venerdì 29 novembre 2013

Ecco perché gli inglesi sbagliano approccio nel contrasto alla criminalità organizzata.

L’evoluzione dei fenomeni criminali mondiali, è vero, ha dato vita ad un florilegio di attività di studio e pragmatiche di contrasto che, in quest’epoca di indigestione informativa, ha senz’altro consentito lo sviluppo della criminologia. Premesso che nessuno è ancora in grado di darne una definizione compiuta, e che nel mondo accademico molteplici sono le discipline che ad essa contribuiscono, la criminologia, in tema di lotta alla criminalità organizzata, dal mio punto di vista, non può non tenere in giusta considerazione le esperienze storiche già maturate in questo ambito. 
E’ con questa intima e ferrea convinzione che procedo nella ricerca delle caratteristiche che più di altre possono aiutare sia la comprensione del fenomeno sia l’individuazione delle best practices nella lotta alle forme avanzate di criminalità organizzata ossia le mafie.
La mia oramai trentennale esperienza di investigatore, prima nel contrasto al terrorismo che negli anni ’70 affliggeva l’Italia e poi nella lotta a Cosa Nostra siciliana e alle altre storiche associazioni criminali italiane, ha formato in me la convinzione che il nemico deve essere per prima cosa conosciuto quanto più a fondo possibile. Non è possibile un contrasto serio, duraturo ed efficace ad alcuna forma criminale complessa senza conoscerne la genesi, la formazione, lo sviluppo e la cultura, appropriandosene per individuarne il tallone d’Achille su cui agire per giungere a risultati concreti nel contrasto.
Questa ricerca si deve necessariamente ed ovviamente avvalere dei contributi di chi studia questi fenomeni indipendentemente dal punto dall’approccio e dal campo specifico d’azione.
Con questa premessa capita d’imbattersi e doversi confrontare con produzioni di vario genere ovviamente di diversa levatura. Senz’altro valido ed utile è il lavoro di analisi che la dottoressa Anna Sergi del centro di criminologia del dipartimento di sociologia  dell’università britannica dell’Essex sta svolgendo nella comparazione dei diversi strumenti giuridici di contrasto alla criminalità organizzata nelle culture di civil e common law. Una sua recente pubblicazione disponibile all’indirizzo http://policing.oxfordjournals.org mi ha consentito alcune riflessioni che mi inducono ad un certo pessimismo in relazione all’approccio sposato dalle autorità britanniche nella lotta alla criminalità organizzata di rango.

La Sergi compiutamente descrive l’approccio italiano di contrasto alle mafie descrivendolo ed inquadrandolo come incentrato sulla struttura di queste e sul valore simbolico ed educativo della lotta nei loro confronti. Per converso, il modello britannico si basa sull’assunto che si tratti di un problema di sicurezza nazionale da affrontare ponendo al centro degli sforzi le singole attività criminali. Ovviamente questa mia è una sintetizzazione del discorso compiutamente articolato e ampiamente comprovato della dottoressa Sergi  che ritengo possa, in quest’occasione, essere sufficiente all’evoluzione di alcune mie riflessioni sul tema.
In effetti nel nostro ordinamento il reato di associazione a delinquere, semplice e di tipo mafioso è un reato contro l’ordine pubblico e si realizza di per sé nel momento in cui l’associazione sia in grado di svolgere le proprie attività criminali, ma indipendentemente da esse, tant’è che i reati, eventualmente commessi rappresentano un quid pluris nella valutazione della pena da comminare. Il sistema inglese viceversa prevede l'esatto contrario, per cui l’attività investigativa deve incentrarsi sui singoli reati perseguiti ed eventualmente aggravati dall’associazionismo previsto dall’istituto della conspiracy.

La riflessione senz’altro critica che esprimo attiene essenzialmente questo punto poiché la persecuzione dei reati perde, sin dal principio, di vista la minaccia dall’associazionismo criminale a fronte del reato in sé stesso. Non è cosa di poco conto poiché questa visione non prende nella giusta considerazione il fatto che nel momento in cui si persegue il reato l’associazione è già stata costituita, è già attiva e quindi rappresenta già una minaccia per la collettività. Inoltre e ad esempio, proprio gli inglesi, e qui mi rifaccio ad un’esperienza investigativa personale, anni orsono furono costretti a correre ai ripari poiché  dovettero arginare l’afflusso nel loro territorio di tonnellate di sigarette di contrabbando  che generavano danni ingenti al fisco della corona. Perseguendo il reato non avevano in alcun modo potuto comprendere in anticipo quale genere di associazione criminale fosse in grado di gestire un simile traffico.
Eppure l’esperienza dei cugini americani avrebbe dovuto insegnare che la grande criminalità va perseguita in quanto fenomeno di associazionismo. Infatti, in questa materia, come sempre la Sergi evidenzia, gli states hanno emendato la specifica legislazione con l’adozione della normativa ad hoc del Racketeering Influenced and Corrupt Organization RICO che punisce le associazioni criminali che fanno ricorso alla corruzione.
http://www.justice.gov/usao/eousa/foia_reading_room/usam/title9/rico.pdfEcco questo è il punto focale dell’intera  tematica; le mafie proliferano solo ed in virtù della capacità di corrompere chi sia strumentale al raggiungimento dei fini dell’organizzazione criminale.
Il mio studio, tutt’ora in corso, circa il modello criminale mafioso, nella sua evoluzione continua ad evidenziare la circostanza che senza la capacità di corruzione una qualsiasi organizzazione criminale è destinata ad un vita limitata nel tempo ed è permeabile all’azione di contrasto delle forze di polizia.
Le mafie, fate voi l’elenco, non lo sono, come l’evidenza storica insegna proprio a causa della capacità di ricorre alla corruzione per garantirsi, oltre la possibilità tattica di commettere reati, quella strategica di assicurarsi una vitalità nel lungo periodo.
Questo gli inglesi sembrano non averlo ancora voluto comprendere.



lunedì 25 novembre 2013

LA TUTA y NINCO NANCO: las fuerzas de autodefensa y el bandolerismo

Come sa chi mi segue, il mio punto vista rispetto ai fenomeni criminali è connotato anche e forse soprattutto da un viscerale disincanto che mi spinge sempre oltre la notizia in sé; il mondo anglosassone definisce quest’approccio making intelligence. La cosa mi piace e soprattutto mi stimola a sempre nuove riflessioni circa l’evoluzione di un mondo, quello criminale, andando oltre il fatto di cronaca.
Allora veniamo a noi; in Messico la decennale narcoguerra per il controllo degli affari criminali si svolge tra vari attori: lo Stato alla ricerca dell’affermazione della propria identità, le organizzazioni criminali alla ricerca di potere e profitto e, più di recente anche le forze di autodifesa che stanno sorgendo in moltissime aree della nazione. Le cause di questa guerra sono essenzialmente due, l’incapacità dello stato centrale federale di controllare il territorio nazionale e le grandi potenzialità economiche generate dal traffico di stupefacenti provenienti dal triangolo del nord -Colombia, Peru e Bolivia-. Se lo stato non esercita la sua più importante prerogativa, ossia la forza per affermare le leggi che si impone, allora si apre un varco in cui la criminalità prolifera generando insicurezza sociale. Sorvolerò in questa sede le altre cause che concorrono a determinare l’attuale stato di cose, preferendo portare subito l’attenzione del lettore sull’ultimo fattore, in ordine di tempo, apparso nel già difficilissimo panorama sociale messicano, le forze di autodifesa cittadine. Prima però solo un necessario accenno al fatto che il territorio messicano è tutt’altro che omogeneo, anzi, la difficoltà di spostamento per uomini e merci ne caratterizza da sempre la storia. Le municipalità più isolate soprattutto sono da sempre in balia del potente locale di turno. Noi li potremmo chiamare, per usare un parallelismo con la storia del nostro meridione, feudatari. Questi, com’erano adusi anche i nostri, avevano necessità di personaggi violenti per controllare le proprie terre e i propri beni. Oggi le cose sono certo, in parte, cambiate tuttavia quel modo di intendere e tutelare la proprietà è rimasto pressoché il medesimo. A cambiare, comunque, è stato il nemico da fronteggiare, non più il criminale isolato o il poveraccio diseredato e affamato ma piuttosto i cartelli dei narcos e, senz’altro, lo stato centrale, considerato assente ed anche arrogante. Così in molte aree della nazione sono sorte queste organizzazioni para-militari di vigilantes, comuni cittadini e personaggi di varia natura, intenti, formalmente a difendere le proprie famiglie. Non devo certo indurre chi legge a riflettere su quanto sia facile, per chi ne avesse i mezzi e soprattutto gli scopi, fuorviare questi principi, in teoria anche condivisibili, a proprio vantaggio. Oggi nello stato della costa pacifica di Michoacan c’è un uomo, un maestro elementare, che si è convertito a questa nuova forma di autodifesa accusando i narcos e lo stato di essere in combutta a danno dei cittadini inermi incapaci di ribellarsi a questo stato di cose. LA TUTA Servando Gòmez Martinez è oggi a capo dei Caballeros Templarios che si atteggia a forza di autodifesa e tutela dei diritti dei cittadini comuni in Michoacan che, nata dalla scissione dello storico cartello di narcos La Famiglia Michoacana, è oggi la terza unione criminale per forza delinquenziale in Messico, si perché i Cavalieri templari, per finanziarsi compiono esattamente gli stessi crimini dei diretti concorrenti ossia la Federazione di Sinaloa ed I Los Zetas. La Tuta parla in pubblico, partecipa a trasmissioni televisive in diretta invitando i rappresentanti dello stato federale a recarsi nello stato di Michoacan “con rispetto”. Questa dichiarazione ripetuta spesso nei suoi proclami mi ha colpito in particolare. Il rispetto, ecco cosa chiedeva il capo brigante lucano Ninco Nanco allo stato piemontese che stava cercando di uinire l’Italia.
Qui non vado oltre, non v’è bisogno e mi dovrei dilungare su un tema a me anche caro. E allora Ninco Nanco che faceva? Il brigante, rubava ai proprietari terrieri razziava e si fidava degli emissari del Papa di Roma e dei Borboni che lo avevano anche promosso capitano. Vi sembra azzardato l’accostamento? Affatto è la storia che si ripete, certo Giuseppe Nicola Summa da Avigliano (PZ), Ninco Nanco, ci credeva veramente a Garibaldi, a uno stato giusto che facesse rispettare le leggi  che troppe volte aveva visto calpestate nelle sue terre; La Tuta sarà animata dagli stessi ideali? Difficile da dire; certo che oggi la sua organizzazione, i Cavalieri Templari, che allo lo stato chiedono un dialogo basato sul rispetto, è quella verso cui sono rivolte le attenzioni delle forze speciali federali e della marina messicana. Ninco Nanco fu tradito, sparato alle spalle e da morto lo hanno pure fotografato. Vita dura per La Tuta.

domenica 24 novembre 2013

Jo soy un pandillero - La venganza del Shaggy



Una tarde de un día de finales '89, en un apartamento anonimo de un bloque de pisos en los suburbios, más o menos en la intersección de la Avenida Normandie y Martin Luther King jr. Boulevard, el olor acre de la cerveza y el dulce aroma de la marihuana mostraban el camino para la fiesta a la que sólo podía unirse si fueras un pandillero salvatrucho o dieciocho.
 
Nada mejor que compartir un rato con las chicas y los hermanos escuchando rock y hip-hop alterno a James & Bobby Purify o Mary Wells siempre y a ir fuerte con las opiniones sobre una mujer.
El mito dice que Shaggy, pandillero poco más de un adolescente de la Calle 18, fue asesinado a tiros por una ametralladora uzi en la calle, no lejos de la fiesta, dando vida a la guerra que aún continúa entre dos de las organizaciones criminales juveniles más crueles del mundo, Mara Salvatrucha y Calle 18.
Como sabemos el mito se basa en una realidad de la cual, sin embargo, es independiente y, de hecho, la razón de la guerra abierta en el tiempo entre las dos organizaciones criminales es ciertamente diferente y más profunda y debe ser identificada en cuestiones raciales y de identidad desarrolladas en el mundo de la marginación de los inmigrantes salvadoreños en los suburbios de Los Angeles en los años 70.
La Mara Salvatrucha, nació en los años 70 sobre la necesidad de los jóvenes inmigrantes salvadoreños a unirse para defenderse a sí mismos en un entorno urbano hostil en el que ya existía pandillas juveniles principalmente mexicanos.
La Salvatrucha, a diferencia de su escindida costilla, Calle 18, nunca ha
aceptado, en nombre de la preservación de la identidad entre sus filas a cualquier miembro que no fue salvadoreño. Con el pasar del tiempo y el crecimiento de los intereses criminales es suficiente una excusa para hacer explotar una situación que estaba ardiendo bajo las cenizas de las carreteras en las afueras y en los suburbios de la ciudad de los ángeles.
La Mara Salvatrucha, dijimos, nasce y crea un su espacio en una realidad ya fuertemente impregnado por la existencia de docenas de otras pandillas en su mayoría mexicanos y sus descendientes los Chicanos y otras realidades delictivas.
Éste que contaremos en los próximos post es una larga historia; una historia  primera que criminal sin duda de marginación, adelantando así a las causas que dieron origen a uno de los fenómenos criminales actual también hoy, no sólo en América Latina y los Estados Unidos sino también en Europa, España y desde unos años en Italia.
La experiencia adquirida a lo largo de más de treinta años de la policía judicial sobre el campo, de estudios y de análisis, criminológicos, me llevan a hacer frente, ahora como en un futuro próximo, esta cuestión en la creencia de que, más allá del valor objetivo del conocimiento y de la comprensión, puede ser válida si se gasta en la formación de las mentes jóvenes dirigiéndolas hacia una reflexión sobre el fenómeno de las pandillas juveniles que cada vez más crecen principalmente en los suburbios de las grandes ciudades de nuestro norte.

mercoledì 20 novembre 2013

El modelo criminal mafioso y el caso mexicano



En este momento estoy ocupado con la escritura de un ensayo sobre el modelo de la mafia criminal que tiene como objetivo abordar el tema de la mafia como una organización criminal, y el ser mafioso, cual actitud del comportamiento de buena parte de la societad italiana.
Ambos, cuando están concurrente, generan el modelo criminal mafioso, como argumento y demostro en el ensayo, es fungible dondequiera que se crean las condiciones para que este expresa las capacidades criminales. En apoyo de mi argumento en el ensayo, y en virtud de mi particular atención a la situación criminal en América Latina y en el Caribe, analizo el caso de las dos principales organizaciones criminales mexicanas o de Los Zetas y la Federación de Sinaloa
Se trata de dos grandes organizaciones criminales, muy articuladas, que gestionan decenas de estructuras menores en diversos lugares de la nación mexicana con el fin de controlar directamente las áreas de interés criminal, conocida como plazas, instrumental para la realización de toda una serie de actividades delictivas que no incluyen sólo el tráfico de drogas, pero cada actividades ilegales y legales que pueden generar ganancias. La historia criminal de las dos organizaciones, recordamos las más importantes, pero no las únicas en México, está articulada y no tiene cabida en este artículo para los que deseen sin duda pueden hacer referencia a mis escritos anteriores o de otra manera recopilar información.
El tema que estoy escribiendo aquí, quiere señalar que el modelo criminal mafioso tiene éxito sólo cuando se le permite expresar su potencial criminal.
La Federación de Sinaloa es una organización criminal nacida en el estado mexicano homónimo fuertemente arraigada en otros estados de la costa oeste del país, que controla el territorio en el que opera a través del poder de intimidación criminal que proviene de su propia violencia, expresada también a través de la fuerza corruptora de los gobiernos locales, pero, sobre todo, haciendo toda una serie de actividades sociales, actuando subsidiariamente respecto al estado federal central que es incapaz, por diversas razones, de ejercer un control en esas regiones.
Entonces, sin ninguna sombra de duda, estamos en presencia de una organización criminal que actúa siguiendo el modelo mafioso criminal, fuerte de la capacidad de generar resiliencia que garantiza su vitalidad y longevidad penal. La resiliencia, en pocas palabras, es la capacidad de resistir, sobrevivir y superar la hostilidad de los agentes externos que, en el caso de la delincuencia, se encuentran en el contraste por el Estado. A diferencia de la Federación de Sinaloa, la organización criminal de Los Zetas tiene una historia y una naturaleza completamente diferente. Se trata de una agrupación criminal que tiene la fuerza militar y en la ferocidad de sus acciones criminales su sello distintivo. Los Zetas fueron llamados los miembros de una unidad especial de las Fuerzas Aéreas militares regulares de Mexico, utilizada en la represión en Chiapas, que, una vez terminada la necesidad de que estuvieran constituidas, vende sus servicios al cártel criminal del Golfo hegemónico en el tráfico de cocaína en los años ‘90 en la cordillera oriental de México.
La fuerza de Los Zetas es exclusivamente militar y su poder de resiliencia se relaciona únicamente con su capacidad militar para hacer frente a los competidores criminales y las autoridades estatales. La crónica de estos años en México nos ha dado 90.000 personas muertas y no estoy incluyendo a las personas desaparecidas y aquellos de los que nadie se ha informado de la desaparición. Hoy, en una realidad económica  en crecimiento como la mexicana, cuya administración política necesita de presentar el país atractivo para muchos inversionistas extranjeros que ya están interesados ​​en arriesgar su propio capital en la zona, es esencial para mostrar un país casi normales o, al menos normalizado.
La acción de contraste dell Estado mexicano contra las dos organizaciones criminales está teniendo un efecto sobre ambos, sin embargo, y aquí está el centro de nuestra reflexión, con diferentes resultados:sensibles en la usabilidad de Los Zetas, y mucho menos en detrimento de la Federación de Sinaloa y esto es porque, como apoyamos, esta última actúa y se estructura de acuerdo a el modelo mafioso criminal que, en el largo plazo le permitirá la supervivencia y buena salud con buena paz de los que hipócritamente siguen hablando de derrotar a la delincuencia organizada de acuerdo a los modelos clásicos hasta ahora empleados que no afectan por su naturaleza, sobre las sociedades sustrayendo este de la influencia corruptora de la delincuencia organizada.

martedì 19 novembre 2013

Jo soy un pandillero - La venganza del Shaggy


Una sera di un giorno di fine ’89, in un anonimo appartamento di un palazzone di periferia, più o meno all’incrocio di Normandie Avenue con Martin Luther King jr. Boulevard, l’odore acre di birra ed il profumo dolce di marijuana indicavano la strada per la festa a cui potevi unirti a patto di essere un pandillero salvatrucho o diciotto. 
Niente di meglio che condividere qualche ora con las chicas e los hermanos ascoltando rock ed hip-hop alternati a James & Bobby Purify o Mary Wells a patto di andare pesante coi i commenti su una mujer.
Il mito vuole che Shaggy, pandillero poco più che adolescente della calle 18, sia stato freddato da una mitraglietta uzi in strada poco lontano dalla festa,  dando vita alla guerra che è ancora in corso tra due delle organizzazioni criminali giovanili più feroci al mondo, la Mara Salvatrucha e la Calle 18.
Come sappiamo il mito si fonda su una realtà dalla quale tuttavia prescinde ed infatti il motivo della guerra aperta all’epoca tra le due organizzazioni delinquenziali è senz’altro differente e più profondo e va individuato in questioni razziali ed identitarie sviluppatesi nel mondo dell’emarginazione degli immigrati salvadoregni nei sobborghi di Los Angels negli anni 70. La Mara Salvatrucha, nasce negli anni ’70 per l’esigenza dei giovani immigrati salvadoregni di coalizzarsi per difendersi in un ambiente urbano ostile in cui già esistevano gangs giovanili soprattutto messicane. La Salvatrucha, a differenza della sua costola scissionista, la Calle 18, non ha mai accettato, in nome della conservazione identitaria, tra le sue fila alcun membro non salvadoregno. Con il passare del tempo e la crescita degli interessi criminali è bastata una scusa qualsiasi per far esplodere una situazione che covava sotto la cenere delle strade della periferia e dei sobborghi della città degli angeli.
La Mara Salvatrucha, dicevamo, nasce e crea un suo spazio in una realtà già fortemente permeata dall’esistenza di altre decine di pandillas soprattutto di messicani e loro discendenti i chicanos e di altre  realtà criminali.
Questa che racconteremo nei prossimi post è lunga storia; una storia prima che criminale senz’altro di emarginazione, anticipando così le cause che hanno generato uno dei fenomeni delinquenziali ancora oggi attuali non solo in America latina e negli States ma anche in Europa, Spagna e da qualche anno in Italia.
L’esperienza maturata in più di trent’anni di polizia giudiziaria sul campo, di studi criminologici e d’analisi, mi spingono ad affrontare ora e nel prossimo futuro questo tema nella convinzione che, al di la del valore oggettivo di conoscenza e comprensione, possa essere valido se speso per la formazione di giovani coscienze indirizzandole verso una riflessione sul fenomeno della gangs giovanili che sempre di più si svilupperà soprattutto nelle periferie delle grandi città del nostro nord.    



giovedì 14 novembre 2013

Il modello criminale mafioso ed il caso messicano.

In questo periodo sono alle prese con la scrittura di un saggio sul modello criminale mafioso che ha l’ambizione di affrontare il tema della mafia, in quanto organizzazione criminale, e della mafiosità, quale attitudine comportamentale di una larga parte della società italiana.

Entrambe, mafia e mafiosità, allorché concomitanti generano il modello criminale mafioso che, come sostengo e dimostro nel saggio, è spendibile ovunque si creino le condizioni perché esso esprima le intrinseche capacità criminali. A sostegno della mia tesi nel saggio, ed in virtù della mia particolare attenzione alla situazione criminale in America latina e nei Caraibi, analizzo il caso delle due principali organizzazioni criminali messicane ovvero I Los Zetas e La Federazione di Sinaloa.
Si tratta di due grandi organizzazioni criminali molto articolate che gestiscono decine di strutture minori in varie località della nazione messicana allo scopo di controllare direttamente le aree d’interesse criminale denominate plazas, strumentali alla realizzazione di tutta una serie di attività criminali che non comprendono il solo traffico di droga ma ogni attività illegale e legale che possa generare profitto. La storia criminale delle due organizzazioni, ricordiamo le più importanti ma non certo le uniche nel panorama criminale messicano, è articolata e non trova spazio in questo articolo per cui chi volesse può senz’altro rifarsi ai miei scritti precedenti o documentarsi altrimenti. Il tema di cui qui tratto afferisce e vuole far rilevare come il modello criminale mafioso sia comunque vincente allorché ad esso venga consentito di esprimere la propria potenzialità criminale.  La Federazione di Sinaloa è un’organizzazione criminale nata nell’omonimo stato messicano, fortemente radicata anche in altri stati della costa occidentale del paese, che controlla il territorio in cui opera per mezzo della forza d’intimidazione criminale che deriva dalla propria violenza, espressa anche attraverso la forza corruttiva delle amministrazioni locali, ma, e soprattutto, svolgendo tutta una serie di attività di natura sociale agendo sussidiariamente rispetto allo stato federale centrale che non riesce, per varie ragioni, ad esercitare il controllo in quelle regioni. Quindi, senza ombra alcuna di dubbio, siamo in presenza di un’organizzazione criminale che agisce seguendo il modello criminale mafioso forte della capacità di generare resilienza che ne assicura la vitalità e longevità criminale. La Resilienza, sommariamente, è la capacità di resistere, sopravvivere e superare le ostilità di agenti esterni che, nel caso della criminalità, sono da individuare nel contrasto da parte dello stato. A differenza della Federazione di Sinaloa, l’organizzazione criminale dei Los Zetas ha una storia ed una natura completamente differente. Si tratta di un’aggregazione criminale che ha nella forza militare e nella ferocia delle proprie azioni criminali il proprio segno distintivo. I Los Zetas erano chiamati i componenti di un’unità speciale delle forze aeree militari regolari messicane, impiegate nella repressione in Chiapas, che una volta terminata l’esigenza per cui erano state costituite vendettero i propri servizi al Cartello criminale del Golfo egemone nel traffico di cocaina negli anni ’90 nella dorsale orientale messicana. 


La forza dei Los Zetas è esclusivamente militare ed il suo potere di resilienza è relativo solamente alla sua capacità militare di contrastare sia i concorrenti criminali sia le autorità statali. La cronaca di questi anni in Messico ci ha consegnato 90.000 novantamila morti ammazzati ed accertati, quindi non sono comprese le persone scomparse e quelle di cui nessuno ne ha denunciato neanche la sparizione. Oggi, in una realtà economica in crescita come quella messicana la cui amministrazione politica ha la necessità di presentare il Paese come appetibile agli innumerevoli investitori stranieri già interessati a rischiare i propri capitali nell’area, è indispensabile mostrare un paese quasi normale o quantomeno normalizzato. L’azione di contrasto dello stato messicano nei confronti delle due organizzazioni criminali sta producendo effetti su entrambe, tuttavia, e qui è il core della nostra riflessione, con risultati diversi: sensibili sull’operatività dei Los Zetas, molto meno a danno della Federazione di Sinaloa e questo perché, come sosteniamo, quest’ultima agisce ed è strutturata secondo il modello criminale mafioso che, alla lunga le consentirà la sopravvivenza e una buona salute con buona pace di chi ipocritamente continua a parlare di sconfiggere la criminalità organizzata secondo i modelli classici sin qui impiegati che non incidono, per natura, sulle società sottraendole all’influenza nefasta della criminalità organizzata.


lunedì 11 novembre 2013

Il Papa, la corruzione e le associazioni mafiose.

E’ veramente molto strano  che un Papa della Chiesa di Roma sia costretto a esprimersi sulla corruzione. E’ poi allarmante che egli pronunci parole molto dure additando gli amministratori pubblici di aziende e del governo che vivono la “mondanità” grazie alla dea tangente. Parole pronunciate nell’omelia di una Messa mattutina celebrata a Santa Marta alle quali ha aggiunto che i guadagni frutto di tangenti e corruzione sono pane sporco ed hanno fame di dignità perché il lavoro disonesto toglie la dignità. 

Bene ed allora io colgo questa importante occasione per parlare di criminalità, mafia, potere dello stato e corruzione anticipando qualche riflessione che verrà approfondita nel mio prossimo saggio "Il modello criminale mafioso". 

Nessuna politica anticrimine ha effetto sull’operatività delle organizzazioni criminali che si occupano di narcotraffico, di immigrazione clandestina, di contrabbando di armi, di merci illegali ed altre attività illecite. Tutto sommato l'interesse della comunità internazionale per questo fenomeno non nasce da quelli che sarebbero legittimi motivi etici ma molto più prosaicamente dalla circostanza che oggi la potenza economica generata globalmente dalle organizzazioni criminali è tale da rappresentare per molti potentati finanziari un diretto concorrente e solo in virtù di ciò una minaccia sempre più pressante. Sono i centri finanziari di potere a sollecitare l’intervento della politica nazionale o degli organismi sovranazionali per indurli a definire azioni di contrasto che si riducono per lo più all’adozione di politiche e di strumenti atti a proteggere interessi di parte. L’aspetto etico e di buon governo viene quindi sfruttato ai soli fini di propaganda politica; questo non vuol certo significare che alcune azioni intraprese a livello internazionale non siano comunque utili alla lotta alla grande criminalità organizzata internazionale ma di certo non sono decisive come dimostrato dalla cronaca quotidiana.
E’ a tutti evidente il fatto oggettivo che nel mondo contemporaneo il potere economico prevarica quello politico influenzando ed indirizzandone l’azione amministrativa, così come è altrettanto chiaro che le dinamiche economiche globalizzate sono di certo colpite dalla minaccia rappresentata da una concorrenza inficiata dagli enormi profitti criminali.  In effetti, se alla base non ci fosse questa considerazione di ordine economico non credo affatto che la lotta alla criminalità avrebbe acquisito un ruolo di primo piano in molteplici contesti internazionali governativi e privati.
Nel 1963, cinquant’anni orsono, il parlamento italiano, con una legge ad hoc  costituì la prima Commissione Parlamentare Antimafia. Lo Stato, attraverso il parlamento, dovendo placare un’opinione pubblica scossa dai gravi fatti di sangue che videro cadere sul campo anche appartenenti alle forze dell’ordine, decise di costituire questa commissione d’inchiesta al fine di acquisire informazioni sulla reale attività della mafia in Sicilia.  Una commissione parlamentare non permanete che viene ricostituita ininterrottamente da mezzo secolo, quindi qualcosa non va per il verso giusto è ovvio;  com’è possibile che uno stato abbia la necessità di dotarsi di un simile strumento d’informazione su di un fenomeno come l’operatività di forme di criminalità organizzata mafiosa rendendo, nella pratica stabile un qualcosa che è per natura eccezionale? In altri termini lo stato italiano ammette senza remora che il proprio territorio è affetto da un problema di criminalità che perdura da perlomeno cinquanta anni. Per altro tutti sappiamo che non è così poiché la criminalità mafiosa è intrinseca alla stessa costituzione dello stato repubblicano, ma quello che continua a sconvolgermi e non darmi pace è la impertinente faccia tosta con la quale le istituzioni hanno normalizzato l’eccezionalità del fenomeno mafioso. 
Le risposte alle domande che derivano da questo stato di cose io le ho cercate e ritengo di averne trovate a sufficienza per orientarmi in un mondo che appare nella sua facciata esteriore, ma che è tutt’altro che ancora lontano dall’essere compreso nelle sue dinamiche profonde. La storia dell’Italia moderna e repubblicana come sappiamo è fatta anche di stragi di stato, di scandali economici e politici nonché di terrorismo interno ed omicidi eccellenti, inutile farne l’elenco; tutti questi fatti, ciascuno con una propria storia, delineano un quadro complessivo che per induzione logica consentono di stabilire una verità: lo stato italiano è da sempre, in forme ancora non definitivamente chiarite -e questo è il vero tema- connivente con la criminalità organizzata di tipo mafioso.
Però va anche aggiunto che lo stato è fatto di cittadini e che se esso è connivente, non essendo un’entità astratta ed amorfa, la responsabilità deve necessariamente ricadere in capo ai suoi componenti ovvero tutti noi anche se con gradi differenti di responsabilità.     
In sostanza, se le organizzazioni criminali non avessero modo di avere relazioni di alcun tipo con gli apparati statali quest’ultimi avrebbero, nelle maggior parte dei casi, la forza di reazione al fenomeno delinquenziale in quanto tale; se non ci fossero consumatori consapevoli di merci illegali, qualunque queste siano, la criminalità avrebbe a che fare con vittime che ad essa reagirebbero, reazione che è assente laddove la merce è ricercata dal consumatore indipendentemente dalla sua illeceità.
Gli attuali profili della criminalità organizzata, in un’ottica generale, e quindi prescindendo dalle peculiarità locali, consentono di confermare che queste entità agiscono come delle imprese economiche operando nella logica della concorrenza mutuata dalle leggi del mercato, ma supportate dalle regole dell’intimidazione mafiosa e della violenza nella costante ricerca di affermare il proprio potere nei territori di rispettiva influenza. Con questo sistema riescono, spesso, e con evidente successo, a gestire i settori più redditizi dell’economia occupando rilevanti spazi anche nel mondo degli affari.  Senza dubbio il rapporto connivente e malato che si instaura tra lo stato e la criminalità è l'elemento a cui  addebitare le maggiori responsabilità per lo sviluppo delle mafie. Se questo legame non esistesse non esisterebbero le mafie e quindi dove esiste una mafia esiste un rapporto tra quest’ultima e lo stato. 
Ora, questo rapporto è possibile solamente a causa del fenomeno della corruzione, che finisce per vincolare in una spirale malvagia una molteplicità di soggetti incredibilmente varia e vasta nelle sue dimensioni. In questo ambito si realizzano una serie di interessi che finiranno per essere il collante che salderà lo stato alla criminalità.    
Il sistema mafioso allora si potenzia solo in virtù ed in presenza una saldatura di interessi che non possono essere messi in pericolo da agenti esterni e che ha nella corruzione il suo collante; in fondo è tutto così semplicemente chiaro da essere perfino imbarazzante per una intelligenza anche media. Ma l’Italia è questa, noi, gli italiani, siamo questo. La corruzione è un fatto grave in se ma diviene gravissima quando questa non si esaurisce in un'unica transazione ma per cosi dire diviene strutturale in un paese le cui istituzioni non esercitano appieno la sovranità nazionale. 

mercoledì 6 novembre 2013

Come tutelare gli interessi nazionali: la lezione americana. Strategy to combact Transnational Organized Crime

Uno dei motivi per cui gli americani andrebbero ammirati è senz’altro la capacità di individuare le proprie esigenze a tutela della sicurezza nazionale o, in altri termini, i propri interessi. Può sembra un’ovvietà ma a ben rifletterci i paesi in grado di pianificare, e soprattutto mettere in pratica le politiche necessarie alla tutela degli interessi nazionali, sono ben pochi. 

Gli americani si avvalgono della intrinseca forza di cui dispongono sotto il profilo economico e militare per poter prescindere dalla necessità di raccordo con le controparti internazionali siano essi stati sovrani o anche organizzazioni internazionali o lobbistiche.
Quindi, una decisione presa da una amministrazione presidenziale, una volta condivisa dal congresso, conta direttamente sull’intera struttura di governance del paese che ne sostiene la messa in atto e la realizzazione.
In tale contesto rientra anche la lotta alla criminalità organizzata transnazionale 
che, nell’anno 2011 è stata cristallizzata nelle sue linee strategiche in un documento del presidente Barak Obama dal titolo: Strategy to combact Transnational Organized Crime. Questo documento ha una sua evidente importanza a livello internazionale per vari motivi: primo fra tutti il presidente della potenza americana ammette candidamente che non tutte le forze di contrasto hanno saputo mantenere il ritmo in cui si evolvevano le organizzazioni criminali transnazionali che, dal canto loro avevano subito colto le opportunità offerte da un mondo sempre più interconnesso. Premesso questo riconosce essere quella della criminalità organizzata una minaccia diretta per gli interessi nazionali sia allorché questa operi direttamente in patria sia quando riesca ad infiltrare governi ostili agli interessi americani. Nel documento strategico vengono quindi individuate chiaramente 56 priorità a cui dedicare gli sforzi delle varie amministrazioni americane nel tentativo congiunto di contenere la minaccia portata agli Stati Uniti d’America da parte delle differenti organizzazioni criminali transnazionali. Di questi punti programmatici a noi in questa sede interessano quelli riguardanti il contrasto economico agli interessi illeciti della criminalità nei cui confronti è intervenuto direttamente il presidente americano  con l’Ordine Esecutivo 13581 che ha creato un elenco di organizzazioni criminali e di criminali, aderendo ai dettami legislativi del Foreign Narcotics Kingpin Designation Act.
Quest’ultimo prevede il sequestro di tutte le proprietà e gli interessi immobiliari soggetti alla giurisdizione degli Stati Uniti, appartenenti o controllati direttamente da criminali o  da organizzazioni criminali, individuati su indicazione dell’apparato d’intelligence e di polizia dal Segretario del Tesoro di concerto con il Procuratore Generale, il direttore della CIA, il direttore del FBI, il direttore della DEA, il Segretario della Difesa ed il Segretario di Stato.
Ultimi in ordine di tempo ad essere iscritti in questa lista nera, che tra l’altro comprende già ‘ndrangheta e Camorra in quanto tali e vari affiliati, sono stati alcuni cittadini russi indicati appartenere al c.d. Brothers’ Circle che gli americani usano per designare una struttura criminale che sarebbe in grado di gestire le attività illegali di alcune delle più pericolose organizzazioni criminali euroasiatiche: russe georgiane, kazache ed uzbeche.
Gli americani con questa politica e con accordi all’estero bloccano gli interessi economici delle organizzazioni che loro ritengono criminali prima negli States e quindi, dove riescono, negli altri paesi interessati dalle attività illecite. Forse è un modo di agire opinabile sotto alcuni profili di garanzia dei diritti individuali, ma senz’altro dal punto di vista pragmatico efficace per contrastare gli interessi criminali.

lunedì 4 novembre 2013

The DRONE: the weapon of war that will affect our lives in the near future



                                
Do you think I’m exaggerating? Would you call it hyperbole? Perhaps a provocation? None of this, it is the simple reality.  First the term drone is derived from English which means and it is certainly onomatopoeic something that produces a buzzing, a background noise.
Briefly clarified this aspect, what attracts us is the reason of the increasingly massive use of this weapon of war in the most diverse strategic theaters, whether they are war zones or sensitive areas such as for exemple Waziristan in Pakistan.
Reported briefly that the history of drones comes from afar and has about a century behind us, we can identify two main stages in their latest war employment: the one marked by the foreign policy of the Bush dynasty and the republican administration, subsequently, the democratic administration of president Obama.
The final turning point in favor of their use of scale we find with the military use of drones during military operations in Iraq in 2005 with about 150 flights of unmanned aircrafts. From that point on, the drones will be part of the American military system and can become a key element coincidentally just with the administration of democrat and Nobel laureate for peace Barak Obama.
And yes, the funny and engaging President understood that he should not necessarily eliminate war itself but just change his face. And just so he did, Obama changed the way Americans think and will perceive the war in the future. It was able to do it thanks to the use of drones. Let me explain: after September 11, we all know how America was awakened from fifteen years of megalomania derived from the belief that he had beaten the Soviet enemy.
What was learned from this epic disaster both by the American analysts in the Pentagon, but also by the simple and rough Texan was: we can be hit even in our house at all times without knowing by whom.
Although it is true that the enemy was the mythologized Osama Bin Laden what is scarier is the Bin Laden idea of anti-Americanism. But then how to fight an enemy that no longer has a clear identity? Simple: we bring the war in all those places where this enemy can have harbor and so become justified the famous preventive action of wars at the time of republican administration; thousands of deaths, also Americans, civilians often prostrate, and in the end the international situation in fibrillation.
And now we have the drones and Obama. The drone depersonalized, is a prosthesis of the human being, no human being (except for those who run the remote from thousands of kilometers) is a perfect weapon that has in it many advantages: he notes, notice and is accurate, it is all fairly cheap and does not involve loss of life and their use enjoy domestic public opinion that no longer tolerates the two American soldiers killed abroad on average each day. So Obama can announce the withdrawal of troops deployed in Afghanistan and Iraq and order the mass production of drones changing the rules of engagement that fixed in a behavioral model called Disposition Matrix.
This model essentially provides a streamlined decision-making that has at its summit in the president, the ultimate decision maker, and a series of offices (in America today is going on a very thought debate about whether and how to reduce the influence of the CIA in favor of the Pentagon military) that predispose a Kill List indicating the various goals to hit. All fairly simple as in the Anglo-Saxon style: you make a model and then you just follow it; in that way what you get is the normalization of the war. However, one more thing needs to be clarified: once the first goals of the kill list were people placed on the first row of terrorist organizations now with Signature Strike, targets anyone can potentially be dangerous for American strategic interests, the confidence level has gone down. Notwithstanding that, however, would be important to consider what are the criteria then define a dangerous goal.
Summarizing, the Americans have changed the war of the future: no more battlefields but defined areas of interest in which to place protected military bases, with the consent of the host states, closed in on themselves without even without contact with local civilians, from which manage any emergency (thanks and with the help to a few on the field elite troops) drones to be used when deemed necessary. And so after China, the United States also is putting in place its policy of so-called Necklace of pearls. The Chinese seek control of the ports in other countries in order to protect their trade while the Americans build military bases where you can as outposts for the control of its strategic interests.
The drones as mentioned, but how I will better explain in the next post on this topic, have already started to change human behavior beginning from the repercussions of war as often happens in steps epoch of history.
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