venerdì 29 novembre 2013

Ecco perché gli inglesi sbagliano approccio nel contrasto alla criminalità organizzata.

L’evoluzione dei fenomeni criminali mondiali, è vero, ha dato vita ad un florilegio di attività di studio e pragmatiche di contrasto che, in quest’epoca di indigestione informativa, ha senz’altro consentito lo sviluppo della criminologia. Premesso che nessuno è ancora in grado di darne una definizione compiuta, e che nel mondo accademico molteplici sono le discipline che ad essa contribuiscono, la criminologia, in tema di lotta alla criminalità organizzata, dal mio punto di vista, non può non tenere in giusta considerazione le esperienze storiche già maturate in questo ambito. 
E’ con questa intima e ferrea convinzione che procedo nella ricerca delle caratteristiche che più di altre possono aiutare sia la comprensione del fenomeno sia l’individuazione delle best practices nella lotta alle forme avanzate di criminalità organizzata ossia le mafie.
La mia oramai trentennale esperienza di investigatore, prima nel contrasto al terrorismo che negli anni ’70 affliggeva l’Italia e poi nella lotta a Cosa Nostra siciliana e alle altre storiche associazioni criminali italiane, ha formato in me la convinzione che il nemico deve essere per prima cosa conosciuto quanto più a fondo possibile. Non è possibile un contrasto serio, duraturo ed efficace ad alcuna forma criminale complessa senza conoscerne la genesi, la formazione, lo sviluppo e la cultura, appropriandosene per individuarne il tallone d’Achille su cui agire per giungere a risultati concreti nel contrasto.
Questa ricerca si deve necessariamente ed ovviamente avvalere dei contributi di chi studia questi fenomeni indipendentemente dal punto dall’approccio e dal campo specifico d’azione.
Con questa premessa capita d’imbattersi e doversi confrontare con produzioni di vario genere ovviamente di diversa levatura. Senz’altro valido ed utile è il lavoro di analisi che la dottoressa Anna Sergi del centro di criminologia del dipartimento di sociologia  dell’università britannica dell’Essex sta svolgendo nella comparazione dei diversi strumenti giuridici di contrasto alla criminalità organizzata nelle culture di civil e common law. Una sua recente pubblicazione disponibile all’indirizzo http://policing.oxfordjournals.org mi ha consentito alcune riflessioni che mi inducono ad un certo pessimismo in relazione all’approccio sposato dalle autorità britanniche nella lotta alla criminalità organizzata di rango.

La Sergi compiutamente descrive l’approccio italiano di contrasto alle mafie descrivendolo ed inquadrandolo come incentrato sulla struttura di queste e sul valore simbolico ed educativo della lotta nei loro confronti. Per converso, il modello britannico si basa sull’assunto che si tratti di un problema di sicurezza nazionale da affrontare ponendo al centro degli sforzi le singole attività criminali. Ovviamente questa mia è una sintetizzazione del discorso compiutamente articolato e ampiamente comprovato della dottoressa Sergi  che ritengo possa, in quest’occasione, essere sufficiente all’evoluzione di alcune mie riflessioni sul tema.
In effetti nel nostro ordinamento il reato di associazione a delinquere, semplice e di tipo mafioso è un reato contro l’ordine pubblico e si realizza di per sé nel momento in cui l’associazione sia in grado di svolgere le proprie attività criminali, ma indipendentemente da esse, tant’è che i reati, eventualmente commessi rappresentano un quid pluris nella valutazione della pena da comminare. Il sistema inglese viceversa prevede l'esatto contrario, per cui l’attività investigativa deve incentrarsi sui singoli reati perseguiti ed eventualmente aggravati dall’associazionismo previsto dall’istituto della conspiracy.

La riflessione senz’altro critica che esprimo attiene essenzialmente questo punto poiché la persecuzione dei reati perde, sin dal principio, di vista la minaccia dall’associazionismo criminale a fronte del reato in sé stesso. Non è cosa di poco conto poiché questa visione non prende nella giusta considerazione il fatto che nel momento in cui si persegue il reato l’associazione è già stata costituita, è già attiva e quindi rappresenta già una minaccia per la collettività. Inoltre e ad esempio, proprio gli inglesi, e qui mi rifaccio ad un’esperienza investigativa personale, anni orsono furono costretti a correre ai ripari poiché  dovettero arginare l’afflusso nel loro territorio di tonnellate di sigarette di contrabbando  che generavano danni ingenti al fisco della corona. Perseguendo il reato non avevano in alcun modo potuto comprendere in anticipo quale genere di associazione criminale fosse in grado di gestire un simile traffico.
Eppure l’esperienza dei cugini americani avrebbe dovuto insegnare che la grande criminalità va perseguita in quanto fenomeno di associazionismo. Infatti, in questa materia, come sempre la Sergi evidenzia, gli states hanno emendato la specifica legislazione con l’adozione della normativa ad hoc del Racketeering Influenced and Corrupt Organization RICO che punisce le associazioni criminali che fanno ricorso alla corruzione.
http://www.justice.gov/usao/eousa/foia_reading_room/usam/title9/rico.pdfEcco questo è il punto focale dell’intera  tematica; le mafie proliferano solo ed in virtù della capacità di corrompere chi sia strumentale al raggiungimento dei fini dell’organizzazione criminale.
Il mio studio, tutt’ora in corso, circa il modello criminale mafioso, nella sua evoluzione continua ad evidenziare la circostanza che senza la capacità di corruzione una qualsiasi organizzazione criminale è destinata ad un vita limitata nel tempo ed è permeabile all’azione di contrasto delle forze di polizia.
Le mafie, fate voi l’elenco, non lo sono, come l’evidenza storica insegna proprio a causa della capacità di ricorre alla corruzione per garantirsi, oltre la possibilità tattica di commettere reati, quella strategica di assicurarsi una vitalità nel lungo periodo.
Questo gli inglesi sembrano non averlo ancora voluto comprendere.