa vitale di questo Paese destinandolo a divenire colonia di chiunque abbia un qualche capitale speculativo. Gli esempi neanche li citerò per mero amor di Patria. 
Il sistema mafioso ha sclerotizzato questo Paese come avrò modo di raccontare; nel frattempo consiglio la lettura oltre che del rapporto della Commissione europea in argomento anche dello studio del 2010 a cura del “Center for the study of Democracy" che considera il caso italiano scolastico per definire il rapporto esistente tra mafie e corruzione delle alte sfere.
Buona lettura.

Antonio De Bonis

lunedì 24 febbraio 2014

Mafie, Potere e Geopolitica


Mafie, Potere e Geopolitica

di Antonio De Bonis
Saggistica 
La recensione di Alessandro Coricello


Il saggio di Antonio De Bonis non ha nulla da invidiare al celebre "Gomorra" di Roberto Saviano. Il racconto, che si snoda attraverso una serrata analisi tra le forme criminali di tutto il Globo, parte da una analisi semplice e coerente: "La criminalità è un fattore umano che nasce con l'uomo e si evolve con lui attraverso i secoli e le usanze tipiche di quel popolo". Se si analizza la criminalità Calabrese o quella nigeriana ci si rende conto, in effetti, che non sono fortemente dissimili da quella cinase piuttosto che quella giapponese e in ciò l'autore dimostra di essere un abile narratore. Il criterio di fondo è sempre lo stesso: sfruttamento del sesso, della manodopera, lo sfruttamento dei flussi migratori o del territorio inteso come ricchezza disponibile. Sono molto i riferimenti storici che supportano costantemente l'assunto iniziale, dal Brigataggio a personaggi come Lucky Luciano o a romanzi come il Gattoparardo per citarne solo alcuni. Rilevante è anche l'aspetto giuridico del saggio che l'autore affronta con netta preparazione ed elasticità mentale, attraverso una lodevole capacità/elasticità di passaggio da un argomento all'altro. Unica critica che mi sento di fare è la eccessiva concentrazione di concetti e tematiche in poche pagine (relativamente!) che in un lettore poco edotto della materia, ma voglioso di conoscerne gli aspetti più salienti, rischierebbe di trasferire un eccesso di nozioni difficilmente digeribili. Complimenti ancora e in bocca al lupo!!!


http://ilmiolibro.kataweb.it/reader_dettaglio_recensione.asp?id_recensione=8088&tipoOrd=listarecensioni


Arrestato “El Chapo”" Guzman Loera il “Padrino” della federazione di Sinaloa, cartello di narcotrafficanti, ma non solo

Anche lui, alla fine, ha dovuto cedere il passo, la sua leadership è arrivata al capolinea; ma questo in fin dei conti non è neanche poi così automatico, vista la situazione delle carceri in Messico e considerato che in passato, sebbene ospite delle patrie galere, era riuscito, con i soliti metodi mafiosi, ad uscirne ovviamente dopo un soggiorno allietato da feste e festini di varia natura.
Trecento uomini armati pronti a difenderlo faranno scrivere fiumi d’inchiostro sulle circostanze della cattura e l’intera attenzione si concentrerà su questo genere di aspetti a scapito, com’è prassi consolidata oltre che in Messico anche dalle nostre parti, di riflessioni approfondite sul quadro generale.
El Chapo, come figura di leadership della Federazione criminale di Sinaloa, nasce a seguito della fine di un triumvirato criminale composto da Felix Gallardo, Neto Fonseca e Caro Quintero, che aveva diretto il narcotraffico messicano, con buona pace delle autorità governative fortemente corrotte. Il triunvirato aveva fatto il suo tempo e andava preparata una nuova strategia per il futuro che si annunciava decisamente favorevole per i narcos messicani pronti a soppiantare nel ruolo di leader internazionali di cocaina i cartelli di Medellin e Cali, smantellati dagli sforzi americani ed internazionali. Del triumvirato viene salvato, e lasciato in libertà solamente “Il Padrino” Felix Gallardo, giusto per il tempo necessario, prima di essere tolto di mezzo -morto ammazzato-, di risistemare le maggiori plazas del narcotraffico affidando proprio a El Chapo lo Stato di Sinaloa fondamentale per gli equilibri criminali dell’intera Mesoamerica.
Ora, fino ad oggi El Chapo era, in pratica, la figura più nota e rappresentativa dell’intera galassia criminale messicana e, in quanto, leader della Federazione di Sinaloa, considerato inafferrabile.
Ma come la storia criminale insegna a chi ha una certa memoria dei fatti, non si pensi di aver sconfitto l’organizzazione criminale. Le mafie, ed i cartelli Messicani sono organizzazioni di tipo mafioso ed hanno da un lato fisiologicamente bisogno di ricambi e dall’altro di sottostare a dinamiche ad esse stesse superiori ma di cui sono parte integrante. 
Un’ulteriore considerazione va senz’altro portata all’attenzione del lettore: non è affatto vero che Guzman fosse il capo della Federazione di Sinaloa che, come evidente anche dalla stessa denominazione, è composta da una molteplicità di attori criminali, se non del medesimo carisma, senz’altro dello stesso livello; ma si sa mediaticamente è giocoforza creare il mito. C’è sempre bisogno di avere un nemico da additare quale responsabile di tutto ed anche El Chapo ha subito questa sorte.
Oggi il Messico è difronte ad una incredibile opportunità di sviluppo e crescita che lo vede senz’altro un potenziale attore di primissimo piano in tutta l’America del Sud ed egemone, potenzialmente, in quella Centrale. L’attuale presidente Pena Nieto con il suo piano di rinascita, ha l’obbiettivo di presentare il Messico agli investitori stranieri sotto una luce diversa dallo stato che negli ultimi anni ha registrato, a causa della narco-guerra interna, ufficialmente 90.000 morti. 
La caduta del Chapo, il piccoletto, è senz’altro un bel -regalo- a questa nuova  era del Messico.
Il re è caduto, viva il Re

Antonio De Bonis

lunedì 17 febbraio 2014

Rituali, Mafie e Religione



Oggi, surfando la rete e in particolare i social network che mi mantengono informato sui fatti del mondo ed in contatto con amici e colleghi, mi sono imbattuto in un tweet di una signora che si diceva entusiasta ed eccitata poiché finalmente era stata ammessa al rango di dama di Malta e quindi avrebbe partecipato, da protagonista alla prevista cerimonia solenne d’investitura. 
Ora, la signora in questione si occupa di iniziative benefiche, è una libera professionista che oramai della vita conosce molto e dalla stessa ha avuto tanto. Proprio queste considerazioni mi hanno spinto a riflettere sul perché di tanto eccitamento per un simile evento. Senza dubbio si tratta di un riconoscimento formale, di entrare a far parte di una congrega di filantropi che dedicano parte del proprio tempo ed energie per una buona causa, ma la domanda che mi ha attanagliato riguarda la motivazione, il perché fosse così forte nella signora l'emozione e la gratificazione che la realizzazione di questo suo desiderio causava.
Ed allora questa domanda mi ha spinto, in un rapido susseguirsi di logiche concatenazioni relative al mondo dell’associazionismo, alla ricerca delle motivazioni profonde che generano e sostengono le relazioni tra riti, associazioni criminali e religiosità.
La risposta è senz’altro articolata ma tutto sommato di semplice formulazione afferendo la primordiale paura dell’uomo, connaturata al suo essere in contrapposizione o armonia con il mondo circostante, ed il suo relativo bisogno di rassicurazione, che hanno effetti significativi sul formarsi delle mafie. Ed è stato interessante, ancora, scoprire le modalità con cui questa inconscia e naturale paura, mediata dai rituali, operi ed abbia finito per essere uno degli elementi determinanti per il successo e la longevità della criminalità organizzata di tipo mafioso rappresentandone la chiave di volta esistenziale a smentita di quanti, soprattutto negli anni recenti relegano i rituali a fenomeni meramente di folclore. 
Nello spiegare le relazioni tra i riti, le associazioni criminali e la religiosità, dobbiamo immediatamente porre la nostra attenzione sulla profonda differenza esistente tra la religione e la religiosità; siamo in presenza di due dimensioni a se stanti che riverberano in modo assai diverso nei rapporti con l’associazionismo criminale. Partiamo dalla religione; in quest’ambito siamo in presenza e trattiamo di una sfera personale che attiene al singolo e alla coscienza di ciascun individuo criminale o meno. Sentire parlare un mafioso o uno ‘ndranghetista che si professa credente rispetto a una religione ben individuata in quella cristiano-cattolica non deve per nulla stupirci, anzi al contrario deve porci in un’ottica assolutamente neutra rispetto ad un tema delicato poiché afferente alla sfera intima e personale di ogni individuo. Si può essere criminali, assassini e religiosi. Dunque affermiamo, qui siamo in un ambito personale che afferisce alla sfera del singolo  in quanto tale e non già in quanto componente di un’associazione, di un clan, di una collettività, all'interiorità e che quindi differisce da caso a caso.
A noi, invece, interessa la religione giacché fenomeno religioso collettivo aggregante, e perché tale lo affronteremo partendo dalle constatazioni di studiosi dei fenomeni religiosi, esaminando la storia delle religioni attraverso la sociologia e l’etnologia,  più che dal punto di vista strettamente teologico che non riverbera sugli effetti collettivi e pratici di nostro interesse. Ci interessano quindi i fenomeni religiosi siccome collettivi e umani. Emile Durkeim elabora una definizione della religione basata sul sacro perché sistema compatto di credenze e di pratiche concernenti le cose sacre, riservate esclusivamente a chi è iniziato attraverso  credenze e pratiche ad un mondo che riunisce in una stessa comunità morale, chiamata ecclesia, tutti coloro che vi aderiscono. La religione, quindi, ha per fine l'amministrazione del sacro non potendosi definire essa stessa sacra. Sacro è quello che il clan, attraverso un transfer di potere, individua essere trascendente rispetto alla realtà che si manifesta attraverso un’opera di mediazione in un totem che, a sua volta, rappresenta il simbolo che si offre quale mediatore tra il sacro ed il profano, tra due mondi differenti, trascendente e sensibile. L’uomo, quando non ha i mezzi per comprendere fenomeni a lui estranei, ricorre in ragione di una connaturata e fisiologica necessità, al trascendente cui imputa l’inspiegabile, generando in questo il sacro comune, non a caso a tutte le società umane. Al sacro è affidato l’inspiegabile che, tuttavia, deve necessariamente materializzarsi in un transfert nel totem di modo che la comunità possa entrare in contatto con ciò che è non comprende. Questo transfert può avvenire attraverso persone, sciamani, divinatori e stregoni oppure  anche solamente per mezzo di simboli materiali da idolatrare; simboli che rappresentano, appunto il totem primordiale.  Il totem è il sacro che deve necessariamente mostrarsi, e quindi mutare nella sua essenza, divenendo egli stesso profano per essere apprezzato e vissuto dall’individuo nella sua sfera trascendente “…il Verbo si fece carne” (Gv 1,14). Questa mediazione si rende comprensibile nella quotidianità attraverso simboli, riti e miti che creano coesione tra i membri della comunità.
Ed è proprio questa esigenza di coesione di un collante forte, profondo, che spinge fin dall'inizio i mafiosi, gli 'ndranghetisti e i camorristi a far uso del sentimento di religiosità insito nelle genti del sud Italia.
Anche la violenza per essere legittimata ha bisogno di una sua sacralità che ne deve giustificare l’impiego; è una costante nella storia dell’uomo, si giustificano come necessarie guerre come le crociate, guerre per esportare la democrazia, guerre per la sopravvivenza, guerre in nome di un ideale e di un’ideologia. I criminali dell’Ottocento sono immersi, essendone l’espressione, nel popolino e nelle sue sofferenze e credenze ed è quindi ovvio che il sacro a cui si ricorre per giustificare la propria violenza deve necessariamente fare riferimento ad un bene superiore qual’è il riscatto di una condizione miserrima con cui tutto si può giustificare. Ci si fa strada nel mondo criminale in virtù delle proprie capacità personali di virile sopravvivenza e prevaricazione in un mondo in cui sempre attuale è il motto latino mors tua vita mea; si acquisisce il rispetto vigliacco proprio del debole e su di esso si fa forza per affermare la propria diversità e supremazia. Si è pronti, ora, per l’ulteriore passo verso un mondo criminale superiore in tanto in quanto riservato a pochi, ai più meritevoli, ad un’élite. Si stratifica nel tempo una tradizione, basata sulla sacralità della violenza che può, essa solamente, giustificare il comportamento e le azioni criminali e, nel frattempo creare un bacino di consenso inesauribile.
Il sud è terra contadina e il contadino è legato al fato ed alle fatalità della natura quindi può essere al contempo profondamente e sentitamente credente come agnostico e animista. Questo coacervo di credenze deditamente impiegato ha fornito uno strumento unico alle organizzazioni criminali che hanno saputo stratificare, in due secoli, un’etnografia criminale che, anche se oggi appare fuori dal tempo, di certo continua ad avere presa sui componenti e suoi pretendenti all’ingresso nelle mafie.

Antonio De Bonis 

martedì 11 febbraio 2014

STANDING GROUP ON ORGANISED CRIME


 GEORGIAN ORGANISED CRIME GROUPS IN TODAY'S ITALY
by Antonio De Bonis

on 
STANDING GROUP ON ORGANISED CRIME




http://www.scribd.com/doc/205858216/Standing-Group-on-Organised-Crime-Newsletter-January-2014-Volume-11-Issue-1

lunedì 10 febbraio 2014

Il concetto del rispetto e dell’onore nelle gangs giovanili.


Fatto: Cretina muori', gli amici riprendono e incitano la 'bulla' di Bollate.

Una ragazzina di 15 anni ha accusato una sua coetanea di averle portato via il fidanzato e così lha picchiata fuori dalla scuola, a Bollate, nel Milanese. Il tutto è stato ripreso con un cellulare da alcuni compagni che hanno caricato il video su Facebook. Compagni, come si sente dallaudio, hanno incitato le due a battersisenza sentire lesigenza di intervenire per separarle, ma al contrario commentando la gazzarra con ampie risate. È successo attorno alle 14 del 6 febbraio allesterno dellIstituto tecnico Primo Levi di via Varalli, dove la presunta tradita(che non frequenta listituto) ha atteso luscita della rivale in amore e lha aggredita: capelli tirati, calci e pugni, mentre gli altri ragazzini riprendevano e ridevano senza intervenire.
Dal sito del Il fatto Quotidiano del 7 febbraio 2014

Guarda il video dal sito www.geocrime.org

Riflessioni:

Non siamo certo in presenza dell’opera di una gang giovanile alle prese con uno dei più frequenti riti d’iniziazione dei neofiti, ovvero picchiare un nemico a dimostrazione della proprie capacità, ma a ben pensarci non siamo molto lontano da quel passaggio. Analizzando il video possiamo isolare senz’altro una vittima, la ragazza che chiede aiuto ed implora l’intervento dei presenti, la ragazza che aggredisce ed il coro, si il coro come nella tragedia greca, a fare da sfondo partecipativo alla tragedia che si consuma sul proscenio. Continuiamo: il coro come interviene? In tre modi: assiste, incita e riprende la scena. Mi sembra che ci siano tutti gli elementi della più classica delle costruzioni tragiche. Ma ancora, sono profondamente colpito, non dalla passività della vittima che tale è e non si ribella al suo ruolo, non dal carnefice, la ragazza che aggredisce ma dai seguenti aspetti:
la fisicità dell’aggressione è quasi, nella mimica delle movenze, artistica, la ragazza sembra una danzatrice che interpreta delle figure studiate a lungo;
la risata maschile ebete in sottofondo che fa da contraltare a quella delle amiche della ragazza che aggredisce, eloquente di per sé stessa;
la ripresa filmata.
Non ho certo voglia di profondermi in disquisizioni antropologiche sul fatto, ma una cosa è certa quest’episodio mostra chiaramente in quale contesto possono nascere e prendere corpo e vitalità le gangs giovanili. L’unico aspetto mancante è l’emarginazione sociale derivante dall’essere straniero. Voglio ora soffermarmi sulla figura dell’aggressore. Questa ragazza, in quel contesto si è meritata rispetto,  onore, o cosa agli occhi dei suoi coetanei? 
Una necessaria premessa sul concetto di onore: all’inizio era Aristotele che affermava: “… solo la virtù è il fondamento dell’onore, l’onore non è altro che un riguardo verso qualcuno in riconoscimento delle sue virtù di cui è la ricompensa esteriore…”. Siamo quindi al cospetto di un’idea di etica dell’onore specchio delle virtù alte che saranno alla base dello sviluppo del pensiero classico greco illuminante dell’intera civiltà occidentale. L’uomo é onorevole ed onorabile solamente se è portatore di virtù morali elevate e per questo solo motivo è degno di onore. Nel 1500 e 1600 si avvia il processo di valorizzazione della dignità umana proprio della modernità che si può impersonificare figurativamente nel Cavaliere di Cristo o nell’Hidalgo spagnolo che agiscono in ragione di un onore diverso non più etico, visto che i crociati potranno macchiarsi di inenarrabili fatti sangue in nome della fede, é un onore che trova il suo fondamento nelle proprie gesta per una causa giusta; é un onore terreno materiale che genera rispetto in chi di tali gesta non è capace. La ragazza di cui in argomento non è certo onorevole, visto che tra le altre cose colpisce una vittima dichiaratamente inerme e già sopraffatta ma tuttavia si guadagna il rispetto degli altri che, a certificazione di ciò, ne filmano le gesta pronti a mostrarle ad una impalpabile platea.
Cosa ci resta di tutto questo? L’amara considerazione che il risultato della metamorfosi, o dell’evoluzione, del concetto dell’onore ferma alla modernità ci ha consegnato un onore depauperato della sua etica per essere esposto alle declinazioni mafiose “uomini d’onore”, a quella politica , gli “onorevoli” ed ai ragazzi non più della “Via Pal" ma di Bollate; ed io sono fermamente convinto che sarebbe il caso di ricominciare proprio da Bollate. 

Signori Educatori io sono pronto e Voi? 

lunedì 3 febbraio 2014

OPERATION OCTOPUS (KARAKATIZA), THE EURASIAN CRIME IN ITALY: MOLDOVANS

Event.
On 22 January, the Italian police have carried out a further investigation phase, which concludes a period of investigation started in 2006, of the investigation called Octopus, Karakatiza in Romanian, the official language of Moldova. 14 people were arrestaste, all Moldovans, because considered by the judge for preliminary investigations of Venice responsible for various crimes such, extortion, theft, as well as human trafficking and aiding illegal immigration, them in a single mafia-type criminal association.
Analysis. 
This investigation represents an absolute novelty in the Italian case law, because of, for the first time, a criminal association at Eurasian ethnic composition is defined as organized mafya type association by a judge who has evaluated the the evidentiary material collected by investigators in the survey years. To be honest, in the past, there has been one other case involving a  Nigerian criminal organization, who also expressed his mafia-power toward their own ethnic group. This pronouncement, however, certainly marks a further step in the understanding of crime trends evolving in the contemporary world.
To be mafioso today is certainly something of different than what it is, unfortunately, still very much felt, the legacy of a folclorizzazione of media stereotypes that depict the mafioso only as Sicilian, Calabrian or perhaps Campanian but still tied to a well-defined territory. It is no longer exclusively in these terms that must be dealt with the problem of mafia-type criminality, and today, as the investigations mentioned above demonstrate, the mafioso can act inthis way regardless of the origin or the areas in which they operate. The important element, but not the only one as stated in the standard art. ex 416/bis, to be considered to identify the mafia essence of mafia of a criminal organization is definitely the intimidating force that emanates from the bond considered in its effects on people and not in connection with a well-defined territory. And behold, the 'Ndrangheta, for example, because of this, it can easily develop into regions such as Lombardy, Piedmont, Veneto, Lazio, Liguria and Emilia, or abroad, such as Canada and Australia, but also Belgium and Germany. And in fact the Moldovans arrested with Karakatiza operation, intimidated his fellow countrymen, who they oppressed, abusing their willingness controlling the market of shipments and trips to the motherland. In the past this criminal behavior was found for other ethnic groups such as Ukrainians, but it had never come to decree its mafia essence.
Recently I worked on these pages of ethnic Georgian crime and how it acts in Italy. For Moldovans applies, with some distinctions, the talk already made. There is a national contact point for managing the criminal activity of the cells of Moldovans operating in the country, each headed by a supervisor. The national contact point, the "Patron", which in turn is inserted into a structure that is part of, and has its referents in the context of Eurasian crime. The Moldovan organizations, such as the  Georgian, consider the Italian territory, and Europe in general, not a territory to conquer, to contend with other gangs, but rather a hunting area in order to accumulate capital to reinvest at home or in the lawful financial activities. A corollary of this is that any conflict situation is never revealed to the activities of indigenous crime. In essence, then, these are forms of predatory crime that exploit also their community by acting typically mafioso, as now recognized the GIP of Venice.
I think at this point due also to examine other aspects of these criminal organizations. We assume that a criminal organization is in effect a social group and as such can be read and understood and is thus a collection of individuals who interact, directly or indirectly, in continuity with each other by adhering to stable patterns but not rigid and are recognized as members of the community. Of course, each individual is called on to perform a well-defined role that takes the form of a series of expected and binding behaviors, especially in criminal associations the individual is reduced to the role that he assumes and that the organization gives him, depersonalizing and making practically secondary, better irrelevant , the human factor that does not take its own value to the underworld organization. So, we realize how the different roles within the criminal organization, are preponderant for the existence of the association, in fact, that it is certainly not a mere coincidence, all the criminal organizations are based on rituals and codes for the definition of the roles of its affiliates. And here emerges what I think is one of the most interesting aspects from the criminological point of view that is religious iconography which also the crime does not escape and which figuratively express the values ​​and purposes of these criminal organizations. This is a feature of criminal associations evolved, such as mafias in particular, that compared to those of common crime have a significant difference: the will of perpetration and the durability in the time. In order to achieve this continuity criminal organizations in order to pursue illicit enrichment and the power that derives from it, they need rituals and codes as a catalyst to generate and keep alive the relationship between member and organization. 
Although  Moldovan crime is no exception to this rule that is often relegated to a mere matter of folklore losing sight of the specific function that we have shown. Rituals and codes are essential especially in our western world heavily influenced by the Christian religion; refer to it for a number of reasons that I, here, I would reduce to the recognized superiority of transcendence and also the necessity to maintain direct contact with the "people "uneducated and therefore usually strongly influenced by the metaphysical. From here the rituals with images of saints who do vote and reference, Madonnas and Christs, and all the religious iconography. This mingling of the sacred and the profane can create some confusion in the neophyte, but just remember that it is always well-defined roles, regardless of the outward forms of formulas, rituals, names and oaths. 
Criminals Eastern Europe, Russians, Georgians, Moldovans, Azeris, Chechens and so on have formed their own criminal culture since the days of the Great Tsarist Russia in the flow of Slavic-Orthodox religious culture and refer to it, hence the images tattooed on the body that physically illustrate their criminal path understandable to those who is part of that world and is capable of interpreting the meanings through the outward symbols.

Di Antonio  De Bonis
Tradotto da Laura Moretti
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