lunedì 11 novembre 2013

Il Papa, la corruzione e le associazioni mafiose.

E’ veramente molto strano  che un Papa della Chiesa di Roma sia costretto a esprimersi sulla corruzione. E’ poi allarmante che egli pronunci parole molto dure additando gli amministratori pubblici di aziende e del governo che vivono la “mondanità” grazie alla dea tangente. Parole pronunciate nell’omelia di una Messa mattutina celebrata a Santa Marta alle quali ha aggiunto che i guadagni frutto di tangenti e corruzione sono pane sporco ed hanno fame di dignità perché il lavoro disonesto toglie la dignità. 

Bene ed allora io colgo questa importante occasione per parlare di criminalità, mafia, potere dello stato e corruzione anticipando qualche riflessione che verrà approfondita nel mio prossimo saggio "Il modello criminale mafioso". 

Nessuna politica anticrimine ha effetto sull’operatività delle organizzazioni criminali che si occupano di narcotraffico, di immigrazione clandestina, di contrabbando di armi, di merci illegali ed altre attività illecite. Tutto sommato l'interesse della comunità internazionale per questo fenomeno non nasce da quelli che sarebbero legittimi motivi etici ma molto più prosaicamente dalla circostanza che oggi la potenza economica generata globalmente dalle organizzazioni criminali è tale da rappresentare per molti potentati finanziari un diretto concorrente e solo in virtù di ciò una minaccia sempre più pressante. Sono i centri finanziari di potere a sollecitare l’intervento della politica nazionale o degli organismi sovranazionali per indurli a definire azioni di contrasto che si riducono per lo più all’adozione di politiche e di strumenti atti a proteggere interessi di parte. L’aspetto etico e di buon governo viene quindi sfruttato ai soli fini di propaganda politica; questo non vuol certo significare che alcune azioni intraprese a livello internazionale non siano comunque utili alla lotta alla grande criminalità organizzata internazionale ma di certo non sono decisive come dimostrato dalla cronaca quotidiana.
E’ a tutti evidente il fatto oggettivo che nel mondo contemporaneo il potere economico prevarica quello politico influenzando ed indirizzandone l’azione amministrativa, così come è altrettanto chiaro che le dinamiche economiche globalizzate sono di certo colpite dalla minaccia rappresentata da una concorrenza inficiata dagli enormi profitti criminali.  In effetti, se alla base non ci fosse questa considerazione di ordine economico non credo affatto che la lotta alla criminalità avrebbe acquisito un ruolo di primo piano in molteplici contesti internazionali governativi e privati.
Nel 1963, cinquant’anni orsono, il parlamento italiano, con una legge ad hoc  costituì la prima Commissione Parlamentare Antimafia. Lo Stato, attraverso il parlamento, dovendo placare un’opinione pubblica scossa dai gravi fatti di sangue che videro cadere sul campo anche appartenenti alle forze dell’ordine, decise di costituire questa commissione d’inchiesta al fine di acquisire informazioni sulla reale attività della mafia in Sicilia.  Una commissione parlamentare non permanete che viene ricostituita ininterrottamente da mezzo secolo, quindi qualcosa non va per il verso giusto è ovvio;  com’è possibile che uno stato abbia la necessità di dotarsi di un simile strumento d’informazione su di un fenomeno come l’operatività di forme di criminalità organizzata mafiosa rendendo, nella pratica stabile un qualcosa che è per natura eccezionale? In altri termini lo stato italiano ammette senza remora che il proprio territorio è affetto da un problema di criminalità che perdura da perlomeno cinquanta anni. Per altro tutti sappiamo che non è così poiché la criminalità mafiosa è intrinseca alla stessa costituzione dello stato repubblicano, ma quello che continua a sconvolgermi e non darmi pace è la impertinente faccia tosta con la quale le istituzioni hanno normalizzato l’eccezionalità del fenomeno mafioso. 
Le risposte alle domande che derivano da questo stato di cose io le ho cercate e ritengo di averne trovate a sufficienza per orientarmi in un mondo che appare nella sua facciata esteriore, ma che è tutt’altro che ancora lontano dall’essere compreso nelle sue dinamiche profonde. La storia dell’Italia moderna e repubblicana come sappiamo è fatta anche di stragi di stato, di scandali economici e politici nonché di terrorismo interno ed omicidi eccellenti, inutile farne l’elenco; tutti questi fatti, ciascuno con una propria storia, delineano un quadro complessivo che per induzione logica consentono di stabilire una verità: lo stato italiano è da sempre, in forme ancora non definitivamente chiarite -e questo è il vero tema- connivente con la criminalità organizzata di tipo mafioso.
Però va anche aggiunto che lo stato è fatto di cittadini e che se esso è connivente, non essendo un’entità astratta ed amorfa, la responsabilità deve necessariamente ricadere in capo ai suoi componenti ovvero tutti noi anche se con gradi differenti di responsabilità.     
In sostanza, se le organizzazioni criminali non avessero modo di avere relazioni di alcun tipo con gli apparati statali quest’ultimi avrebbero, nelle maggior parte dei casi, la forza di reazione al fenomeno delinquenziale in quanto tale; se non ci fossero consumatori consapevoli di merci illegali, qualunque queste siano, la criminalità avrebbe a che fare con vittime che ad essa reagirebbero, reazione che è assente laddove la merce è ricercata dal consumatore indipendentemente dalla sua illeceità.
Gli attuali profili della criminalità organizzata, in un’ottica generale, e quindi prescindendo dalle peculiarità locali, consentono di confermare che queste entità agiscono come delle imprese economiche operando nella logica della concorrenza mutuata dalle leggi del mercato, ma supportate dalle regole dell’intimidazione mafiosa e della violenza nella costante ricerca di affermare il proprio potere nei territori di rispettiva influenza. Con questo sistema riescono, spesso, e con evidente successo, a gestire i settori più redditizi dell’economia occupando rilevanti spazi anche nel mondo degli affari.  Senza dubbio il rapporto connivente e malato che si instaura tra lo stato e la criminalità è l'elemento a cui  addebitare le maggiori responsabilità per lo sviluppo delle mafie. Se questo legame non esistesse non esisterebbero le mafie e quindi dove esiste una mafia esiste un rapporto tra quest’ultima e lo stato. 
Ora, questo rapporto è possibile solamente a causa del fenomeno della corruzione, che finisce per vincolare in una spirale malvagia una molteplicità di soggetti incredibilmente varia e vasta nelle sue dimensioni. In questo ambito si realizzano una serie di interessi che finiranno per essere il collante che salderà lo stato alla criminalità.    
Il sistema mafioso allora si potenzia solo in virtù ed in presenza una saldatura di interessi che non possono essere messi in pericolo da agenti esterni e che ha nella corruzione il suo collante; in fondo è tutto così semplicemente chiaro da essere perfino imbarazzante per una intelligenza anche media. Ma l’Italia è questa, noi, gli italiani, siamo questo. La corruzione è un fatto grave in se ma diviene gravissima quando questa non si esaurisce in un'unica transazione ma per cosi dire diviene strutturale in un paese le cui istituzioni non esercitano appieno la sovranità nazionale.