lunedì 30 dicembre 2013

Migrated Mafia Groups



Ancora una volta, e con rinnovato piacere, ho avuto l’occasione di leggere l’ultimo lavoro dal titolo “Tipologie di criminalità organizzata" della dottoressa Anna  Sergi del centro di criminologia del dipartimento di sociologia  dell’Università Britannica dell’Essex, scritto in collaborazione con la dottoressa Anita Lavorgna dell’Università di Trento, a disposizione all’indirizzo:
In particolare, al di là dello svolgimento dell’intero elaborato -le autrici mi perdonino- mi soffermerò sull’individuazione da parte loro di 4 categorie concettuali per definire altrettanti modelli di organizzazioni criminali che ritengo senz’altro condivisibili nel metodo e nel risultato. Quest’approccio permette di individuare l’associazione a delinquere semplice, quella mafiosa e due figure comprese tra quest’ultime maggiormente interessanti sotto il profilo criminologico poiché non ancora conosciute a sufficienza e quindi contrastate con gli strumenti adeguati. La prima di queste categorie individua le organizzazioni criminali miste -mixed criminal networks- in cui inserire anche organizzazioni minori che in alcuni casi, non avendone i requisiti minimi, non possono rientrare nella categoria delle associazioni a delinquere oppure finanche singole cellule di delinquenti che svolgono attività per così dire minori a favore di organizzazioni più strutturate; la seconda invece, quella che più da più da presso m’interessa, è quella dei -migrated mafia groups-, che comprende le propaggini delle organizzazioni criminali di tipo mafioso trapiantate in territori diversi da quelli di atavico riferimento. 
Quest’argomento, dal mio punto di vista, in questo caso prettamente tecnico-investigativo, si è proposto alla mia attenzione in ragione dell’analisi di alcuni recenti provvedimenti restrittivi e sentenze dei giudici di primo e secondo grado chiamati a pronunciarsi sulla mafiosità, in ragione del 416/bis, di alcune strutture di ‘ndrangheta il/la locale (devo senz’altro meglio approfondire questo tema per un compiuto uso del termine) operanti nel nord della penisola, in Lombardia, Piemonte e Liguria.
In tale contesto di ricerca è senz’altro emersa chiara non tanto una lacuna legislativa in ordine alla previsione di uno specifico  reato e all’inadeguatezza del 416/bis per colpire anche al di fuori dei territori atavici queste propaggini delle mafie storiche, quanto piuttosto la mancanza di univocità interpretativa della norma; la questione riguardante l’opportunità di valutare allo stesso modo una locale di ‘ndrangheta che opera al di fuori della Calabria ed una locale che agisce nella Regione può apparire di facile soluzione ma in realtà non lo è affatto.
Tribunali dei distretti lombardi, liguri e piemontesi si esprimono difformemente secondo la rispettiva sensibilità  nell'affrontare la minaccia di queste organizzazioni.
Queste discrasie interpretative sono state oggetto di un mio saggio breve che sarà pubblicato nel prossimo futuro dalla Rivista Italiana di Criminologia dal titolo “Mafiosità ed associazioni mafiose nella contemporaneità: la normativa antimafia in relazione all’evoluzione delle mafie”.
Oggi è decisiva una discussione su questo tema poiché l’accumularsi di ritardi normativi produce un gap, difficilmente colmabile in tempi successivi, rispetto all’evoluzione delle organizzazioni mafiose che nel frattempo, grazie al volano della corruzione e del clientelismo, penetrano sempre più a fondo le società di riferimento.
E, a tal proposito, mi sento di raccogliere, in tutta modestia, la sfida che le autrici pongono a chiusura del loro lavoro proponendo un approfondimento sul rapporto che le organizzazioni criminali hanno con il fenomeno della corruzione poiché, a mio avviso, esso rappresenta senza ombra di dubbio la cartina di tornasole per valutare la valenza criminale di un’organizzazione a delinquere; quanto più queste esercitano capacità corruttive tanto più assumono il potenziale di mafiosità che ne determina il salto di qualità raggiunto dalle mafie storiche sia italiane che mondiali.
La criminalità organizzata come hanno inquadrato la dottoressa Sergi e la dottoressa Lavorgna, si modifica e si adatta in ragione dei cambiamenti, sfide e opportunità, che la società in cui operano genera; comprendere queste dinamiche con ricerche di natura accademica è fondamentale, ma oggi, e parlo per diretta esperienza, queste ricerche devono sposarsi simultaneamente e senza soluzione di continuità con i modelli criminologici desumibili analiticamente dalle esperienze investigative sul campo. In tale quadro, a differenza del mondo anglosassone che invece dimostra una concreta sensibilità verso quest’approccio, le forze di contrasto italiane sono ancora notevolmente in ritardo.