lunedì 16 dicembre 2013

Disquisendo sulle mafie

 

La riluttanza della gente italica a essere parte integrante e integrata di un sistema pianificato ne riflette senz’altro il carattere mediterraneo; siamo per indole, cultura e storia, scarsamente inclini ad agire in ossequio a qualsiasi rigido modello comportamentale e organizzativo di natura sociale. Tuttavia, abbiamo creato uno dei modelli di assetto collettivo, ancorché criminale, assolutamente straordinario per il livello di efficienza e di resistenza che produce: il modello mafioso.
Questo è esattamente quanto scritto in guise d’overture del saggio “Il modello criminale mafioso” che sto rileggendo in fase di correzione di bozza.
Quando ho intrapreso questa scrittura, pensavo a un saggio che dovesse descrivere, delineandone le caratteristiche, del modello criminologico che chiamiamo di tipo mafioso; ma con il rincorrersi dei concetti e dei temi mi sono presto reso conto che senz’altro di estrema e decisiva importanza era soprattutto l’ineludibile necessità di chiarire alcuni concetti relativi alla genesi della mafia siciliana, della camorra campana e della ‘ndrangheta calabrese che se riconosco essere tutt’altro che scontati per la maggioranza degli addetti ai lavori figuriamoci per chi con esse ha rapporti casuali e, soprattutto, mediatici.
Sarò, in questa sede, volutamente e veramente conciso, schematico al limite della reticenza intellettuale; ma lo faccio con lo scopo di fornire solo dei dati di fatto oggettivi che vanno fissati nella mente e quindi, in seguito, approfonditi. Prendeteli per quello che sono.
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c7/Koenigreich_beider_Sizilien.jpgParlare di mafie in Italia vuol dire collocarsi temporalmente ai primi anni del 1800, parlare degli effetti dell’abolizione del latifondo, in particolare in Sicilia e Calabria negli anni Venti del medesimo secolo, della politica borbonica e del processo unitario sabaudo, dell’economia delle terre della Sicilia occidentale e della piana di Gioia Tauro in Calabria, della mancata maturazione del processo d’amalgama tra la classe operaia dell’Italia settentrionale con quella contadina di quella meridionale auspicato da molti sin dall’epoca coeva fino ad Antonio Gramsci negli scritti sulla questione meridionale, della nascita e sviluppo di una classe borghese meridionale affetta dal morbo borbonico della corruttela come metodo amministrativo.
Questi sono alcuni punti fermi, temi imprescindibili, da cui partire per arrivare con pazienza a definire il modello mafioso italiano che, si badi bene, nel nostro Paese ha assunto il carattere del melodramma che nel male come nel bene ci caratterizza. Ancora, questo elenco, non certo esaustivo, ma senz’altro sufficiente viatico per chi volesse comprendere le mafie deve comprendere l’ipocrisia. La diffusa e trasversale ipocrisia di chi da sempre più che negare l’esistenza delle mafie cerca di celare, mistificare e disconoscere il legame tra il mondo criminale ed una parte di quello borghese nella sua componente professionale ed economica senza la quale le mafie non sarebbero mai esistite.  Infatti sono fermamente convinto che in mancanza dell’interesse di una certa borghesia, allora come ancora oggi, le mafie non esisterebbero e sarebbero rilegate al solo ambito delinquenziale e criminale ancorché associativo.

antonio de bonis